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Archivio della sezione 'battaglie civili'

gianna, il sesso, i figli e la natura

• giovedì, agosto 26th, 2010

Su Gianna Nannini e la sua , due parole ben centrate sull’argomento specioso della «naturalità»:

Cosa dovremmo fare, noi donne e uomini del XXI secolo, nei 45 anni che nel frattempo abbiamo guadagnato rispetto ad Adamo ed Eva e ai nostri bisnonni, se non sperimentare “nuove naturalità”?

Il testo integrale di Gennaro Carotenuto è qui.

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repetita

• giovedì, agosto 12th, 2010

Ci son volte che una si rilegge e dice a sé stessa «sì, questa cosa va detta adesso, questo è il momento giusto».
E così, quell’una pensa che forse può anche copiare un vecchio post che ha un suo perché esattamente adesso, mentre in testa le ronzano le questioni relative alle istituzioni, alla democrazia rappresentativa e alla democrazia diretta, a un tipo di giornalismo che diventa sempre più difficile da digerire senza sofferenza…

Ecco qui il vecchio post.

l’authority di barbarella yè-yè

Ero in macchina e m’è capitato di sentire per radio un pezzo della trasmissione di Barbara Palombelli.
L’ospite con la quale parlava era .
A volte un cognome solo non basta a dire chi siamo.

La FKPS è stata presentata dalla moglie di Francesco Rutelli come «presidente dell’Authority Pari e dispare», come se il comitato presieduto dall’ex moglie dell’ex ministro del governo Prodi fosse un organismo istituzionale dotato di un effettivo potere ispettivo e di sanzione sulle disparità di trattamento fra uomini e donne nel mondo del lavoro.
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se sei stanco, vai a riposare

• lunedì, agosto 2nd, 2010

Da qui. Parla Bossi.

«A settembre faranno la mozione di sfiducia a Berlusconi. Peggio per loro se passa, la Padania si opporrà. Reagiremmo con determinazione: perché qui la gente che è stanca è molta di più».

Ma stanca di che?
Vittime di chi, se non della propria tracotante protervia, della propria costante incapacità di cercare ricetto, della loro perenne compulsione a essere in guerra?

Prima creano la giungla e affamano la bestia che c’è in loro.
Poi ci vengono a dire che – cari – sono stanchi.
Che si rilassino, allora.
Che pensino al cielo azzurro, ai prati, alle nuvole bianche, alla gioia di un amore, a un abbraccio disinteressato.
Che si godano i loro inquinati di smog, di cemento, di cartamoneta.
Le loro città ridotte a gabbie.

Minacciano, loro.
Che schifo.

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libertà dei giornalisti e diritti dei cittadini

• sabato, luglio 10th, 2010

Dall’Ansa:

++ BERLUSCONI:STAMPA SINISTRA HA MESSO BAVAGLIO A VERITÀ ++
CALPESTANO SISTEMATICAMENTE DIRITTI ALTRUI E DISTORCONO REALTÀ
(ANSA) – ROMA, 10 LUG – Silvio Berlusconi affida un «compito non facile ma importante» ai promotori della Libertà e lo fa all’indomani dello sul ddl intercettazioni: «Dovete togliere il bavaglio alla verità – dice in un messaggio audio -, quel bavaglio imposto dalla stampa schierata con la sinistra, pregiudizialmente ostile al governo, che disinforma, distorce la realtà e calpesta in modo sistematico il diritto sacrosanto della privacy dei cittadini».

Un diritto che si traduce, per il premier, «nell’uso sereno del telefono» ma che i giornalisti «calpestano invocando la loro libertà come se fosse un diritto che prescinde dai diritti degli altri».

Mettere i cittadini contro i giornalisti.
Sostenere che la libertà di informazione contrasti coi diritti dei cittadini.
Come già scrivevo ieri, questo a me pare un’inaccettabile inversione di realtà.

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libertà d’espressione e libertà d’informazione

• venerdì, luglio 9th, 2010

Daniela Lepore, su Facebook, mi dice che su questa faccenda dello contro il disegno di lei non è riuscita a capire perché altre forme di lotta fossero insensate, e spiega di condividere l’argomento di Zambardino secondo cui si combatte una battaglia per la libertà di e non per la libertà di informazione.

Poiché penso che ragionare su questo snodo non sia affatto privo di senso, riepilogo un po’ delle argomentazioni che ho finora sostenuto.

Non dico che altre forme di lotta fossero da considerarsi sbagliate o inutili. Non ne ho semplicemente mai parlato.

Quel che io sostengo è, più o meno, questo:

a) che esistono organismi rappresentativi – che ci soddisfino oppure no, purtroppo non fa differenza – e questi organismi rappresentativi, come la , non è che possono essere invitati a non scioperare (come ha fatto il gruppo Facebook Valigia blu), dopo che lo sciopero già l’hanno proclamato, pochi giorni prima del momento in cui si dovrebbe scioperare.

Per revocare uno sciopero – a parte il caso in cui si modifichi in radice la situazione che ha originato la proclamazione, come per esempio la chiusura della trattativa sul contratto quando uno sciopero è stato proclamato per il rinnovo del contratto – occorre seguire procedure decisionali che possono pure apparire lunghe e farraginose a chiunque abbia in mente un’idea «veloce» di modernità, ma sono le regole della rappresentanza democratica.

b) che chiedere la diffusione di più giornali sostenendo che in questo modo venga incrementata la circolazione delle informazioni è un argomento puramente e semplicemente demagogico, perché se io diffondo più copie di un giornale fatto coi piedi non ho risolto alcunché.

Sono persuasa che occorra venire a capo del modo in cui son fatti i giornali; che occorra finalmente parlare – e con dolorosa serietà – delle censure e delle autocensure, dei servilismi, della pervasività degli interessi degli editori. Del senso degli uffici stampa, delle veline. Del senso dei portavoce. Del perché quando un uomo politico insulta un giornalista a una conferenza stampa i colleghi non si alzino lasciandolo a parlare da solo.

So che è un minestrone di cose.
Ma se non si affronta questo minestrone, qualunque appello a diffondere più giornali non è che una presa di posizione facile e demagogica.

c) che pensare che le cose siano da affrontare in termini di democrazia diretta – , firme, – è uno degli equivoci più esiziali di questi tempi: per fare della strada politicamente occorre fare della strada politicamente, appunto, e non lanciare proclami modernisti; occorre mediare, capire, ascoltare, negoziare, progettare, condividere, avere un’idea di società su cui raccogliere consensi.
Non lanciare e proclami.
Perché a firmarli ci vuol poco.
Quello per cui ci vuole invece molto di più è capire se chi firma un appello possa oppure no fare della strada insieme.
Firmare un appello contro i «cattivi» ci fa sentire «buoni» e vicini ai «buoni», ma non sapremo mai se con questi «buoni» con cui la firma ci affratella sussista un numero di idee in comune sufficiente a costruire qualcosa.

d) che mettere in competizione il giornalismo della carta stampata e quello della rete è un’ colossale; non porta da nessuna parte. Serve solo a sentirsi «comunità» unita dall’avere una sorta di nemico simbolico comune.

e) la battaglia per la libertà di informazione e la battaglia (o la lotta) per la libertà di sono politicamente (non tecnicamente, è ovvio) la stessa cosa.
Sostenere che siano due cose diverse significa, appunto, implicare l’idea che i cittadini possano fare a meno dei giornalisti (di qualsiasi medium) o che i giornalisti non siano cittadini.

Infine.
Pubblicare le intercettazioni non ha tecnicamente a che vedere con la libertà di .
Nessuno si esprime pubblicando stralci di trascrizioni di intercettazioni sui quali ragionevolmente sussista (e dividiamoci pure, su questo punto, non importa) un interesse pubblico a sapere.

Pubblicare stralci di intercettazioni su cui esista un ragionevole interesse pubblico a sapere – in termini politici, non di mera curiosità; ma va detto che l’unico giudice possibile, in queste cose, è un giornalista, dovunque lavori, perché anche di questo si compone il suo statuto professionale – ha tecnicamente a che vedere, invece, con la libertà di informazione, il dovere di informare e il diritto di essere informati.

E questo indipendentemente dal fatto che i comportamenti di cui le intercettazioni recano traccia siano o no penalmente rilevanti.

Va da sé che i giornalisti sono poi pure tenuti dalle loro prescrizioni deontologiche al dovere della continenza.

Mi resta solo da aggiungere che Zambardino dice che sono «un’invasata che non ha capito molto». Dev’essere perché ho usato qualche parolaccia.
Ringrazio di cuore.
Noi donne invasate.
E degli uomini, in questi casi, che si dice?

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cittadini contro giornalisti: ma che bel risultato

• venerdì, luglio 9th, 2010

Copio (dalla mia replica a un commento a un mio post precedente dedicato allo , chiedendo scusa per il turpiloquio. Il commento mi segnalava – e ne ringrazio Matteo – quest’intervento di Zambardino dal quale prendo solo spunto. Questa, insomma, non è una controargomentazione al suo pezzo).

Ecco.

A me dell’unità sindacale in se stessa non fotte un cazzo.
Ho già scritto che proporre di raddoppiare milluplicare enneplicare mazinghizzare i giornali non serve a una mazza finché non ci si interroga sul senso dell’informazione e sui meccanismi di produzione dell’informazione.
Distribuire gratuitamente giornali fatti coi piedi a me sembra che non serva a un cazzo.
Sostenere che sia utile è una totale .

Sostenere che editori e giornalisti siano – possano essere/debbano essere – dalla stessa parte è una totale .
E il non c’entra un beato accidente.
Chiedo scusa per la passione, ma sono veramente stufa agra di argomenti giovanilisti modernisti superisti webbisti retisti yeah come siamo fichi fichi fichi noi che c’abbiamo il futuro davanti.

E, Zambardino permetta: sostenere che la libertà dei giornalisti sia altro da quella dei cittadini significa essersi mangiati in un solo boccone decenni di riflessione sul senso della professione giornalistica.
Che i giornalisti siano servi, oh mio dio, questo è dannatamente vero, per moltissimi di noi.
Ma dire che la libertà dei giornalisti non è quella dei cittadini implica la considerazione che i cittadini possano fare a meno dei giornalisti (in generale, dico; non quelli dei giornali e basta).
E questa per me è un’affermazione semplicemente fascista.

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noi siamo giovani, voi pieni di rughe e fate schifo

• mercoledì, luglio 7th, 2010

Voglio brevemente tornare sulla questione dello sciopero contro il disegno di legge sulla pubblicabilità delle intercettazioni perché c’è un punto che mi interessa affrontare.
Leggo su Facebook, oggi, una nota in cui Arianna Ciccone – a cui si deve l’appello a che editori e giornalisti si astengano dallo scioperare ma preferiscano casomai raddoppiare l’informazione – controreplica al segretario generale della Franco Siddi.

Siddi aveva sostenuto che, per proclamare ed eventualmente revocare uno sciopero, il sindacato ha tempi e modi tipici di un’organizzazione complessa e (tendenzialmente) rappresentativa; e che perciò – anche a non voler entrare nel merito dell’appello – i pochi giorni che rimanevano fra l’appello e lo sciopero potevano non bastare a convocare gli organismi deputati a decidere (quelli che un gruppo su Facebook non ha in effetti generalmente bisogno di convocare per decidere alcunché, più simile com’è a una forma di «democrazia diretta» che a una di democrazia rappresentativa).

Arianna Ciccone coglie l’occasione per replicare sostenendo che non è vero che «la rete non è il mondo», e che anzi essa «è molto di più».

A parte che continuare a fare quelli che «noi siamo il futuro e voi siete il passato», o «noi siamo quelli “veri” della stampa e voi siete quelli “finti” della rete» non porta da nessuna parte (forse solo al consolidamento delle proprie identità nei pezzi di mondo di cui ci si sente riferimento), vorrei dire che c’è – nella controreplica – una frase fronte alla quale io non posso fare altro che disperarmi.
Sì.
Disperarmi.

Eccola: «Nella rete vivono migliaia di persone che non intendono essere messe a tacere. La loro maggioranza è fatta da giovani, per i quali il linguaggio dello sciopero, come minimo, è antiquato».

Giovanilismo.
Dileggio.
Ecco che cos’è.
«Il linguaggio dello sciopero» è antiquato.
Naturalmente, è antiquato perché non c’abbiamo il contratto e allora insomma non è che possiamo pensare di scioperare per difendere cioè i garantiti, noi che invece cioè non possiamo pianificare niente, cioè.

Sempre così.
Anche qui: le responsabilità sono orizzontali.
Se i giornalisti più giovani di me non hanno il lavoro è colpa mia che ce l’ho e perciò che cappero voglio, io che pretenderei anche di parlare.
Quanto agli editori, mica sono loro la nostra controparte. No.
Loro vorrebbero tanto far funzionare bene bene le cose, ma purtroppo ci sono i garantiti, le «sacche di inefficienza», oh, sì, le «sacche di inefficienza» di «voi garantiti», e allora noi poverini cosa dovremmo fare, eh, fare la lotta per voi, eh?
Viva la guerra fra i poveri.

Che tristezza.

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ordinanze anti-degrado, sequestrate 300 rose

• martedì, luglio 6th, 2010

Da qui, «Agenzia di stampa Verona Comune, direttore Roberto Bolis»:

POLIZIA MUNICIPALE: NUOVI CONTROLLI ANTI-ACCATTONAGGIO

Sono state una decina le persone allontanate e nove le violazioni accertate alle ordinanze antidegrado, nell’ambito dei servizi specifici anti-accattonaggio svolti nei giorni scorsi dalla Polizia municipale.

Gli agenti hanno controllato le zone di ponte Catena, piazzale Stefani, piazza Vittorio Veneto, tutto il centro storico, San Zeno, via Marin Faliero e le circonvallazioni, riscontrando cinque violazioni all’ordinanza antiaccattonaggio, due violazioni al divieto di consumare bevande alcoliche nelle aree verdi, due al divieto di accamparsi in area pubblica.

I fermati, principalmente di nazionalità rumena, sono stati rilasciati dopo le verifiche.

Le pattuglie hanno anche sequestrato 300 rose ed un carrello a un venditore irregolare che operava in piazza Erbe.
A suo carico anche la sanzione amministrativa di 5 mila euro.

I controlli proseguiranno nei prossimi giorni.

Che straordinari successi.
«Prevalentemente» rumeni.
Non siamo razzisti.
Abbiamo detto solo «prevalentemente».

Nessuno è stato denunciato.
Eppure ci facciamo un bel comunicato stampa.
Così voi sapete che noi vigiliamo sulla tranquillità dei vostri sonni e delle vostre villette a schiera e dei vostri suv e delle vostre bici e delle vostre donne.
Così voi sapete che c’è finalmente chi si occupa di voi.
Così voi sapete che finalmente al comando ci sono i «cattivi», i duriepuri.
Gli uomini del fare.

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giornali, dignità e democrazia della paletta

• lunedì, luglio 5th, 2010

Su Facebook e su Repubblica.it trovo notizia di quest’appello:

Cari editori, cari rappresentanti della Federazione Nazionale della Stampa,

Vi scrivo in merito allo sciopero del 9 luglio 2010 come strumento di contestazione contro la Legge bavaglio.
In questi giorni riflettevamo su questa forma di protesta.
Ma se si vuole dare un segnale forte per contrastare una legge che vuole i cittadini non informati e i giornalisti imbavagliati forse non è questa la risposta giusta. Anzi, ci vorrebbe ancora più informazione.

Allora a nome della Valigia Blu, la dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini, il gruppo apartitico nato su Facebook per una informazione corretta e per il bene comune (con oltre 207 mila iscritti), vi chiediamo per venerdì 9 luglio anziché scioperare, di pensare a una forma di protesta più forte e originale: regalate ai vostri lettori i vostri giornali! O fateli pagare la metà!

Ve lo immaginate? In edicola quel giorno chi normalmente legge un giornale potrebbe decidere di leggerne 4, 5, invece di avere una giornata senza informazione avremmo una giornata di superinformazione!

Una maggiore diffusione dei giornali – siamo convinti – sarà gradita anche dagli inserzionisti.

E agli editori che avranno paura di coprire i costi di questa operazione chiediamo più coraggio, in fondo si tratta di investire per un solo giorno puntando al ritorno non in termini economici ma di libertà e di democrazia
Sarebbero tutti felici: editori, inserzionisti, lettori, giornalisti. Gli unici a non essere felici sarebbero quelli che in modo irresponsabile stanno portando avanti questa sciagurata legge, coloro che in un colpo solo vogliono legare le mani ai magistrati e mettere il bavaglio ai giornalisti, ledendo i diritti fondamentali dei cittadini alla sicurezza e all’informazione.

Pensateci, stupiteci!

In attesa di una risposta, porgo cordiali saluti
Arianna Ciccone
Valigia Blu

Su quest’appello io ho qualcosa da dire.

1. Ma sono i giornalisti a decidere:
a) cosa va in pagina? (Alludo alla richiesta di una giornata di «super-informazione»);
b) il prezzo di acquisto dei giornali?
c) la possibilità di diffondere gratuitamente i giornali?

2. finché nessuno si occupa di quel che succede nei giornali, l’effetto di come questo risulta quasi surreale: tutti i giorni veniamo censurati e mazzolati, spinti a fare gli interessi politici dei nostri editori (quando non ci autocensuriamo, invece, per conto nostro), e la grande idea è «fate un giornale in più, non un giornale in meno», e «ci vorrebbe più informazione».
Beh.
Grazie del suggerimento.
Capisco che nessuno possa fare lotte al posto mio. Il fatto è che tantissimi, dentro, le fanno; eppure non servono a niente.
D’altra parte, pensare che gli editori adesso, formalmente, si possano dichiarare contro la legge sulla pubblicazione delle intercettazioni non mi dà il minimo sollievo.
Poniamo che lo facciano. C’è forse qualcuno che pensa che a quel punto
smettano di censurare?
Secondo me no.

3. Il proclama e la petizione, in sé stessi, mi devastano: danno l’illusione che si sia finalmente trovato qualcuno con cui combattere pezzetti di battaglie e in realtà sono una delle forme più inutili di presenza politica nel mondo. Sono dichiarazioni di sé. Ci si dichiara così o cosà e non si fa niente, perché nessuna petizione individua qualcosa che abbia anche minimamente a che vedere con un’ipotesi anche vaga di percorso anche tangenzialmente politico.
Non prevede itinerari, passaggi, gradi intermedi, risultati minimi, medi, massimi, proposte di trattative.
Quel che una volta si chiamava «piattaforma» e io tenderei, invece, a chiamare idee su cui confrontarsi con l’obiettivo di mediare fra i legittimi interessi rappresentati dalle idee di altri con cui si hanno visioni quanto più possibile compatibili fra loro.
La politica è un gradino dopo l’altro, non prese di posizione nelle quali si elencano cose belle – o anche, in qualche caso, frasi senza senso, a rigore – e poi cia’ ccia’, è stato bello, ci vediamo e parliamo di quanto siamo fichi a vedere il mondo riformabile, noi sì che crediamo nel cambiamento perché noi siamo ggiovani, non come questi tromboni, e adesso forza che organizziamo una convention.

4. Dice: «Ma ti piace forse fare la Cassandra?». No. Ma veramente non riesco a capire come si possa credere che una petizione serva a qualcosa di diverso da obiettivi – volontari o involontari, il problema non sta qua; io tendo a credere nella buona fede di chi vuole cambiare le cose – del genere di quelli qui elencati:
a) accreditarsi/essere accreditato come «presenza» (giornalistica, sociale, intellettuale…);
b) dare alla Repubblica (il quotidiano) la possibilità di sentirsi culturalmente a capo di un’area politica.

5. Notazione assolutamente marginale e incidentale.

Sarà che io sono decisamente fuori moda (e non lo dico per civetteria), ma qualcuno potrebbe spiegarmi per quale benedetto motivo io, giornalista, nel momento in cui mi pongo il problema della libertà di stampa, dovrei essere contenta del fatto che sarebbero contenti – oltre che i lettori e i giornalisti – gli editori e gli inserzionisti?
Non ho niente contro di loro, per carità.  Ma perché, posto che comunque io non ho potere di influenzare le loro scelte, dovrei essere contenta se loro sono contenti? È una posizione che mira a valorizzare un generale senso di armonia? Non so: secondo me giornalisti, editori e inserzionisti hanno ruoli diversi e spesso obiettivi diversi. Di sicuro, per quel che mi riguarda, diverse deontologie. Forse non conta; ma un po’ a me sembra che conti, invece.

6. Notazione ancor più minuscola: leggo di uno «stupiteci».
Sì, capisco che è una notazione di colore.
Però mi fa impressione anche l’elevazione dello stupore a categoria politica.
Sono del tutto sicura che la creatività lo è (categoria politica, intendo).
È la tacita presupposizione dell’esistenza di un «noi» e di un «voi» come categorie della – mio dio, se mi urta usare la formuletta – «società dello spettacolo» che mi fa riflettere.
È come un lieto «avanti, showmen dell’informazione! Su, inventate qualcosa con cui stupire il vostro pubblico».
E «pubblico» – adesso mi viene in mente – è la parola che lo stesso Scalfari, pochi giorni fa, ha usato in un suo editoriale politico come sinonimo di «cittadini», «collettività».
Per dire che a volte le cose, curiosamente, si richiamano le une con le altre…

Ps. Da Daniele Sensi, dalla cui bacheca Fb ho ppreso dell’appello (grazie), mi è stato garbatamente eccepito, a proposito del rilievo che muovo per primo – che non sono i giornalisti a decidere – che, infatti, l’appello è indirizzato anche agli editori.
Per quanto «modernamente» io mi sforzi di considerare l’identità e i compiti delle cosiddette parti sociali, ciò che mi resta ancora chiaro in mente è che a dichiarare lo sciopero è stata la Federazione nazionale della stampa italiana, ovvero il sindacato unitario dei giornalisti italiani.
Se qualcuno intende chiedere ai giornalisti di ritirare il loro sciopero, dunque, per un minimo di sensibilità istituzionale (guarda caso, ciò che ci dispiace così tanto manchi a Berlusconi) dovrebbe rivolgersi a loro, che hanno proclamato lo sciopero attraverso la loro rappresentanza di categoria, e non agli editori.

Se lo «sciopero» (virgolette assolutamente obbligatorie, qui) l’avessero proclamato gli editori, si sarebbe chiamato «serrata». Non sciopero.

In più, tecnicamente, indirizzare agli editori un appello mirato a far ritirare uno sciopero proclamato dal sindacato dei loro dipendenti equivale, nella mia logica, a un invito a che gli editori muovano pressioni indebite sulle associazioni di stampa.
Equivale, in breve, a caldeggiare un comportamento antisindacale.

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scrittori e cittadini

• giovedì, luglio 1st, 2010

Da Giulio Mozzi (che a sua volta riprende il manifesto), un brano di un articolo scritto da a proposito della lettera sottoscritta contro il disegno di da alcune persone che hanno pubblicato con la casa editrice Einaudi.

Perché degli autori Einaudi hanno deciso di esporsi in prima persona e come gruppo con un comunicato fortemente politico contro il ddl intercettazioni? Per varie ragioni, alcune complesse.

(…)

La seconda è la consapevolezza che in alcuni momenti gli scrittori devono (purtroppo) mettere fra parentesi la loro capacità di rielaborare la complessità del mondo, e ribadire l’ovvio. E l’ovvio in questo caso è la libertà di .
Non si tratta di fare gli scrittori impegnati, gli intellettuali engagé.

A nessuno dei firmatari dell’appello piace impersonare l’anima bella che si scaglia contro il governo, nessuna delle persone che ha a cuore la letteratura vorrebbe essere costretta a usare la parola per e comunicati.

Se si è scelto di scrivere romanzi invece di fare politica attiva è per sognare di contrastare un regime totalitario scrivendo Il processo o Il maestro e Margherita.
Abbiamo firmato quest’appello come semplici cittadini.

Come semplici cittadini.
È una precisazione che giudico di importanza capitale.
Come cittadini; che è ciò che, politicamente, tutti noi siamo.

E come dice nel dialogo a conclusione del suo post, «prendere posizione è solo un passo. Adesso comincia la corsa: bisogna parlarne con qualche milione di italiane e italiani, soprattutto quelli che pensano l’esatto contrario».

Prendere posizione è un passo.
Poi c’è la politica.
Da cittadini; non da profeti, non da avanguardie, non da intellettuali organici, non da intellettuali militanti.
Da cittadini che hanno idee.

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qualcuno salvi i salvatori di saviano (con piesse)

• mercoledì, giugno 23rd, 2010

Benedetta Tobagi scrive questo pezzo sul fatto che la copertina di Max, su cui campeggia una grande foto di Roberto Saviano all’obitorio in guisa di cadavere, è «un pessimo scherzo all’autore che si muove con fatica per un sentiero sottile e impervio: cercare di utilizzare la sua enorme popolarità e il suo indubbio carisma, per veicolare i contenuti di Gomorra e dei suoi contributi successivi» (su un meccanismo come questo io avrei qualcosa da dire, ma tacerò).

«Max», scrive la Tobagi, «rappresenta Roberto Saviano – un uomo di trent’anni, vivo, ma che da quattro vive penosamente sotto scorta, dunque assillato e accompagnato da un’ombra di morte – come se fosse già cadavere. E qui, davvero, ogni limite, non solo di pietas, ma anche di buonsenso, è andato in pezzi. Questa provocazione diventa un termometro per misurare la febbre dei tempi».

Chiedo scusa, però.
Fermi un momento.
Non entrerò nemmeno nel merito dell’argomento, né mi porrò il problema se sono oppure no d’accordo.
Mi limiterò a porre una domanda: questa.

Ma mentre veniva fotografato, Saviano era lì o era altrove?
È stato imbrogliato da qualcuno?
Qualcuno gli ha detto: scusa, Roberto, vieni qui che facciamo una foto su questo bel divano rosso e invece poi s’è ritrovato una foto su una barella da obitorio?
Saviano c’era?
Non c’era?
Era un fotomontaggio?

E se c’era, devo forse supporre – cosa che la Tobagi apparentemente non realizza essere implicita nel suo argomento – che Saviano è incapace di decidere per se stesso?

Perché – se era lì – il problema non è che ci sia qualcuno – un «cattivo»? – che non gli rende un buon servizio.
Il problema, se lui era lì a farsi quella foto, è che è lui e nessun altro colui che – per dirla con la Tobagi – ha «mandato in pezzi ogni limite non solo di pietas ma anche di buonsenso».

È lui che, eventualmente, non rende un buon servizio a se stesso. La mia opinione, da sinistra, è che non stia rendendo un buon servizio nemmeno a me. Ma questa è un’altra cosa.

Se lui era là a farsi fotografare, è lui e nessun altro che diventa un «termometro per misurare la febbre dei tempi».

E questo, per la miseria, è esattamente quel che penso io, e da un bel po’: che Saviano sia uno dei massimi protagonisti della «democrazia della paletta», quella in virtù della quale funziona il meccanismo della delega e non della rappresentanza; quella in virtù della quale la politica muore e al suo posto nasce la .

Se – come dice la Tobagi – la foto è «un termometro per misurare la febbre dei tempi», la fronte di Saviano scotta.

Piesse: su Facebook mi dicono – lo fa Giuseppe D’Emilio; e qui sotto nei commenti me lo dicono Cesare P. e  Giuseppe Sforza: grazie a tutti - che si tratta di un fotomontaggio.

In quel caso (dopo aver chiesto scusa a Benedetta Tobagi per aver scritto che pareva non rendersi conto del fatto che il suo argomento implicava che Saviano non è in grado di decidere per se stesso), la domanda che mi pongo è questa: che sia il caso, finalmente, di interrogarsi su chi sia – veramente - a dominare i meccanismi dell’«enorme popolarità» e dell’«indubbio carisma» che dovrebbero servire a «veicolare i contenuti di Gomorra e dei suoi contributi successivi»?

Che sia il caso di domandarsi, finalmente, se ha senso oppure no pensare che la tv e i giornali lascino uscire «i contenuti» di chi parla, se essi non sono allineati con ciò che la tv e i giornali vogliono esca?

E per essere chiari: non approvo assolutamente il fotomontaggio, e ci mancherebbe altro. Però, veramente: chi domina i meccanismi dell’enorme popolarità? A quali contenuti essi rendono servizio?

Sulla questione interviene anche Saviano in persona: il link è questo.

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