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Archivio della sezione 'libro'

indiani, scrittori, qualità e piccoli empirei

• venerdì, marzo 5th, 2010

Quando Nazione indiana parla di «opere di qualità» e di «autori e testi di qualità», di quali opere e di quali autori e testi parla? In quale modo, con quali criteri, ed eventualmente con quali procedure e attraverso quali concorsi ed esami, eccetera, Nazione indiana distingue le «opere di qualità» dalle opere che non sono tali, gli «autori e testi di qualità» dagli autori e dai testi che non sono tali? In subordine: in che cosa consiste la «qualità» delle opere, degli autori e dei testi?

E poi (il neretto è mio, ndr):

Quando Nazione indiana domanda se «nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia [...] gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro», qual è il preciso significato che essa assegna qui al sostantivo «scrittori»? Ovvero: con quali criteri Nazione indiana distingue chi è «scrittore» da chi non è tale?

In subordine: Nazione indiana ritiene che gli «scrittori», qualunque sia il significato da essa qui assegnato alla parola, abbiano in quanto scrittori, una particolare cosa «loro» da dire? Se sì, quale? Infine: se Nazione indiana ritiene che vi sia una «oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia», come spiega essa il fatto che molti cittadini italiani ritengono invece che non vi sia alcuna «crisi» in atto, tantomeno «oggettiva e evidente»?

Da qui, con riferimento a quest’altra cosa.

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kate e l’uso strategico di emozioni e corpi

• giovedì, marzo 4th, 2010

«Con la caduta del Muro di Berlino del 1989 si chiude un secolo, il XX, ma si apre uno spazio, un “vuoto narrativo”, che copre gli anni fino all’11 settembre del 2001, quando il crollo delle Torri Gemelle segna l’ingresso nel nuovo millennio.
In questa parentesi storica, in questo iato fra i due secoli, appare una nuova generazione, la cosiddetta Generazione X descritta da Douglas Coupland nell’omonimo , che è priva di un “romanzo collettivo” intorno al quale strutturare la propria vita sociale».

E ancora:

«Kate è insomma uno “scoubidou” sociale che intreccia, come tanti fili di plastica, i valori dell’epoca: la giovinezza, la magrezza, la velocità, la trasgressione, la capacità di impersonare un ruolo e di captare l’attenzione.
Questo elemento camaleontico è ciò che per (Christian) Salmon (il sociologo di Storytelling, ndr) caratterizza il neo-liberalismo. Se prima era bello quello che durava, ora si ama solo ciò che cambia, ciò che muta.
(…)
Il neo-liberalismo, infatti, ci vuole strateghi di noi stessi: non è tanto o solo il talento a valorizzarci, ma la capacità di fare un uso strategico delle nostre emozioni, dei nostri corpi, dei nostri desideri».

Stenio Solinas, da qui.
Il di cui si parla è «Kate Moss Machine», edizioni La Découverte, 134 pagine.

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corpo morto e corpo vivo a verona

• giovedì, febbraio 25th, 2010

Oggi pomeriggio alle sei, alla Fnac di via Cappello 34 a , Giulio Mozzi parlerà del suo pamphlet « morto e vivo, Eluana Englaro e Silvio Berlusconi».

Il volumetto, edito da Transeuropa, è un serissimo -provocazione con il quale si mettono arditamente a confronto due differenti – e quanto! – ipotesi di santificazione di corpi alterati e trasfigurati dalla techne.

A introdurre l’incontro sarà Silvana Rigobon, che discuterà con l’autore e stimolerà il dibattito.

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ogni promessa è debito

• venerdì, febbraio 19th, 2010

Ieri sera a Levico avevo promesso che avrei raccontato la storia di com’era successo che era stato pubblicato; invece, poi, trascinata dal ritmo della chiacchierata con Claudia Boscolo, non l’ho fatto.
Per rimediare, copio qui sotto una delle pagine che su questo blog ho dedicato al : è la pagina che spiega quei fatti che ieri sera non sono riuscita a spiegare.

Tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, il mio manoscritto l’avevo spedito a nove editori. A gruppi di tre al mese, però: per evitare di dover sopportare emotivamente nove no verosimilmente tutti insieme.
C’è stato anche chi ha risposto «no, grazie, la storia è meravigliosamente spaziale ma non è confacente alla nostra linea editoriale» sette giorni sette dopo che avevo inviato il manoscritto… Una velocità che mi è sembrata più sospetta che meritoria.

Comunque. È andata così.
Ho un amico, di quelli cari e di poche , che si chiama Carlo e ha appena avuto un figlio, il suo terzo, che si chiama Lorenzo. Parecchio tempo fa gli avevo fatto leggere il manoscritto, che gli piacque a tal punto da invitarmi a casa sua a pranzo, per mangiare un piatto di pasta del quale mi sembra, a memoria, di non poter dire questo gran bene.

Un giorno, mi manda un sms: «Spedisci la tua storia», c’è scritto, «a , Sironi editore, via Mercalli 14, Milano». «Ma questo Mozzi tu lo conosci?», gli domando. «No», mi risponde. «Digli che il nome te l’ha dato Monica».

Carlo è uno di cui mi fido, e dunque eseguii senza chiedere altro, spedendo al decimo editore nella persona di . Era un giorno di marzo del 2006.

Il 9 novembre 2006, di ritorno da un’assemblea di redazione, stavo mettendo le forchette a tavola per il pranzo quando suonò il telefono di casa. Era il Mozzi. Che mi diceva di essersi divertito moltissimo a leggere il manoscritto; che i personaggi erano perfidi; che la storia gli era piaciuta. Io pensavo che fosse un mio amico che mi stava prendendo in giro, ma invece no.

Appena messa giù la cornetta – no: appena dato un urlo di gioia – ho mandato a Carlo un sms per chiedergli – io non lo ricordavo più: erano passati otto mesi! – se era Mozzi la persona di cui mi aveva detto lui. Sì, era lui. E la cosa era nata così. Un giorno, Carlo ascoltava alla radio Fahrenheit. Una ragazza chiedeva se qualche ascoltatore aveva un di Simone Weil che lei aveva prestato senza mai riaverlo, e ora non veniva più ristampato.

Carlo l’aveva, e telefonò. Sentito che questa ragazza – Monica – lavorava in una casa editrice, Carlo si ricordò della storia che gli avevo fatto leggere, e le chiese se poteva dargli il nome di una persona a cui io potessi indirizzare il manoscritto. Lei fece il nome di Mozzi.

Ecco tutto.
Al di là di come andrà il – e io spero che andrà bene, com’è ovvio – sono la testimonianza vivente del fatto che non pubblicano solo i raccomandati.
E prima che qualcuno storca il naso: Carlo lavora nelle Fs.

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oggi qui (domani là, cioè di nuovo a casa)

• giovedì, febbraio 18th, 2010

Oggi alle 18.30 Claudia Boscolo, co-fondatrice del progetto PrecarieMenti (lo spazio virtuale dei lavoratori sottosalariati e senza tutele), parlerà con di «Due colonne taglio basso» al ristorante Boivin, in via Garibaldi 9 a Levico Terme (Trento), dove comincia giusto oggi una rassegna – «I giovedì letterari del Boivin», appunto – che Claudia ha organizzato insieme a Luca Giudici.

Nelle prossime tre serate, Enrico Hunterholzner, Laura Liberale e Heman Zed.

Non è per tirarmela, ma come ho già scritto su Facebook le Ferrovie dello Stato organizzano per l’occasione treni speciali e thermos di caffè. Qualche posto sui pullman, poi, dovrebbe esserci ancora.

Un giorno – ne sono certa – Bruno Vespa mi intervisterà e mi chiederà perché la devo sempre buttare in vacca.
Cioè. Non dirà esattamente così; troverà delle altre , più carine.
Anche perché le uniche domande che Vespa potrebbe mai farmi sarebbero, in un futuro lontano lontano, quelle casuali che si fanno i vecchi che vivono nello stesso ospizio, allo stesso tavolo, a giocare a ramino con mani tremanti.
E se tremano le mani figuriamoci le .

Ma che bella immagine piena di vita…

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giallo? che bvutto colove lettevavio

• martedì, febbraio 16th, 2010

Ho come capito una cosa: che il fatto che da qualche parte sulla copertina di «Due colonne taglio basso» ci fosse scritto che quello era un giallo mi ha proprio fatto del male.
Non dentro; intendo che non mi ha mica ferita.
Solo che leggere questa cosa che si tratta di un giallo ha autorizzato i più fini fra gli esegeti metropolitani e provinciali a considerarlo una cosetta che, sì, vabbè, insomma, c’è già stato Scerbanenco, e comunque il noir italiano ha fatto il suo tempo, e in ogni caso che palle sto nordest, ah, tratta di ?, ma dai!, veramente?, eh, in effetti le persone son curiose di come funziona nei giornali, comunque c’è già Carlotto, non capisco che bisogno ci sia, e poi c’è una pletora di minus habentes che si cimenta col genere…

Eppure, a parte la storia, c’è anche un modo di scrivere, dentro.
Ci sono scelte.
Ci son giri di frase.
C’è una sintassi.
Ci son dei dialoghi.
C’è la scelta di , ci sono ritmi.
Ci sono cose che succedono e significano.
C’è la famiglia; ci son padri e madri; ci sono amori non rosa né rosé; c’è costume; c’è incesto; c’è aborto; c’è relazione di potere; c’è il rapporto femminilità-virilità; c’è uno scenario; ci son vite, personaggi, luoghi; ci sono corpi e segnali.
Ma niente.

«Ah, ? Eh, interessante». Tutto spostato sul contenuto, come se fosse una specie di articolo di giornale.
Alcuni, addirittura, spiegano che «fare noir, oggi, significa cedere alle sirene del mercato e andare alla ricerca dei grandi numeri».
Vai a dirgli che t’è venuto così di ammazzare qualcuno sulla carta.
No, quelli raffinati non possono proprio vedere un sulla cui copertina c’è scritto «giallo» (o noir) qualcosa di diverso da «Novella 2000».
Ti guardano con un’arietta tipo «oddio, forse questa mendicante vorrebbe confondersi con che c’ho tutta questa bella ariosa, complessa, stratificata, classica, scolpita, ruvida ed elegante, scabra eppure fiorita, uno con la mia classe cos’ha da spartire con questa tipa che ha scritto un giallo? I nostri son romanzi veri, con ferite dell’anima, non han mica bisogno di coltelli per alludere alle ferite».
E se poi provi a dire che nella cosa che hai scritto c’è più che un giallo, beh, ti dicono «ah, chissà come mai non c’è mai nessuno che dice che ha scritto solo un giallo: cos’è? Vi vergognate?».

I livelli differenti di lettura ce li hanno solo le loro cose, anche se sono cose «gialle».
In effetti sono cose loro, e le cose loro hanno per definizione diversi livelli di lettura.
Tutto il resto è edificato a un solo piano.
Piano terra.
Ovvio.
Savàsandìr.

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cronaca semiseria di una disperante débâcle

• mercoledì, febbraio 10th, 2010

Per le mie letture è un periodo strano.
Veramente è un periodo strano per qualunque cosa abbia a che vedere con .
Comunque, per limitarmi ai , sta succedendo questa cosa strana.
Va bene che – come tutti i pigri dentro – dopo aver letto «Come un romanzo» di Pennac avevo finalmente capito che interrompere la lettura di un che non piace è un diritto di qualunque lettore.
Però, insomma…

Qualche mese fa, dopo aver speso un paio d’anni e forse più ad acquistare e leggere quasi esclusivamente in inglese, a parte i volumi italiani da considerarsi «capitali», ho deciso di fare una comperata di italiani; ultime uscite, o comunque recenti.
Un po’ di tutti i tipi: di genere, romanzi di formazione, volumetti mainstream, antologie, capolavori annunciati, tomi alti alti, librini esili scritti in 14, sedicenti romanzi.
Apocalittici e integrati, insomma.

Ne ho cominciato uno.
Bello. Che bella frase.
Una bella frase ti fa appassionare a uno scrittore, fa nascere un sentimento.
Ma dopo la bella frase ci sono non frasi brutte – che sarebbe ancora niente – ma frasi insignificanti, gorgheggi sonori.
Niente trama.
Ok.
Chiudo il .
Passo a un altro.

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una notte importante, un cuore molliccio e un piedino

• martedì, gennaio 19th, 2010

A un certo punto, non c’era più quel grigio incolore che azzera le ombre; quella specie di cosa fumosa che è parente della nebbia e delle nuvole insieme.
All’improvviso lungo la strada da a Belluno, ieri, il cielo è diventato azzurro.
A mano a mano che procedevo, la sfumatura dal blu al rosa diventava sempre più evidente.
C’era uno spicchietto di luna, anche.
A sinistra, non tanto in alto.
Con la stellina luminosa un po’ sotto.
Poi ho visto le montagne con la neve.
Erano bianche ma anche un pochino rosa.
Un pochino.
Non mi piacciono le montagne.
Ma quelle montagne io le ho viste per la prima volta quando nella mia pancia c’era Giovanni.
Andavo a lavorare a Belluno, ero nel mio periodo rap, e tenevo la musica a volume altissimo.

Credevo di aver dimenticato tutto, ma ieri – a mano a mano che mi avvicinavo alla città, dopo l’uscita dall’autostrada A27 – ogni edificio e ogni curva tornava a occupare il posto che aveva avuto nella mappatura dello spazio della mia vita.

Un secolo fa, o tre ore prima.
Io ero di nuovo quella donna là, eppure ero ancora la donna che sono ora.
M’è venuto in mente che è stato proprio là a Belluno che una notte accadde una cosa importante.

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belluno, o cara (w la michi)

• lunedì, gennaio 18th, 2010

(Io non sono ancora sicura di aver scritto un giallo o un noir, ma mi sa che a questo punto fa lo stesso. È che a volte può anche succedere che una donna si accorge tardi delle cose…).

(Ps. Grande notizia: se trovo le orecchie da Minnie della fotina del mio profilo in Facebook, metto quelle).

(Ri-ps: ho letto velocemente, ma ci torno – mi sa – un superpostone qui che mi spiega la rava e la fava del e del blogger con un sacco di fonti linkate. Mmh).

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un libro che brucia

• giovedì, gennaio 14th, 2010

Mi guardava dallo scaffale della libreria, stamattina.
«Lettera di una sconosciuta» di Stefan Zweig è un che brucia.

«A te, che mai mi hai conosciuta», si leggeva in alto, a mo’ di apostrofe, di intestazione. (…) Ed egli si mise a leggere:
Ieri il mio bambino è morto. (…) Per tre o quattro ore ho ceduto al sonno su quella seggiola rigida, e nel frattempo la morte se l’è portato via. (…) Non ho il coraggio di guardare, non ho il coraggio di muovermi, perché quando la fiamma delle candele vacilla, sul suo volto e sulla sua bocca serrata si rincorrono le ombre, ed è come se i suoi lineamenti si animassero, e mi verrebbe quasi da pensare che non è morto, che può risvegliarsi e dirmi qualcosa di puerilmente affettuoso con la sua voce argentina. Ma io lo so, è morto, non voglio più guardare da quella parte, per non lasciarmi prendere ancora una volta dalla speranza, per non ritrovarmi ancora una volta delusa. (…) Non aver paura delle mie : una morta non vuole più nulla, non vuole amore, né compassione né conforto”.

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lo stile e le storie

• lunedì, gennaio 11th, 2010

Ascoltando The Angel Share di Ailie Robertson con una tazza di latte bollente mescolato a miele e whisky del Connemara – parola d’onore: non una cazzatina qualunque – per cercare di limitare i danni di un raffreddore da panico che spero non si abbassi a gola e bronchi, riflettevo su una cosa.

Riflettere forse è un verbo improprio, se non altro perché questo whisky del Connemara fa 52 gradi (all’ombra o al sole è uguale) e l’assetto neuronale tende a risentirne con rapidità.
Però.
Stavo pensando all’importanza della storia, dell’intreccio, della trama, in un ; se di o no, non fa differenza.

A piace molto leggere cose scritte in una bella , con una loro bella musica interna.
Ma molto di più mi piace leggere belle storie – intese come tragitto di fatti ed emozioni da «a» a «b» – ben scritte.
Mi piace «sentire» e capire nello stesso tempo.

Non sopporto l’estetismo, la prosa esangue, o al contrario il giro di frase barocco e sinuoso come un testiera di letto di ferro battuto.
Non mi piace vedere in trasparenza l’autocompiacimento di chi ha scritto.
Mi sembra inutile e senza eleganza.

Nella prosa – perché la poesia è un’altra faccenda – non mi piace una frase che può significare una cosa, oppure un’altra, o un’altra ancora.
Non mi piace l’ambizione al Perenne, al Sacro, al Divino.
Non mi piace la rarefazione.
Non mi piace l’orrido splatter ma neanche l’orrido-minimalista, quello che «l’orrore è nelle cose, io non devo fare altro che descriverle con il distacco di un obiettivo fotografico»; e neppure l’estroflessione dei visceri con gocciolamento di sangue annesso.

In quel che leggo mi piace che ci siano carne, e storia, e cose che succedono.
Non solo pensieri, o pensieri sulle cose che succedono, piccoline laggiù sullo sfondo, banali pre-testi che danno il la al genio.
Non mi capacito del motivo per cui quelli molto fighi pensano che le trame siano preoccupazioni volgari, da piccolo-borghese dell’universo letterario; che i con una trama siano bassa.

Ma forse non capisco per colpa del whisky del Connemara.
Essere astemi ha i suoi svantaggi.
E pensare che tanta gente che scrive rende meglio da ubriaca…

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