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Archivio della sezione 'libri'

uomini e donne (leggendo lynch sulle scale)

• sabato, luglio 3rd, 2010

Tornando dal lavoro, mi sono accorta davanti al portone che avevo dimenticato le chiavi di casa.
Ho chiamato Marco, che era fuori con Giovanni a prendere un aperitivo dai nonni.
Lui si è sincerato che avessi con me il libro che sto leggendo – il finora bellissimo, asciutto, autentico, poetico e denso «Falling out of heaven» di John Lynch (uno dei due autori che in giugno ero andata a sentire a Dublino), e mi ha consigliato di aspettarli facendo quel che a volte faccio già per conto mio: sedermi a leggere sulla scalinata del municipio.
Il marmo era rovente, e ho dovuto fare attenzione a non far «cucinare» il prosciutto crudo, lo yogurt e il formaggio che avevo comperato: così li ho impilati, precari, sul sacchetto del pane.

Ho letto cose molto belle, nelle prime pagine della storia di quest’uomo che viene ricoverato in una clinica per disintossicarsi dall’alcool, e da quel letto ripensa a sé e alle sue relazioni.

Ambientare un romanzo in quella situazione logistica ed emotiva è forse uno dei modi più facili per scrivere cose lente, flaccide e noiose.
Ecco. Sbagliato.
Questo libro è rapido, incisivo, emotivamente carico senza essere pesante.

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senza luce (ma con rosa rossa)

• giovedì, aprile 22nd, 2010

Sono andata in libreria a sentire Luigi Bernardi parlare del suo romanzo «Senza luce» (che consiglio).
La serata è stata carina.
Le file dalla seconda in poi erano occupate dal parterre che ci si aspetta in simili occasioni.
La prima fila era fantastica: una tipa d’una certa età che dormicchiava; un’altra con un cappello da baseball; e un ragazzo anch’egli a testa coperta.
Il ragazzo, sentito che Bernardi parlava del bar di cui ha scritto nel suo libro, gli ha fatto una domanda: «Scusi, io il libro non l’ho ancora letto: però mi spiega cosa c’entra il bar?».
Aveva l’aria di volerglielo chiedere in tutt’un altro modo – tipo «ma che cazzo c’entra il bar col tuo fottuto libro? Cazzo vuoi sapere, tu, dei bar?» – però non ho capito perché.

Reduci come eravamo da alcune considerazioni intorno all’insensatezza della scrittura come missione, o come terapia, o come modo per cambiare il mondo, a me quei tre tipi son piaciuti un casino.
E la torta alla fine della presentazione era spaziale.
Alla fine, fuori dalla libreria è passato un tipo che vende fiori, e ho preso una rosa rossa per Marco.
Poi è passato un ragazzo brasiliano – neanche male, ma un po’ fuori – che chiedeva soldi, «anche un centesimo», ma se n’è andato danzellando con l’unica cosa che uno di noi chiacchieranti è stato disposto a dargli, cioè una sigaretta.

Sono tornata a casa prima che fosse troppo tardi.
Non dico di orario.
Dico prima che mi venisse da pensare che Verona è una grande metropoli.

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l’idolatria dell’ordine (o il nazismo visto nel ’14)

• martedì, aprile 13th, 2010

Segnalo un bellissimo pezzo uscito oggi sull’Arena a del Suddito, romanzo di , fratello del più famoso Thomas, edito dalla Utet.
Il romanzo fu scritto nel 1914 e originariamente pubblicato nel 1919.
La versione integrale dell’articolo – che merita, lo giuro, e si deve a – è qui.

Un passaggio:

L’«eroe» del romanzo, Diederich Essling, è un piccolo borghese di provincia, ubriaco di nazionalismo e pronto a tutto pur di guadagnare i gradini più alti della scala sociale, un personaggio tragicamente grottesco che ha come unica morale il proprio tornaconto e la propria affermazione, un prepotente aggressivo e vigliacco al tempo stesso, sempre pronto ad angariare i suoi sottoposti, ma costretto a subire i colpi di chi lo sovrasta, un suddito che si annulla nella gerarchia, nell’idolatria dell’ordine, che «nel rigore e nella repressione non vede una triste necessità per passare a più umane condizioni di vita, ma il senso stesso della vita».

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un libro da leggere a morsi

• lunedì, marzo 22nd, 2010

Scrivo sotto un’alterazione di temperatura emotiva.
Ho appena finito di leggere «Trilogia della città di K.» di Agota Kristof.

Da molto tempo non leggevo un libro a morsi; questo l’ho fatto a brandelli, l’ho masticato, ne ho sputato pezzi, l’ho imbevuto nel latte quand’era troppo duro.

In giro ho letto che si tratta di una storia di guerra; della storia di due fratelli devastati dalla guerra.
A me sembra che la guerra di cui la Kristof scrive sia semplicemente la vita.

I tre distinti di cui si compone la trilogia sono molto diversi fra loro, ma la mano sicura con cui la loro composizione architettonica è stata creata non parla di studio ingegneristico: parla di alchimia carnale.

Il primo, «Il grande quaderno», è come una grandissima lama che entra molto affilata nel burro senza alcuno sforzo.
Lo leggi senza pause, il coltello trapassa il burro, e poi ti accorgi che il burro era la tua pancia.
Scritto alla prima persona plurale, voce narrante una e bina, sembra acqua e quando è scesa nello stomaco ti rendi conto che era arsenico.

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indiani, scrittori, qualità e piccoli empirei

• venerdì, marzo 5th, 2010

Quando Nazione indiana parla di «opere di qualità» e di «autori e testi di qualità», di quali opere e di quali autori e testi parla? In quale modo, con quali criteri, ed eventualmente con quali procedure e attraverso quali concorsi ed esami, eccetera, Nazione indiana distingue le «opere di qualità» dalle opere che non sono tali, gli «autori e testi di qualità» dagli autori e dai testi che non sono tali? In subordine: in che cosa consiste la «qualità» delle opere, degli autori e dei testi?

E poi (il neretto è mio, ndr):

Quando Nazione indiana domanda se «nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia [...] gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro», qual è il preciso significato che essa assegna qui al sostantivo «scrittori»? Ovvero: con quali criteri Nazione indiana distingue chi è «scrittore» da chi non è tale?

In subordine: Nazione indiana ritiene che gli «scrittori», qualunque sia il significato da essa qui assegnato alla parola, abbiano in quanto scrittori, una particolare cosa «loro» da dire? Se sì, quale? Infine: se Nazione indiana ritiene che vi sia una «oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia», come spiega essa il fatto che molti cittadini italiani ritengono invece che non vi sia alcuna «crisi» in atto, tantomeno «oggettiva e evidente»?

Da qui, con riferimento a quest’altra cosa.

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kate e l’uso strategico di emozioni e corpi

• giovedì, marzo 4th, 2010

«Con la caduta del Muro di Berlino del 1989 si chiude un secolo, il XX, ma si apre uno spazio, un “vuoto narrativo”, che copre gli anni fino all’11 settembre del 2001, quando il crollo delle Torri Gemelle segna l’ingresso nel nuovo millennio.
In questa parentesi storica, in questo iato fra i due secoli, appare una nuova generazione, la cosiddetta descritta da Douglas Coupland nell’omonimo libro, che è priva di un “romanzo collettivo” intorno al quale strutturare la propria vita sociale».

E ancora:

«Kate è insomma uno “scoubidou” sociale che intreccia, come tanti fili di plastica, i valori dell’epoca: la giovinezza, la magrezza, la velocità, la trasgressione, la capacità di impersonare un ruolo e di captare l’attenzione.
Questo elemento camaleontico è ciò che per (Christian) Salmon (il sociologo di Storytelling, ndr) caratterizza il neo-liberalismo. Se prima era bello quello che durava, ora si ama solo ciò che cambia, ciò che muta.
(…)
Il neo-liberalismo, infatti, ci vuole strateghi di noi stessi: non è tanto o solo il talento a valorizzarci, ma la capacità di fare un uso strategico delle nostre emozioni, dei nostri corpi, dei nostri desideri».

Stenio Solinas, da qui.
Il libro di cui si parla è «Kate Moss Machine», edizioni La Découverte, 134 pagine.

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corpo morto e corpo vivo a verona

• giovedì, febbraio 25th, 2010

Oggi pomeriggio alle sei, alla Fnac di via Cappello 34 a Verona, Giulio Mozzi parlerà del suo pamphlet «, Eluana Englaro e Silvio Berlusconi».

Il volumetto, edito da Transeuropa, è un serissimo libro-provocazione con il quale si mettono arditamente a confronto due differenti – e quanto! – ipotesi di santificazione di corpi alterati e trasfigurati dalla techne.

A introdurre l’incontro sarà Silvana Rigobon, che discuterà con l’autore e stimolerà il dibattito.

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cronaca semiseria di una disperante débâcle

• mercoledì, febbraio 10th, 2010

Per le mie letture è un periodo strano.
Veramente è un periodo strano per qualunque cosa abbia a che vedere con me.
Comunque, per limitarmi ai , sta succedendo questa cosa strana.
Va bene che – come tutti i pigri dentro – dopo aver letto «Come un romanzo» di Pennac avevo finalmente capito che interrompere la lettura di un libro che non piace è un diritto di qualunque lettore.
Però, insomma…

Qualche mese fa, dopo aver speso un paio d’anni e forse più ad acquistare e leggere quasi esclusivamente in inglese, a parte i volumi italiani da considerarsi «capitali», ho deciso di fare una comperata di italiani; ultime uscite, o comunque recenti.
Un po’ di tutti i tipi: di genere, di formazione, volumetti mainstream, antologie, capolavori annunciati, tomi alti alti, librini esili scritti in 14, sedicenti .
Apocalittici e integrati, insomma.

Ne ho cominciato uno.
Bello. Che bella frase.
Una bella frase ti fa appassionare a uno scrittore, fa nascere un sentimento.
Ma dopo la bella frase ci sono non frasi brutte – che sarebbe ancora niente – ma frasi insignificanti, gorgheggi sonori.
Niente trama.
Ok.
Chiudo il libro.
Passo a un altro.

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un libro che brucia

• giovedì, gennaio 14th, 2010

Mi guardava dallo scaffale della libreria, stamattina.
«Lettera di una sconosciuta» di Stefan Zweig è un libro che brucia.

«A te, che mai mi hai conosciuta», si leggeva in alto, a mo’ di apostrofe, di intestazione. (…) Ed egli si mise a leggere:
Ieri il mio bambino è morto. (…) Per tre o quattro ore ho ceduto al sonno su quella seggiola rigida, e nel frattempo la morte se l’è portato via. (…) Non ho il coraggio di guardare, non ho il coraggio di muovermi, perché quando la fiamma delle candele vacilla, sul suo volto e sulla sua bocca serrata si rincorrono le ombre, ed è come se i suoi lineamenti si animassero, e mi verrebbe quasi da pensare che non è morto, che può risvegliarsi e dirmi qualcosa di puerilmente affettuoso con la sua voce argentina. Ma io lo so, è morto, non voglio più guardare da quella parte, per non lasciarmi prendere ancora una volta dalla speranza, per non ritrovarmi ancora una volta delusa. (…) Non aver paura delle mie parole: una morta non vuole più nulla, non vuole amore, né compassione né conforto”.

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lo stile e le storie

• lunedì, gennaio 11th, 2010

Ascoltando The Angel Share di Ailie Robertson con una tazza di latte bollente mescolato a miele e del Connemara – parola d’onore: non una cazzatina qualunque – per cercare di limitare i danni di un raffreddore da panico che spero non si abbassi a gola e bronchi, riflettevo su una cosa.

Riflettere forse è un verbo improprio, se non altro perché questo del Connemara fa 52 gradi (all’ombra o al sole è uguale) e l’assetto neuronale tende a risentirne con rapidità.
Però.
Stavo pensando all’importanza della storia, dell’intreccio, della trama, in un libro; se di finzione o no, non fa differenza.

A me piace molto leggere cose scritte in una bella lingua, con una loro bella musica interna.
Ma molto di più mi piace leggere belle – intese come tragitto di fatti ed emozioni da «a» a «b» – ben scritte.
Mi piace «sentire» e capire nello stesso tempo.

Non sopporto l’estetismo, la prosa esangue, o al contrario il giro di frase barocco e sinuoso come un testiera di letto di ferro battuto.
Non mi piace vedere in trasparenza l’ di chi ha scritto.
Mi sembra inutile e senza eleganza.

Nella prosa – perché la poesia è un’altra faccenda – non mi piace una frase che può significare una cosa, oppure un’altra, o un’altra ancora.
Non mi piace l’ambizione al Perenne, al Sacro, al Divino.
Non mi piace la rarefazione.
Non mi piace l’orrido splatter ma neanche l’orrido-minimalista, quello che «l’orrore è nelle cose, io non devo fare altro che descriverle con il distacco di un obiettivo fotografico»; e neppure l’estroflessione dei visceri con gocciolamento di sangue annesso.

In quel che leggo mi piace che ci siano carne, e storia, e cose che succedono.
Non solo pensieri, o pensieri sulle cose che succedono, piccoline laggiù sullo sfondo, banali pre-testi che danno il la al genio.
Non mi capacito del motivo per cui quelli molto fighi pensano che le trame siano preoccupazioni volgari, da piccolo-borghese dell’universo letterario; che i con una trama siano bassa.

Ma forse non capisco per colpa del del Connemara.
Essere astemi ha i suoi svantaggi.
E pensare che tanta gente che scrive rende meglio da ubriaca…

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medici e farmacisti: quando i lettori fanno «oh»

• giovedì, novembre 26th, 2009

grate_senza_gratitudineLe parole e la scrittura servono ad aprirsi, ad aprire strade e sentieri nei roveti del mondo.
A costruire vicinanze, a creare relazione, a illuminare frammenti di vita, a dar alle emozioni e materia ai sentimenti.
A sospingere nelle salite, a trattenere nelle discese.

Servono a creare alternative immaginarie dentro le quali passeggiare con il cuore leggero e gli occhi aperti; o trascinarsi con angoscia ad occhi chiusi usando le mani per orientarsi.
A mettersi nelle mani delle che leggono.
A prendere posto dietro le parole che abbiamo scritto.

Le mie due adorate maestre delle elementari, e le due fenomenali insegnanti del liceo (le medie, ahimé, hanno finito per non fare testo) mi hanno insegnato che il primissimo dovere di chi scrive è farsi capire, essere inequivoco.
È un imperativo etico. Così me l’hanno insegnato; così l’ho recepito.

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