beata te/2

esplodereRiassunto delle puntate precedenti.
C’è una tipa che faceva la giornalista in un giornale, con un contratto a tempo indeterminato.

Per motivi attinenti alle sue personali condizioni di lavoro e alla sua individuale relazione col datore di lavoro e con i colleghi (motivi che non crede di dover pubblicamente spiegare ora e qui, perché il luogo a cui tutto questo deve primariamente approdare e trovare senso non è un blog, anche se forse in futuro lo sarà), questa tipa si dimette, e lo fa al termine di un’udienza per l’impugnazione dell’ennesimo trasferimento.

Questa tipa ha un blog, e nel blog spesso parla di giornalismo.
Spiega quali sono le ragioni «strutturali», di sistema, per le quali ritiene che la scelta di dimettersi abbia avuto una sua logica interna.

Questa tizia sa che di questo può parlare a buon diritto: è esperienza comune non solo dei giornalisti – molti, anche se non tutti, ovviamente – ma anche dei lettori dei giornali, che con crescente indignazione rimproverano alla stampa asservimento al potere o altri tipi di indegnità.

La tizia di cui sopra scrive un giorno che è stufa di sentirsi dire «beata te che hai potuto lasciare il lavoro», perché la verità è che lei non poteva permettersi un bell’accidenti, ma fra le cose che non poteva permettersi c’era anche il lusso di morire schiacciata (e chiunque abbia vissuto esperienze simili sul lavoro sa che il rischio per la salute è tutt’altro che metaforico o remoto).

La logica del «beata te» produce come corollario – e s’è visto in tre commenti al mio post precedente, due dei quali mi sono presa la libertà di non pubblicare – un’altra affermazione, più o meno di questo tenore (con varianti di differente spiacevolezza): «brava irresponsabile! Con la penuria di lavoro che c’è, tu prendi e te ne vai, e noi che sopportiamo palate di merda, o magari vorremmo doverle sopportare, dovremmo anche pensare che sei stata brava».

[Nota a margine: Aggiungo incidentalmente, per quel che vale, che un paio di anni fa io interruppi all’improvviso ogni rapporto con una persona che mi era molto cara proprio perché quando io parlavo dei miei gravi problemi di lavoro questa persona, disoccupata, mi diceva che avrebbe «tanto voluto poter avere quegli stessi problemi» dei quali io scelleratamente mi lamentavo.
Quella persona viveva in una casa che le avevano acquistato i genitori, ma invece di rispondere in un modo così volgare facendo per esempio l’elencazione dei privilegi che le condizioni economiche dei suoi genitori le avevano consentito, ho pensato che fosse più sensato e rispettoso prendere atto della mia incapacità di tollerare oltre la mancanza di rispetto per la mia sofferenza
].

Nella logica che presiede all’«irresponsabilità» addebitata in capo a una tizia che lascia il lavoro c’è una cosa che non riesco proprio a capire, e voglio spiegarla bene.
Cose che non capisco ce ne sono tante, in realtà; ma mi limito a una.

La stampa, per molte buone ragioni, è considerata da molti cittadini un problema serio.

L’idea che la stampa non sia libera non significa per tutti la stessa cosa.
Alcuni ritengono che la stampa non sia libera perché non dice la verità, come se esistesse una verità che si può tenere distinta dalla propria personale percezione di ciò che accade.
Certo: un fatto di nera può avere un cadavere e un omicida, e i margini per alterare i fatti sono (apparentemente) più ristretti.

In realtà, come la tizia di cui sopra ha scritto nel suo libro «Il paese dei buoni e dei cattivi» al capitolo uno («La retorica della cronaca nera e del ‘lettore buono’»), anche nella cronaca nera abbiamo a disposizione un arsenale retorico di uso estremamente semplice per alterare i fatti, e/o darne un’interpretazione surrettiziamente fuorviante o ideologicamente contrassegnata.

L’argomento che il giornalismo si debba occupare della verità è molto poco convincente, per me.
Se fosse così, nella condizione ottimale basterebbe un solo giornale: il che – si capisce – sarebbe l’esatta negazione della libertà di stampa (e di pensiero).

Dal mio punto di vista, al giornalismo non va chiesta la verità, ma la coerenza interna e la leggibilità dei nessi che un giornalista istituisce fra le parti dell’organismo scritto a cui sta dando forma.

Mi spiego: un pezzo non dovrebbe mai essere ambiguo.
Perché questo si realizzi, è necessario che un giornalista abbia capito bene ciò di cui sta scrivendo, e conosca bene la grammatica italiana.
Un pezzo non dovrebbe mai condurti a pensare una cosa invece che un’altra senza spiegarti esplicitamente i motivi, gli argomenti e le ragioni per i quali chi ha scritto è convinto che tu possa essere condotto a pensare quella cosa.

Cos’è, allora, che io non capisco nell’argomentazione di chi accusa quella tizia – che poi sono io – di essere un’irresponsabile per il fatto di avere abbandonato il lavoro nel momento in cui tante persone ne sono disperatamente prive?

Questo.
C’è una consapevolezza diffusa – anche se si tratta di intendersi sui motivi e sulle aspettative – del fatto che nella stampa ci sia qualcosa di sbagliato, e che questo crea un problema democratico che va affrontato.

Tu, tizia, condividi questa consapevolezza, e affronti questo problema «denunciando» quel che ti sembra sia più problematico.
Nei tuoi post, nei tuoi libri e nei tuoi interventi pubblici si trovano molti argomenti che illuminano pezzetti di quello che nella stampa potrebbe essere considerato «sbagliato» (la faccio veloce).

Al netto delle tue vicende personali (che, come ho detto, la tizia crede non sia il momento di divulgare), andartene è la scelta a cui ti ha costretto la situazione della quale noi stessi cittadini ‘critici’ (parecchi, direi, a giudicare dal numero di voti presi da Grillo, per esempio) lamentiamo dolorosamente l’esistenza.

Eppure, invece di essere solidali con la tua sconfitta o affiancarti in un’ipotetica battaglia, noi che siamo insoddisfatti della stampa pensiamo che tu sia un’irresponsabile, perché hai lasciato un posto di lavoro nel momento in cui molte persone cercano un impiego.

Lo so che le persone che si lamentano della stampa non sono necessariamente le stesse persone che pensano che la tizia sia un’irresponsabile.

Ma a parte il fatto che sparare sulla stampa è una delle attività più praticate dai cittadini-lettori nel loro tempo libero, resta il fatto che anche se a definire irresponsabile la tizia che si è dimessa dopo un’aspra e faticosa battaglia fosse uno solo di coloro che criticano la stampa, ugualmente la contraddizione mi parrebbe insostenibile.

Questo spiega molto bene cos’è successo a questo Paese, anche grazie alla stampa: siamo diventati feroci, assetati di sangue (vedi i commenti alla notizia del problema di salute di Pierluigi Bersani), convinti che il nostro vicino sia un bastardo immorale privilegiato che ci sta togliendo qualcosa e ci vuole anche fare la morale, lo stronzo.

Questo spiega molto bene il motivo per cui, anche quando ancora non mi ero dimessa, la mia battaglia era una battaglia di pochi.
Non è solo perché i tanti «tenevano famiglia». È anche perché i tanti sono feroci con tutti tranne che con se stessi: i Giusti.

E quando i Giusti mangiano a pranzo e a cena zollette di merda, non accettano che a te le zollette di merda facciano schifo e procurino problemi di salute.
Ti dicono che sei fighetta, che non c’hai l’abomaso che c’hanno loro; e che sei un’irresponsabile.