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Archivio della sezione 'cose che hanno un perché'

passati, presenti e futuri

• sabato, agosto 28th, 2010

Come si cambia, nella vita.
Questo è un passaggio di un pezzo di Roberto Saviano uscito il 17 aprile 2005 su Nazione indiana.
Non credo di avere male interpretato.

Sempre meno si riflette su quanto costa scrivere di certe cose ed in certi territori.

Anche guardando i giganti non ricevo conforto.

Rushdie ha subìto molteplici attentati, più di trenta persone sono morte in operazioni terroriste che avevano lui come obiettivo.

Ma Salman Rushdie ora può scrivere su qualsiasi giornale della terra, riceve stipendi e guardie del corpo.

Ciò che ha pagato e paga è ampia­mente ripagato.

O quantomeno confortato: «La mi ha concesso il maggiore eco possibile alle mie parole, mi ha reso uno scrittore libero, perché tutto posso dire e chiunque vuole può ascoltarmi».

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la casa dell’antimoralismo

• sabato, agosto 28th, 2010

Che bello il pezzo di Gad Lerner, oggi sulla Repubblica, a proposito dei «moralisti» nuovi nemici di Cl.

Ecco come li attacca Scola: «Diventa allora necessario liberare la categoria della testimonianza dalla pesante ipoteca moralista che la opprime riducendola, per lo più, alla coerenza di un soggetto ultimamente autoreferenziale».

(…)

Il percorso è chiaro: se la testimonianza si manifesta nell’osservanza religiosa, chi siamo noi per criticare i peccatori osservanti la pratica religiosa nella Chiesa che resta «santa al di là dei peccati, talora terribili, del suo personale»?

Il testo completo è qui.

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romiti e marchionne, che abisso

• sabato, agosto 28th, 2010

Riporto un pezzo dell’intervista che Cazzullo ha fatto sul Corriere di oggi all’ex amministratore delegato della Fiat Cesare a proposito del «lodo Marchionne» (il conflitto non c’è, siamo tutti fratelli però io ho sempre ragione).

Non sono d’accordo su tutto – e vorrei ben vedere! – ma qui c’è un’idea di relazioni industriali, di ruoli e funzioni. Oserei dire che c’è perfino un’idea di Stato (non con questo che io intenda dare a la statura di statista, tanto più che forse molto di quel che c’è ora cominciò con-grazie a lui).
Là, dalle parti di Marchionne, sembra di stare in un giardino dove un gruppetto di ragazzi si son bevuti le fole degli anni Ottanta e come se fossero in pieno trip da cocaina volessero liberarsi di tutte le zavorre che ostacolano il loro libero volo nei cieli blu dove non ci son lacciuoli. Zavorre tipo, per esempio, il peso del loro stesso corpo.

Ecco qui.

Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».

Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po’ più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana. Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».

Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la Fiom.
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».

Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».

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giornalismo e repressione

• sabato, agosto 28th, 2010

Vado su Repubblica.it, stamattina, e vedo che l’apertura riguarda l’incidente in cui, in provincia di Caltanissetta, sono morte quattro persone, fra cui il vice questore aggiunto della polizia stradale di Palermo e il padre.

Vado sul Corriere.it e vedo che l’apertura è sulla stessa notizia.

La notizia c’è; non ho intenzione di negarlo.
Ed è anche vero che è agosto.
Però lo stesso mi è venuto inevitabile farmi una domanda.

Perché le notizie di «nera» – ma soprattutto quelle relative agli – sono sempre state considerate (cinicamente, lo so) il «bene-rifugio» del giornalismo di provincia caduto in fiacca di notizie (in estate, per esempio), e adesso la nera e gli diventano le aperture dei nazionali?

Di sicuro la recente centralità del tema «straniero-meglio-se-irregolare-uguale-criminale-anche-in-macchina» ha prodotto c’è un effetto inerziale che ha spinto un po’ tutti a rifocalizzarci sul tema collaterale dell’incidente stradale.

Di sicuro, e forse ancora prima, c’era stata la smisuratamente lunga campagna sulle cosiddette «stragi del sabato sera», e conseguentemente l’attenzione era stata reindirizzata verso la questione dell’alcool e delle droghe.

Di sicuro – ripeto – è estate e le notizie scarseggiano.

Ma una cosa rimane vera, però.

Che l’idea di mondo che sta dietro a un giornalismo che tanto enfatizza  indotti dalla velocità o dalle droghe o dall’alcool, indipendentemente da tutto il resto (e cioè anche da tutti i buoni motivi che in questo possano eventualmente essere reperiti ed esaminati), è indubitabilmente un’idea che si presta a percorrere la strada della soluzione-panacea repressiva.

Corri troppo in macchina e fai un incidente? Cambiamo la legge in senso restrittivo, a meno che non ci siano tre corsie e non splenda il sole.

Hai preso droga? Estendiamo i test a tutti i conducenti professionali dei mezzi di trasporto.

Hai bevuto? Portiamo a zero i tassi alcolemici tollerati per chi guida.

Hai ucciso italiani e tu che guidavi eri straniero? Cambiamo il codice penale e alziamo le pene per l’omicidio colposo.

Magari sbaglio, però mi piacerebbe che non dico diecimila, ma almeno cento dei miei colleghi si fermassero un momento, un giorno, davanti alla loro tastiera,  e lasciassero per un momento stare le questioni di carriera, il collega che minaccia di far loro le scarpe, il direttore che pretende cose assurde, la fonte che pretende di dirti cosa scrivere, il vicino di banco che s’è lavato poco, il lettore che ti considera una merda troppo pagata e vuole insegnarti il tuo lavoro, la freelance con la vocina che non vede l’ora che tu vada fuori dai piedi per prendere il tuo posto e se può darti una mano a cadere volentieri si presta, l’editore che vuole censurarti, la tua vocina interiore che ti dice «sta’ attento a ciò che scrivi, ricordati che hai famiglia»…

Be’, mi piacerebbe che cento miei colleghi si fermassero, si guardassero intorno, tirassero un respiro e si domandassero ma che cosa sto scrivendo? Come sto gerarchizzando le notizie? Che mondo sto mettendo in luce? Cosa tengo in ombra? Quel che emerge dal mio lavoro è sufficientemente conforme a ciò che a occhio nudo si vede, oppure a poco a poco, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, titolo dopo titolo, sto creando un universo alternativo che è funzionale a qualcuno?

Voglio veramente questo?

Se la risposta è sì, tutto a posto.

Ma se è no, non sarebbe ora che recuperassimo il senso delle nostre carte deontologiche, il senso civile del nostro lavoro? Che ridessimo credibilità e valore alla nostra parola?

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gianna, il sesso, i figli e la natura

• giovedì, agosto 26th, 2010

Su Gianna Nannini e la sua , due parole ben centrate sull’argomento specioso della «naturalità»:

Cosa dovremmo fare, noi donne e uomini del XXI secolo, nei 45 anni che nel frattempo abbiamo guadagnato rispetto ad Adamo ed Eva e ai nostri bisnonni, se non sperimentare “nuove naturalità”?

Il testo integrale di Gennaro Carotenuto è qui.

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quella sporca decina

• mercoledì, agosto 25th, 2010

Occhio alla quantificazione dei «giacigli» (e alla nazionalità dei denunciati).

POLIZIA MUNICIPALE. NUOVO INTERVENTO AL (…): DUE DENUNCIATI

25/08/2010
Gli agenti della Polizia municipale hanno effettuato questa mattina un nuovo intervento contro le occupazioni abusive nell’area del (…).

Scoperti all’interno due cittadini rumeni di 50 e 47 anni, denunciati all’Autorità Giudiziaria per invasione ed occupazione abusiva.
Individuati anche una decina di giacigli, alcuni apparentemente utilizzati di recente.

Gli interventi di prevenzione e controllo proseguiranno nei prossimi giorni, anche per verificare che le disposizioni contenute nell’ordinanza del Sindaco vengano rispettate dalla proprietà.

Come scrivevo qui, il numero magico di dieci ha un suo perché: in assenza di quella «decina di giacigli», la denuncia può essere presentata esclusivamente dal proprietario dell’area.

In questo modo, invece, si può rientrare nella procedibilità d’ufficio. Per dimostrarlo, ecco l’articolo 633 del codice penale:

Invasione di terreni o edifici
Chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due anni o con la multa da lire duecentomila a due milioni.
Le pene si applicano congiuntamente, e si procede d’ufficio, se il fatto è commesso da più di cinque persone, di cui una almeno palesemente armata, ovvero da più di dieci persone, anche senza armi.

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la retorica del «furbetti» (in funzione salva-furboni)

• mercoledì, agosto 25th, 2010

Che tutto sia ordinato, pulito.
Niente «», come va di moda dire.
E il diminutivo è quanto di più appropriato io riesca a immaginare, giacché i «furboni», quelli con l’accrescitivo, noi siamo ben disposti a perdonarli, perbacco, qualunque cosa abbiano fatto, facciano o stiano per fare. Tanto più che – ecchessaramai – i «furboni» molto spesso siamo proprio noi…

POLIZIA MUNICIPALE: CONTROLLI IN CORSO NEGLI ALLOGGI AGEC DI VIA TUNISI

25/08/2010
Gli agenti della Polizia municipale e i tecnici dell’Agec stanno effettuando in questi giorni i controlli nel complesso abitativo di via Tunisi, per verificare il corretto utilizzo di abitazioni, garage e cortili comuni. Le verifiche nei 160 alloggi termineranno nei prossimi giorni.

Al momento, negli appartamenti, è stata riscontrata una sola irregolarità: in un alloggio, infatti, era presente un numero di persone superiore rispetto a quello dichiarato all’Agec, che ha perciò iniziato i relativi accertamenti.

Nel parcheggio interno e nei garage sono stati controllati 31 veicoli in sosta, tra auto e motorini. Gli agenti hanno rilevato la presenza di un’auto parzialmente bruciata e di un Suv privo di targa. Da accertamenti attraverso il numero di telaio, la Polizia municipale ha individuato il proprietario e scoperto che è in corso una procedura di esportazione.
L’Agec quindi notificherà una diffida per la rimozione dei due veicoli. Altre sei auto sono risultate prive di copertura assicurativa

L’ostinazione.
L’ostinazione mi dà il senso di un rastrellamento.

Una sola irregolarità, è stata scoperta. Vien quasi da dire che peccato, per la miseria.
Come sarebbe stato bello che le irregolarità che abbiamo scovato fossero state di più.

Per fortuna abbiam trovato «un’auto parzialmente bruciata e di un Suv privo di targa»!
Questi poveri, eh?
Bruciano il bendidio e c’hanno addirittura un suv privo di targa.
I nostri suv la targa ce l’hanno, eh. Noi siamo a posto. Noi.

«Altre sei auto sono risultate prive di copertura assicurativa».
State attenti, voi che siete un po’ periferici; i nostri occhi son dappertutto.
Guardiamo lungo i contorni, noi.
Al centro no.
Guardare al centro ci fa difficoltà.
Meglio le ambientazioni periferiche, per noi.

«La gente nòva e i sùbiti guadagni» vanno bene.
La finta aristocrazia del denaro è perfetta.
L’imprenditoria spregiudicata va più che bene.

Sono i poveri, le puttane, gli stranieri, le case Agec e i , – «etti» – quelli che ci dàn noia.
Siamo fatti così, noi.
Siamo i migliori.

(citazione da qui)

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manoscritti? solo se richiesti

• martedì, agosto 24th, 2010

Leggevo di recente un libro edito dalla Feltrinelli, presentato a festival e mostre di grande importanza.

C’erano errori di consecutio temporum e molti refusi, e già questo mi ha fatto impressione.
Quel che però mi ha colpita di più è stata l’assoluta inconsistenza interna delle tesi enunciate (non era un testo di narrativa), la totale disorganicità delle parti di cui il testo si componeva, l’assenza frequente delle fonti a cui l’autore aveva attinto per i virgolettati, la non paragonabilità fra le cifre che, relative a quantità disomogenee, venivano fornite con lo scopo apparente di consentire il confronto tra situazioni differenti.

A questa pagina web si legge questo:

Manoscritti
Al momento non prendiamo in esame manoscritti non richiesti.

La cosa non mi pare significativa solamente per il fatto che, dunque, un libro così approssimativo può essere stato pubblicato solo perché qualcuno l’ha espressamente richiesto, in virtù – ne deduco – della fama acquisita altrove dal suo autore, o dell’ampiezza delle sue relazioni.

Mi sembra curiosa anche perché uno dei pezzi più autorevoli e cospicui dell’ italiana dice in sostanza che non gli interessa minimamente promuovere la diffusione di cose nuove e di libri nuovi, ma preferisce – come dire? – andare sul sicuro, facendo lavorare su commissione gente che conosce già.

Ci sono molti modi per definire una scelta di questo genere (ancorché temperata da un complemento di tempo – «al momento» – che già ricordo di aver letto nel 2005).
Non ne voglio usare neanche uno, perché quel che mi interessa dire è che ne viene fuori una verità spiacevole che ai più sembrerà magari ovvia e comprensibile.

Questa: che chi è dentro è dentro, e non importa se scrive libri bruttini, perché la fama e le relazioni della casa editrice e dell’autore farà far loro molta strada.
E chi è fuori è fuori.

Niente di grave, per carità.
Soprattutto, forse: niente di nuovo.

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il chirurgo plastico e la città-fondale

• lunedì, agosto 23rd, 2010

In piazza Bra, nella mia città, c’è un anfiteatro edificato nel primo secolo dopo Cristo.
In origine non era così «nudo»; aveva un secondo anello, aveva decorazioni.
Ogni singola pietra di cui è composto è stata presa in mano e collocata in situ da mani di uomini di venti secoli fa che hanno faticato molto, immagino, affrontando pioggia e sole, e sollevando leve e manovrando argani.

Ogni pezzo è stato scelto da occhi e da mani di persone che vissero duemila anni fa. Ci son volte che a guardar quelle pietre mi domando – lo so: è un’idiozia – se quelli che le hanno messe là, una di fianco all’altra e una sopra l’altra, erano più simili ai veneti di oggi o ai romani di oggi, o se non c’entravano niente né con gli uni né con gli altri; se erano già un po’ rabbiosi con gli estranei o no…

Mi domando se il clima meteorologico era tanto diverso da ora. Come venivano pagati quegli operai. E se venivano pagati. Cosa s’aspettavano dalla vita. In quale parte di questa città vivevano, che rapporti avevano gli uni con gli altri.
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invalsi, voce del verbo «(in)valere»

• lunedì, agosto 23rd, 2010

Su , nord-sud, test Invalsi e bufale sulla meritocrazia, segnalo quest’intervento di Marina Boscaino che mi pare interessante.

Eccone un passaggio:

(…) la rappresentazione del dislivello tra la del Nord e quella del Sud proietta scenari in cui muoversi in senso devolutivo e di premialità alle regioni più ricche: sarà un gioco da ragazzi, nella rozza visione del sistema dell’istruzione che chi ci governa sta dimostrando.

Lo penso anch’io.
E la cosa fantastica è che ad essere d’accordo con quella strategia sarà proprio chi meno t’aspetti.

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per favore, aiutatemi a capire

• martedì, agosto 17th, 2010

Lavoro in un quotidiano e vengo pagata quanto prevede il contratto nazionale di lavoro giornalistico; comunque meno dei miei colleghi assunti prima di me, perché il costo del lavoro giornalistico è andato via via diminuendo.

precaria

Prima di lavorare qui ho lavorato in tantissimi giornali: nella maggior parte dei casi ci ho lavorato con contratti a termine anche brevissimi, ma in alcune situazioni avevo qualche responsabilità.
Per lavorare ho fatto in macchina 350 mila chilometri in sette anni; durante quei sette anni di vita precaria e raminga – giornali a Belluno, Parma, Forlì, Trento, Rovereto, Vicenza… – ho avuto un figlio, che per lavorare ho lasciato a casa con mia madre e (quando non era al lavoro, anche lui fuori città) a mio marito.

di corsa

Facevo avanti e indietro in macchina con la pioggia e la nebbia, in estate e in inverno, e senza alcuna garanzia di assunzione.
Il preavviso con cui mi chiamavano era di uno o due giorni; la decisione se accettare o meno andava presa in pochi minuti, indipendentemente dalla distanza del luogo in cui mi proponevano di lavorare.

fiducia

Ma avevo il fisico, forse.
E credevo nel lavoro che facevo.
E credevo in me stessa.
E avevo fiducia.
E pensavo che ci fosse un senso.

qui

Quando mi è stato proposto un contratto a termine nella mia città, ero caporedattrice di un piccolo quotidiano romagnolo, e mi sono licenziata da un contratto a tempo indeterminato.
Ho scelto di stare più vicina a mio figlio, anche se – lavorando in una redazione dove si andava a casa molto tardi, a volte anche alle due di notte – la vicinanza a mio figlio è sempre stata un concetto relativo.
E poi, mi andava di vedere cos’aveva questa città da offrire a me.

stanca

Perché scrivo questo?
Perché sono stufa.
Agra.

spiego

Di che?, uno si potrebbe domandare.
Lo voglio spiegare.

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