Archivio della sezione 'libro'
• sabato, agosto 14th, 2010
La verità, penso, è che le relazioni fra le persone hanno molti colori, ed è impossibile viverne di monocromatiche. Credo che la vita sia fatta così, e che si debba solo prenderne atto.
Un signore che si chiama Rossano Scaccini ha letto il romanzo «Due colonne taglio basso».
Il libro gli è piaciuto.
Mi ha scritto per dirmelo, ed è stato così gentile da volermi addirittura intervistare per il suo blog.
Grazie.
Dall’intervista viene fuori una tipa che a me sta simpatica.
Ecco.
L’ho detto.
Ps. Il titolo è falso: non sono né ragazza, né semplice.
Però dirlo fa tanto diva.
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• venerdì, agosto 6th, 2010

Scopro adesso questa cosa che il sito Bookybooky ha dedicato a Due colonne taglio basso.
Non so chi abbia scritto questa recensione, pubblicata accanto a un commento su «Il corpo delle donne» di Lorella Zanardo; chiunque sia, lo ringrazio di cuore per la profondità del suo sguardo.
Leggere questo giallo significa farsi una buona idea di tutto ciò che c’è prima del nostro quotidiano o del nostro telegiornale, e dato che l’informazione è uno dei temi con cui prima o poi ogni cittadino consapevole deve confrontarsi, Due colonne taglio basso è un buon modo per cominciare. Come quando si decide di studiare Picasso e si inizia col guardare i suoi primi quadri.
In Due colonne taglio basso c’è l’energia del male banale della Arendt, la furbizia crudele di quegli italiani che calpestano i voti dei cittadini e le debolezze del sistema, i maiali che vogliono tutto presto, senza fatica né galera né iva.
E questo ritratto non è esplicito, Due colonne taglio basso è un giallo e tale resta, non ci sono pagine di denuncia, o j’accuse nascosti o stream of consciousness subliminali: c’è la realtà, che poi è il campo del giornalista, che poi il mestiere di Federica Sgaggio.
La recensione completa è anche qui.
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• sabato, luglio 3rd, 2010
Tornando dal lavoro, mi sono accorta davanti al portone che avevo dimenticato le chiavi di casa.
Ho chiamato Marco, che era fuori con Giovanni a prendere un aperitivo dai nonni.
Lui si è sincerato che avessi con me il libro che sto leggendo – il finora bellissimo, asciutto, autentico, poetico e denso «Falling out of heaven» di John Lynch (uno dei due autori che in giugno ero andata a sentire a Dublino), e mi ha consigliato di aspettarli facendo quel che a volte faccio già per conto mio: sedermi a leggere sulla scalinata del municipio.
Il marmo era rovente, e ho dovuto fare attenzione a non far «cucinare» il prosciutto crudo, lo yogurt e il formaggio che avevo comperato: così li ho impilati, precari, sul sacchetto del pane.
Ho letto cose molto belle, nelle prime pagine della storia di quest’uomo che viene ricoverato in una clinica per disintossicarsi dall’alcool, e da quel letto ripensa a sé e alle sue relazioni.
Ambientare un romanzo in quella situazione logistica ed emotiva è forse uno dei modi più facili per scrivere cose lente, flaccide e noiose.
Ecco. Sbagliato.
Questo libro è rapido, incisivo, emotivamente carico senza essere pesante.
Continue reading ‘uomini e donne (leggendo lynch sulle scale)’
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• giovedì, aprile 22nd, 2010
Sono andata in libreria a sentire Luigi Bernardi parlare del suo romanzo «Senza luce» (che consiglio).
La serata è stata carina.
Le file dalla seconda in poi erano occupate dal parterre che ci si aspetta in simili occasioni.
La prima fila era fantastica: una tipa d’una certa età che dormicchiava; un’altra con un cappello da baseball; e un ragazzo anch’egli a testa coperta.
Il ragazzo, sentito che Bernardi parlava del bar di cui ha scritto nel suo libro, gli ha fatto una domanda: «Scusi, io il libro non l’ho ancora letto: però mi spiega cosa c’entra il bar?».
Aveva l’aria di volerglielo chiedere in tutt’un altro modo – tipo «ma che cazzo c’entra il bar col tuo fottuto libro? Cazzo vuoi sapere, tu, dei bar?» – però non ho capito perché.
Reduci come eravamo da alcune considerazioni intorno all’insensatezza della scrittura come missione, o come terapia, o come modo per cambiare il mondo, a me quei tre tipi son piaciuti un casino.
E la torta alla fine della presentazione era spaziale.
Alla fine, fuori dalla libreria è passato un tipo che vende fiori, e ho preso una rosa rossa per Marco.
Poi è passato un ragazzo brasiliano – neanche male, ma un po’ fuori – che chiedeva soldi, «anche un centesimo», ma se n’è andato danzellando con l’unica cosa che uno di noi chiacchieranti è stato disposto a dargli, cioè una sigaretta.
Sono tornata a casa prima che fosse troppo tardi.
Non dico di orario.
Dico prima che mi venisse da pensare che Verona è una grande metropoli.
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• martedì, aprile 20th, 2010
Grazie a Rita e alle ragazze del Circolo della Rosa, al mio prof di chimica del liceo che non m’aspettavo di vedere, a Nadia e Pietro, a Miriam, a tutti quelli che sono venuti là per me.
Grazie soprattutto ai due giovanissimi – un ragazzo e una ragazza – che nessuno di noi conosceva, ed erano carinissimi, seduti là in fondo.
Mi è piaciuto ascoltare e parlare.
A presto.
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• martedì, aprile 20th, 2010
A Verona, oggi pomeriggio alle sei, nella sede di via Santa Felicita 13 (vicino al liceo Maffei), il Circolo della Rosa (telefono 045-801.02.75) organizza un incontro con me sul mio “Due colonne taglio basso”, romanzo noir che, edito dalla Sironi, parla delle conseguenze di un omicidio in una redazione, accende una lucina su spiccioli di vita urbana e di potere di provincia, e racconta anche di un amore vietato, impensabile e indicibile. Introduce Rita Di Giuseppe.
Forza, venite. Mi fa piacere parlare con le persone.
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• martedì, aprile 13th, 2010
Segnalo un bellissimo pezzo uscito oggi sull’Arena a recensione del Suddito, romanzo di Heinrich Mann, fratello del più famoso Thomas, edito dalla Utet.
Il romanzo fu scritto nel 1914 e originariamente pubblicato nel 1919.
La versione integrale dell’articolo – che merita, lo giuro, e si deve a Stefano Biguzzi – è qui.
Un passaggio:
L’«eroe» del romanzo, Diederich Essling, è un piccolo borghese di provincia, ubriaco di nazionalismo e pronto a tutto pur di guadagnare i gradini più alti della scala sociale, un personaggio tragicamente grottesco che ha come unica morale il proprio tornaconto e la propria affermazione, un prepotente aggressivo e vigliacco al tempo stesso, sempre pronto ad angariare i suoi sottoposti, ma costretto a subire i colpi di chi lo sovrasta, un suddito che si annulla nella gerarchia, nell’idolatria dell’ordine, che «nel rigore e nella repressione non vede una triste necessità per passare a più umane condizioni di vita, ma il senso stesso della vita».
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• lunedì, marzo 22nd, 2010
Scrivo sotto un’alterazione di temperatura emotiva.
Ho appena finito di leggere «Trilogia della città di K.» di Agota Kristof.
Da molto tempo non leggevo un libro a morsi; questo l’ho fatto a brandelli, l’ho masticato, ne ho sputato pezzi, l’ho imbevuto nel latte quand’era troppo duro.
In giro ho letto che si tratta di una storia di guerra; della storia di due fratelli devastati dalla guerra.
A me sembra che la guerra di cui la Kristof scrive sia semplicemente la vita.
I tre distinti romanzi di cui si compone la trilogia sono molto diversi fra loro, ma la mano sicura con cui la loro composizione architettonica è stata creata non parla di studio ingegneristico: parla di alchimia carnale.
Il primo, «Il grande quaderno», è come una grandissima lama che entra molto affilata nel burro senza alcuno sforzo.
Lo leggi senza pause, il coltello trapassa il burro, e poi ti accorgi che il burro era la tua pancia.
Scritto alla prima persona plurale, voce narrante una e bina, sembra acqua e quando è scesa nello stomaco ti rendi conto che era arsenico.
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• venerdì, marzo 5th, 2010

Quando Nazione indiana parla di «opere di qualità» e di «autori e testi di qualità», di quali opere e di quali autori e testi parla? In quale modo, con quali criteri, ed eventualmente con quali procedure e attraverso quali concorsi ed esami, eccetera, Nazione indiana distingue le «opere di qualità» dalle opere che non sono tali, gli «autori e testi di qualità» dagli autori e dai testi che non sono tali? In subordine: in che cosa consiste la «qualità» delle opere, degli autori e dei testi?
E poi (il neretto è mio, ndr):
Quando Nazione indiana domanda se «nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia [...] gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro», qual è il preciso significato che essa assegna qui al sostantivo «scrittori»? Ovvero: con quali criteri Nazione indiana distingue chi è «scrittore» da chi non è tale?
In subordine: Nazione indiana ritiene che gli «scrittori», qualunque sia il significato da essa qui assegnato alla parola, abbiano in quanto scrittori, una particolare cosa «loro» da dire? Se sì, quale? Infine: se Nazione indiana ritiene che vi sia una «oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia», come spiega essa il fatto che molti cittadini italiani ritengono invece che non vi sia alcuna «crisi» in atto, tantomeno «oggettiva e evidente»?
Da qui, con riferimento a quest’altra cosa.
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• giovedì, marzo 4th, 2010

«Con la caduta del Muro di Berlino del 1989 si chiude un secolo, il XX, ma si apre uno spazio, un “vuoto narrativo”, che copre gli anni fino all’11 settembre del 2001, quando il crollo delle Torri Gemelle segna l’ingresso nel nuovo millennio.
In questa parentesi storica, in questo iato fra i due secoli, appare una nuova generazione, la cosiddetta Generazione X descritta da Douglas Coupland nell’omonimo libro, che è priva di un “romanzo collettivo” intorno al quale strutturare la propria vita sociale».
E ancora:
«Kate è insomma uno “scoubidou” sociale che intreccia, come tanti fili di plastica, i valori dell’epoca: la giovinezza, la magrezza, la velocità, la trasgressione, la capacità di impersonare un ruolo e di captare l’attenzione.
Questo elemento camaleontico è ciò che per (Christian) Salmon (il sociologo di Storytelling, ndr) caratterizza il neo-liberalismo. Se prima era bello quello che durava, ora si ama solo ciò che cambia, ciò che muta.
(…)
Il neo-liberalismo, infatti, ci vuole strateghi di noi stessi: non è tanto o solo il talento a valorizzarci, ma la capacità di fare un uso strategico delle nostre emozioni, dei nostri corpi, dei nostri desideri».
Stenio Solinas, da qui.
Il libro di cui si parla è «Kate Moss Machine», edizioni La Découverte, 134 pagine.
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• giovedì, febbraio 25th, 2010
Oggi pomeriggio alle sei, alla Fnac di via Cappello 34 a Verona, Giulio Mozzi parlerà del suo pamphlet «Corpo morto e corpo vivo, Eluana Englaro e Silvio Berlusconi».
Il volumetto, edito da Transeuropa, è un serissimo libro-provocazione con il quale si mettono arditamente a confronto due differenti – e quanto! – ipotesi di santificazione di corpi alterati e trasfigurati dalla techne.
A introdurre l’incontro sarà Silvana Rigobon, che discuterà con l’autore e stimolerà il dibattito.
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