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Archivio della sezione 'perle di sconforto'

crisi dei giornalisti: c’è qualcuno là fuori?/2

• mercoledì, settembre 1st, 2010

Copio dai commenti a questo post alcune cose che ho scritto sul giornalismo.
Le copio, integrando qua e là, perché mi dispiace che non siano anche qui, per così dire a casa mia.

A fare la differenza non basta un singolo giornalista, e non basta nemmeno un giornale, e non bastano nemmeno tre giornali.
È il sistema delle informazioni che, insieme, produce – non so definire meglio – l’«interferenza civile».
È il suo modo complessivo di funzionare, che induce nuovi sensi comuni nella consapevolezza collettiva.

Dunque, la crisi di coscienza dei giornalisti (simile a quella di cui ha parlato Mancuso, vedi post precedente a questo, ndr) va presa seriamente in esame.

Tanto più che dieci, cento, mille interventi di intellettuali/autori/scrittori sui giornali non alterano la temperatura dell’ambiente politico-sociale. Non creano «interferenza civile».
E anzi, proprio come noi giornalisti, anche gli intellettuali/autori/scrittori rischiano di fare la figura della foglia di fico che consente ai giornali di blaterare di pluralismo.

A modo loro, le redazioni sono universi chiusi, autoreferenziali e oserei dire quasi concentrazionari.
Ne deriva che quel che accade dentro questi universi è giustificabile esclusivamente alla luce di logiche legittimate dall’impermeabilità del sistema.
Nessuno, dal di fuori, esercita un’azione di controllo, se non in termini formali o – all’estremo opposto – in termini politici.

Un po’ come in carcere, per fare un esempio estremo che serve a farsi capire, più che a istituire un autentico paragone: se il capetto del braccio fissa una regola, quella regola vale indipendentemente dalla sua sensatezza, e produce conseguenze valide per tutti, anche se è contraria a qualunque regola sia vigente all’esterno della struttura chiusa.

A quest’obiettivo viene asservito chiunque, consapevolmente o no; e indipendentemente dal ruolo.
Un nerista, per esempio, sa che se descriverà la tal operazione di – facciamo – polizia nel tale quartiere come un’azione di contrasto al degrado, i suoi capi saranno tranquilli, lo considereranno affidabile, e nessuno penserà che è un piantagrane.

Lascio all’immaginazione altrui figurarsi quel che succede ai cronisti di politica.

Tutto questo per dire cosa?
Che con l’illusione di potere un giorno sedere alla del padre, e grati perché i potenti delle città danno loro del tu e magari li invitano a cena, i giornalisti accettano qualunque regola insensata, comprese quelle contrarie alla deontologia professionale.

Accettano di calpestare i colleghi che si ribellano alle insensate, per esempio.
Negano che esistano insensate.
Sostengono che quelle sono solo apparentemente insensate, perché in realtà dobbiamo tutti renderci conto del fatto che non è più tempo di rivoluzioni.
Ti dicono che bisogna fare i conti con la realtà.

Ti trattano da stupido idealista, per esempio.
Ti dicono che se continui a chiedere il rispetto di alcune minime garanzie di pervietà democratica, beh, allora faresti bene a rassegnarti all’idea che prima o poi dovrai andare a scrivere sui muri, e non più sulla carta.

Dunque.
Chi sente – à-la-Mancuso – la crisi di coscienza è, a seconda della convenienza del momento, un imbecille, un coglione, un illuso, un ingenuo, un sovversivo, la pietra dello scandalo, il capro espiatorio, la foglia di fico del pluralismo…

E se a sentire la crisi di coscienza sono in cento, sono cento imbecilli coglioni eccetera.
Se mille, mille coglioni espiatori.

Fra i giornalisti è successo quel che è successo fuori: s’è spezzata la «classe».
Non è una questione di privilegi, ma di funzione civile; di declino delle responsabilità; di accettazione della propria minorità di salariati e di autocensura del proprio diritto di parola.

Noi giornalisti siamo schiacciati dal potere di troppi, ciascuno dei quali ha il piacere di passare inosservato, e perciò non solo negherà di avere alcun potere sui giornalisti, ma sosterrà anche con entusiasmo e vivacità che la libertà di informazione è centrale, importante, nodale, cruciale, decisiva.

E questo – tutto questo – è solo un pezzetto del problema.
Minuscolo.

Aggiungo solo per completezza che queste cose accadono nei giornali indipendentemente dalla loro linea politica.
In un giornale che ami definirsi di , per esempio, l’operazione di polizia non la chiameranno (necessariamente, ma a volte si vede anche là) «azione di contrasto al degrado», ma magari scomoderanno le categorie giornalistico-sociologiche del «disagio», della «marginalità»…

Ma le parole d’ordine per riconoscersi fra simili ce le hanno tutti i giornali.
È quando cominci a usare parole diverse, è quando scendi dallo scivolo pre-lubrificato che prendono il via i guai che poi conducono alle crisi di coscienza.

Ma a quel punto sei già un coglione, un sovversivo, o – se serve – la testimonianza vivente del pluralismo della tua testata, perbacco.

La quantità di diritti e di calpestati dentro ai giornali dovrebbe diventare una questione democratica di questo Paese.
Quando si parla di libertà di stampa bisognerebbe non dimenticarne mai le precondizioni.
Bisognerebbe non dimenticare mai in quale terra viene piantato il seme della piantina della notizia; se sarà innaffiato d’acqua o di veleno.
Il frutto non può prescindere dalla qualità della terra e dalla qualità delle cure.

Venite a guardare dentro i giornali, persone che li leggete.
Riuscite a vedere quant’è importante parlarne?

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crisi dei giornalisti: c’è qualcuno là fuori?

• martedì, agosto 31st, 2010

Molto è stato scritto, soprattutto in rete ma non solo, sulla questione che su Repubblica ha sollevato il teologo-scrittore Vito Mancuso; ovvero la crisi di coscienza di un autore che, di fronte alla notizia che la potrebbe essersi giovata davanti al fisco del doppio ruolo di Berlusconi, si domandava se cambiare casa editrice o restare a Segrate.

Ne hanno scritto moltissimi, sostenendo tesi che in qualche caso mi sono risultate più convincenti che in altri, ma questo non importa.

Però sulla scorta di un commento che Enrico Macioci ha lasciato sotto l’intervento di Antonio Moresco che il blog ha ripreso da Il primo amore, mi si è mossa una cosa.

Premessa.
Credo che pochi sarebbero disposti a negare che il miserabile stato del Paese dipenda assai più dall’indefesso lavoro di alterazione delle percezioni collettive messo in opera dai giornalisti che non dalle ipotetiche mistificazioni degli scrittori/autori/«intellettuali».

Bene.
A questo punto, però, registro un paradosso.
Nessun giornale sarebbe disposto a dare alla mia (mia per dire: nel senso che la condividiamo in tanti) crisi di coscienza la stessa visibilità che la Repubblica ha dato a Vito Mancuso.

Praticamente, meno «influente» è la crisi di coscienza per lo stato del Paese, più i giornali ne parlano.

Ci dev’essere un perché se la nostra «crisi» di giornalisti non fa notizia.
Di sicuro i giornalisti non san parlare di sé (forse nemmeno degli altri? Non lo so); ma secondo me c’è pure che tenere i giornalisti al di fuori del – facciamo – «ceto intellettuale» è una cosa che fa comodo a molti.

Ai giornalisti per primi, lo ripeto.
Agli editori, anche.
Ma anche a tutti coloro che ai giornalisti sono lieti di lasciare la bassa manovalanza, perché loro c’hanno invece da discettare di massimi sistemi.

Voglio specificare che non alludo a nessuno.
Dico solo che il processo è questo: giornalisti fuori, «intellettuali» dentro.
E anche per colpa della mia categoria (lo ripeto).

Concludo con una domanda sciocca, perdonatemi.
Chi dà voce alle crisi di coscienza dei giornalisti?
C’è qualcuno, là fuori?

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trivio e giovanilismo (a 40 anni)

• domenica, agosto 29th, 2010

Immagino che questo signore con le guanciotte un po’ stanche intendesse fare il simpatico, o – essendo egli toshano – il tipo molto jovane che sta dalla parte della jente e ha fatto tesoro della (secondo me lui lo direbbe) chiarezza della Lega.

Una sommaria elencazione di alcune delle parole e delle locuzioni che utilizza in quest’intervista basterà a capacitarci del suo fascino virile da osteria. Roba da far dimenticare all’istante (absit iniuria verbis) la mascella sfuggente.
Continue reading ‘trivio e giovanilismo (a 40 anni)’

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io tarzan tu jane

• lunedì, agosto 23rd, 2010

Giulio Mozzi cita oggi una delle affermazioni che Zaia pubblica sul suo blog, e la commenta focalizzandosi sul tema dell’ citato dal presidente della giunta regionale veneta.

L’affermazione è questa (ma che belli che sono: vogliono tenere insieme tutto: adesso anche Rosmini, così c’è anche tutt’una bella aura culturale).

[...] Oggi di non rispettoso ed egoistico, c’è il fatto incontestabile che tre, quattro regioni pagano il conto per tutte le altre [...]

A parte la questione dell’«oggi» (ieri era diverso? E se sì, cosa l’ha fatto cambiare? E fino a quando era diverso? Dieci anni? Venti? Sette?), a me pare di poter dire questo.

A casa mia due persone – Marco e io – pagano il conto per tutti gli altri.
Si sapeva fin dall’inizio che andava così.
L’unica vera cosa che giorno dopo giorno ci riconfermiamo è che vogliamo rimanere insieme perché ci piac(c)iamo e ci interessa stare insieme.

Zaia, come un’infinità di altri chiamiamoli esegeti, confonde secondo me la causa con l’effetto.

Chiamare federalismo ciò che, su queste basi «competitive» è invece un’effettiva separazione su base ideologica (e chissà quando pure con effetti geografico/politici), è simile a dire «ti lascio perché con te mi sento solo» (per dirne una) a una donna che si sta lasciando per un’altra molto giovane da cui s’immagina di poter ricevere conferme sulla propria prorompente virilità.

E poi, questa cosa che nessuno si alza per dire «ma che diavolo stai dicendo? Ma su che diavolo di basi parli?» quando qualcuno parla di regioni che mangiano alle spalle di altre…

Ormai la vulgata è penetrata nel sottobosco dei pensieri. Nessuno contesta.
È l’ideologia vincente. Per discutere si parte da lì.
Complessità zero, contestualizzazione zero, Rosmini e padri del federalismo cattolico a parte, ovvio.
Io Tarzan tu Jane.

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nuovi democratici

• sabato, agosto 21st, 2010

Se la c’è già – mi domando a volte – perché la cosiddetta si sposta a sperando di intercettare il voto di quelli di ?

Ecco cosa leggo sul Corriere di Verona.
Parla il segretario provinciale del .
Si chiama Giandomenico Allegri.

«Un meccanismo che premia chi è residente sul territorio da più anni per l’assegnazione delle case popolari non è uno scandalo».

Posto che la dichiarazione non venga smentita, io penso che abbia ragione.
Non è uno scandalo.
È una stronzata razzista.

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la mia legge è la vendetta?

• venerdì, agosto 20th, 2010

L’Ansa oggi dà di che riflettere.

Nel Modenese, i su cui la Lega nord provinciale dava le indicazioni necessarie a raggiungere il paesino nel quale il sindaco di Verona e il ministro Calderoli avrebbero tenuto i loro comizi sono stati strappati.

Sui sono anche state scritte cose come «Congelamento multe quote latte a vantaggio dei disonesti» e «140 milioni per aiutare Catania a uscire dal fallimento del Comune di Scapagnini (Pdl), tutto nel silenzio della Lega Nord».

Ma ecco cosa dice il segretario leghista:

Riteniamo questo comportamento incomprensibile, anche perché noi della Lega Nord non ci siamo mai permessi questo tipo di azione nei confronti delle manifestazioni di altri partiti.

Il che vuol dire che il segretario leghista ragiona in questi termini: noi leghisti non l’abbiam mai fatto, dunque nessuno ha il diritto di vendicarsi.
Taciute, sotto quel virgolettato ci sono queste parole: «Noi che non abbiam mai strappato siamo in regola. Vogliamo solo le impronte ai rom e l’espulsione dal consesso civile di chiunque sia diverso eccetera. Ma noi siamo in regola!».

La ragione di legittimazione di un atteggiamento, insomma, è di tipo privatistico-negoziale.
La legge non esiste, se non nei termini un po’ western dell’occhio per occhio.
Tanto più che se noi leghisti l’avessimo fatto, be’, allora anche loro sarebbero stati legittimati a farlo.

Un buon esempio di logica esclusivamente formale: se il nostro razzismo non è denominato razzismo, allora vuol dire che è prescrizione di natura tecnica e ovviamente neutra. Strappare un cartello a uno che non ha mai strappato i degli altri, invece, è reato.

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l’ennesima lamentazione nordista

• venerdì, agosto 20th, 2010

Dall’Ansa:

REGIONI: CIAMBETTI, EQUITALIA POCO EQUA CON IL

(ANSA) – VENEZIA, 20 AGO – «Non si può rimanere indifferenti davanti alla sproporzione nelle concessioni da parte di Equitalia di rateizzazione per i contribuenti in difficoltà economica». Dati alla mano, dopo una prima analisi, l’assessore regionale al bilancio, Roberto Ciambetti, appare alquanto critico sui numeri diffusi da Equitalia nelle rateizzazioni del pagamento delle imposte.

«Il è preceduto da Regioni – spiega Ciambetti – come la Puglia, alla quale sono andate rateizzazioni per un totale di 936.854.749 Euro per 81.367 casi, o come la Campania, a cui sono stati concessi 1.490.642.482 Euro di rate per 110.864 casi. Per noi solo 651.555.623 Euro rateizzati per 48.246 casi». Sul totale delle rateizzazioni, il incide per poco più del 5 per cento: pochissimo rispetto a quanto diamo alla contabilità nazionale.

Pur presentandosi ai vertici in Italia per numero di imprese, export, pil prodotto e occupazione, il è solo ottavo nella graduatoria guidata
da Lazio e Lombardia
: temo che Equitalia non abbia guardato esattamente con la giusta attenzione ai problemi della nostra regione. «Aggiungo che aziende o famiglie in difficoltà in non mancano – attacca – e mi sarei aspettato dalla società di riscossione ben altro atteggiamento e attenzione».
L’assessore regionale avanza, quindi, una proposta: «Credo che una Regione dalle capacità economiche come il – conclude Ciambetti – non possa più tollerare disparità evidenti di trattamento: è necessario giungere a forme regionalizzate di riscossione delle imposte».

Io non sono del tutto sicura che dire che le asserite disparità di trattamento non si possono più tollerare sia qualcosa che si possa considerare come una motivazione sulla cui base si può avanzare ciò a cui l’Ansa annette la dignità di una proposta.

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orgollio e pregiudissio

• venerdì, agosto 13th, 2010

Alcuni dei di informazione turistica della mia città – quelli nei quali si pubblicizza la possibilità di celebrare qui, da stranieri, il proprio matrimonio con rito civile – erano scritti in un ridicolo inglese maccheronico. La loro comparsa in città, va aggiunto, risale a molti mesi fa.

I giornali l’hanno scritto (alcuni con un’aria di sufficienza) in questi giorni.

L’assessore alla cultura, invece di sentirsi toccata da un senso di vergogna (certamente non personale, è chiaro), ha replicato dicendo che invece di dirlo ai giornali, coloro che hanno notato gli errori avrebbero dovuto dirlo al Comune: perché il fatto che l’abbiano invece comunicato alla stampa fa sorgere il dubbio che l’intenzione fosse quella di ridicolizzare la città.
Colpa, a quanto pare, paragonabile per gravità al disfattismo secondo la dottrina Mussolini.

Ora.
Non tutti i cittadini sono così incolti e provinciali come l’assessore mostra di credere laddove sottintende che nessuno, prima che i giornali ne parlassero, s’era accorto degli errori.
Io, per esempio, credo che in parecchi abbiano capito che «merry» invece di «marry» era un errore.

Che l’assessore non ammetta che a ridicolizzare la città – sempre che il centro della questione stia qui – sono eventualmente stati i in sé stessi mi fa pensare che la prima molla che scatta è quella del vittimismo: oh povero me che sono tanto bravo e invece questi cattivi mi trattano male, e la seconda, invece, quella dell’«aùmm-aùmm» (qualunque cosa può succedere, ma che non si dica in giro e resti fra noi).

L’atteggiamento che non saprei definire se non qualificandolo intrinsecamente omertoso è comparso anche nella vicenda del concerto del cantante Morgan, al quale il Comune non ha concesso il teatro romano motivando il rifiuto con l’argomento che Morgan aveva confessato di avere usato la cocaina.

Se l’avesse usata riservatamente, ha detto il sindaco, nessuno avrebbe eccepito alcunché. E il presidente leghista della giunta regionale Zaia s’è spinto a dire che il veto a Morgan varrà in tutto il .
Certo: ci sono locali privati che potrebbero invitare Morgan a suonare. Ma chi dà a proprietari e gestori di questi locali la garanzia che invitare Morgan non complichi le loro relazioni con le amministrazioni locali?

Per leggere la reazione dell’assessore alla cultura, cliccare qui.

Per leggere l’affermazione del sindaco di Verona secondo cui la colpa grave di Morgan «è stata proprio dichiararlo pubblicamente… Se uno sniffa cocaina in privato non è un problema che ci riguarda, ma se lo dichiara, dando pubblicità al fatto, è decisamente una cosa diversa e noi non ci stiamo a veicolare questo tipo di messaggi», cliccare qui.

Per vedere i banner pubblicitari di società private di wedding planning pubblicati sulla home page del sito istituzionale che il Comune ha dedicato all’iniziativa «Sposami a Verona», cliccare qui.

Per domandarsi come si può tradurre «dove puoi sposarti», o anche se la formula «what you need to be married» ammetta come possibile risposta cose come «un bel fisico» e «un carattere accomodante», cliccare qui; per chiedersi perché si sia scelto «tariffs» invece che «fares», cliccare qui.

Per domandarsi perché un cittadino non Ue paga di più vale lo stesso link.

Segnalo infine una cosa deliziosa che si trova qui:

Promise of Love
Symbolic Ceremonies

The promise of love at Juliet’s house, a ceremony reserved for boyfriends or unmarried couples who just want to declare their feelings on the balcony most famous in the world.
A moment of intimacy to declare their love, every day during normal opening hours of the House.
In full respect of the normal tourist business and visitors.

Mi domandavo, per dirne una, boyfriends in che senso.
None of my (normal tourist) business, naturalmente…

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ichino, i diritti della razza padrona

• giovedì, agosto 12th, 2010

Da qui:

La sfida di Marchionne ha il merito di farci toccare con mano quanto questa idea («quella secondo cui il contratto collettivo non può disporre del diritto del singolo lavoratore di aderire in qualsiasi momento a qualsiasi sciopero, anche se proclamato da un mini-sindacato», ndr) possa essere costosa per gli stessi lavoratori.

Traduzione: Marchionne ci sta facendo capire che i diritti dei lavoratori non esistono più, perché chi li proclama o prova a chiederne il rispetto viene preso a mazzate così pesanti da comprendere immediatamente che la difesa dei suoi diritti è troppo «costosa».

Ah.
A parlare è Pietro .
Senatore del partito democratico.

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buona domenica

• domenica, agosto 1st, 2010

Francamente.
A me sembra pesantissimo assistere giorno dopo giorno alla demolizione di cose sempre diverse, di istituti sempre diversi, nella totale indolenza collettiva.
Pontificano su governi di unità nazionale, o su esecutivi tecnici, o su elezioni anticipate, ma non riescono a capire che qualunque cosa possa succedere, ora dopo ora tutto viene distrutto.
Ti distrai per venti minuti, ed ecco che hanno distrutto il contratto nazionale.
Per un’ora, e il titolo di studio non ha più valore legale.
Per un’ordinanza razzista, poi, basta la distrazione di cinque minuti.
E si sente solo il coro degli osanna.
Per ore.
Settimane.
Mesi.
A certificare la nostra sconfitta storica, epocale.

E noi qui a parlare di esecutivi tecnici, anzi no, di elezioni anticipate, anzi no, di chissà che.

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studiare solo ciò che rende?

• giovedì, luglio 29th, 2010

Tagli alle «facoltà inutili», sento dire.
Voci festanti che parlano di sprechi ridotti.
Ma – al di là della gestione che può essere sciagurata e baronale, per carità, ma è un’altra cosa, e non è minimamente connessa, logicamente, dico, all’utilità o all’inutilità di una facoltà – c’è qualcuno che veramente veramente crede che esistano rami del sapere insignificanti, inutili?
E se studiare semplicemente piace?
Ma veramente bisogna studiare solo ciò che rende?
E veramente ha senso limitare a dodici le facoltà?
Che idea è?

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