libertà d’espressione e libertà d’informazione

Daniela Lepore, su Facebook, mi dice che su questa faccenda dello sciopero dei giornalisti contro il disegno di legge sulle intercettazioni lei non è riuscita a capire perché altre forme di lotta fossero insensate, e spiega di condividere l’argomento di Zambardino secondo cui si combatte una battaglia per la libertà di espressione e non per la libertà di informazione.

Poiché penso che ragionare su questo snodo non sia affatto privo di senso, riepilogo un po’ delle argomentazioni che ho finora sostenuto.

Non dico che altre forme di lotta fossero da considerarsi sbagliate o inutili. Non ne ho semplicemente mai parlato.

Quel che io sostengo è, più o meno, questo:

a) che esistono organismi rappresentativi – che ci soddisfino oppure no, purtroppo non fa differenza – e questi organismi rappresentativi, come la Fnsi, non è che possono essere invitati a non scioperare (come ha fatto il gruppo Facebook Valigia blu), dopo che lo sciopero già l’hanno proclamato, pochi giorni prima del momento in cui si dovrebbe scioperare.

Per revocare uno sciopero – a parte il caso in cui si modifichi in radice la situazione che ha originato la proclamazione, come per esempio la chiusura della trattativa sul contratto quando uno sciopero è stato proclamato per il rinnovo del contratto – occorre seguire procedure decisionali che possono pure apparire lunghe e farraginose a chiunque abbia in mente un’idea «veloce» di modernità, ma sono le regole della rappresentanza democratica.

b) che chiedere la diffusione di più giornali sostenendo che in questo modo venga incrementata la circolazione delle informazioni è un argomento puramente e semplicemente demagogico, perché se io diffondo più copie di un giornale fatto coi piedi non ho risolto alcunché.

Sono persuasa che occorra venire a capo del modo in cui son fatti i giornali; che occorra finalmente parlare – e con dolorosa serietà – delle censure e delle autocensure, dei servilismi, della pervasività degli interessi degli editori. Del senso degli uffici stampa, delle veline. Del senso dei portavoce. Del perché quando un uomo politico insulta un giornalista a una conferenza stampa i colleghi non si alzino lasciandolo a parlare da solo.

So che è un minestrone di cose.
Ma se non si affronta questo minestrone, qualunque appello a diffondere più giornali non è che una presa di posizione facile e demagogica.

c) che pensare che le cose siano da affrontare in termini di democrazia diretta – appelli, firme, petizioni – è uno degli equivoci più esiziali di questi tempi: per fare della strada politicamente occorre fare della strada politicamente, appunto, e non lanciare proclami modernisti; occorre mediare, capire, ascoltare, negoziare, progettare, condividere, avere un’idea di società su cui raccogliere consensi.
Non lanciare appelli e proclami.
Perché a firmarli ci vuol poco.
Quello per cui ci vuole invece molto di più è capire se chi firma un appello possa oppure no fare della strada insieme.
Firmare un appello contro i «cattivi» ci fa sentire «buoni» e vicini ai «buoni», ma non sapremo mai se con questi «buoni» con cui la firma ci affratella sussista un numero di idee in comune sufficiente a costruire qualcosa.

d) che mettere in competizione il giornalismo della carta stampata e quello della rete è un’idiozia colossale; non porta da nessuna parte. Serve solo a sentirsi «comunità» unita dall’avere una sorta di nemico simbolico comune.

e) la battaglia per la libertà di informazione e la battaglia (o la lotta) per la libertà di espressione sono politicamente (non tecnicamente, è ovvio) la stessa cosa.
Sostenere che siano due cose diverse significa, appunto, implicare l’idea che i cittadini possano fare a meno dei giornalisti (di qualsiasi medium) o che i giornalisti non siano cittadini.

Infine.
Pubblicare le intercettazioni non ha tecnicamente a che vedere con la libertà di espressione.
Nessuno si esprime pubblicando stralci di trascrizioni di intercettazioni sui quali ragionevolmente sussista (e dividiamoci pure, su questo punto, non importa) un interesse pubblico a sapere.

Pubblicare stralci di intercettazioni su cui esista un ragionevole interesse pubblico a sapere – in termini politici, non di mera curiosità; ma va detto che l’unico giudice possibile, in queste cose, è un giornalista, dovunque lavori, perché anche di questo si compone il suo statuto professionale – ha tecnicamente a che vedere, invece, con la libertà di informazione, il dovere di informare e il diritto di essere informati.

E questo indipendentemente dal fatto che i comportamenti di cui le intercettazioni recano traccia siano o no penalmente rilevanti.

Va da sé che i giornalisti sono poi pure tenuti dalle loro prescrizioni deontologiche al dovere della continenza.

Mi resta solo da aggiungere che Zambardino dice che sono «un’invasata che non ha capito molto». Dev’essere perché ho usato qualche parolaccia.
Ringrazio di cuore.
Noi donne invasate.
E degli uomini, in questi casi, che si dice?