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Archivio della sezione 'storielle'

lui c’è

• mercoledì, marzo 10th, 2010

Ieri sera nel lettone stavo leggendo a Giovanni una storia di Stilton.
L’intesa era che gliene avrei letto tre capitoli, ma gliene ho letti di più.
A un certo punto mi ha chiesto: «Mamma, vuoi che legga io per te?».

È un bambino che sa «esserci».

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non c’era risveglio

• lunedì, marzo 8th, 2010

La lama disse: «Non posso chiederti il permesso, devo trafiggerti e basta. Vedi là dietro? Siamo tante, non puoi far niente contro di noi».
Lei piangeva e faceva uno strano rumore; come un sibilo, una specie di i che si confondeva con una e.
«Non fare così», disse un’altra lama. «Pensavi veramente che non ti avremmo trovato? Su, non fare la femmina».
Lei stava rannicchiata su un tavolo, la faccia gonfia di pianto, la testa immersa nell’incubo.
Zac.
Non poteva più muoversi. La lama l’aveva fermata al legno.
Altre lame stavano arrivando, insieme a tante torce accese di fuoco.
Piangeva, e i singhiozzi allargavano la ferita intorno alla lama che l’aveva trafitta.
«Ci avevi lasciato da qualche parte», gridarono tutte le lame in coro, senza perfidia, con l’aria di chi prende atto. «Ti eri mossa, ci avevi schivato. Correvi, tu. Andavi avanti. Ti mettevi vestiti pesanti e scappavi via scivolando. Pensavi che quel che non si fa oggi si può fare domani. Be’, non è vero. Non è vero per te, perlomeno. È vero per altri, ma non è vero per te. È vero perfino per noi».
Lei piangeva. Il grido era diventato una rauca a. Tossiva forte.
«Vedi? Ora ti dobbiamo sbucciare come se fossi una pesca», dissero le lame.
Il suo seno diventava sempre più liquido, piccolo; palloncino bucato. Lei piangeva e urlava, ormai.
«L’ho visto!», ripeteva. «Io l’ho visto! C’era! Dov’è adesso?».
Arrivarono anche le fiaccole.
«Pensavi davvero di potere?», dissero le lame ridendo. «Muovi quel braccio, su. Dàccelo. Dobbiamo toglierti la pelle, non fare tante storie».
«Sì!», urlò lei. «Pensavo di potere!!!».
«Ferma», dissero le fiaccole. «E invece non puoi, scema. Adesso hai imparato qualcosa? Non ti muovere, dobbiamo bruciarti il ».
«Lo sapevo già! Non posso più sognare, è questo quel che dovevo capire! E lo sapevo già!».
«No che non lo sapevi», dissero alcune delle lame infilandosi tutte contemporaneamente sotto le costole e conficcandosi nel legno.
Sto liquefacendomi, sto cadendo liquida dal tavolo, si disse lei.
«No», dissero le fiaccole e le lame. «Ti abbiamo sentita, sai? Noi ti sentiamo pensare. Non stai liquefacendoti tutta: solo un po’. I piedi, per esempio. Ora ti bruceremo il e il ventre, e poi potrai liquefare il resto».
Lei piangeva forte.
Quando le bruciarono il non sentì male.
Fu quando il ventre crepitò che capì che tutto il resto era già scivolato giù dal tavolo, gocciolando.
Son sempre stata pancia, si disse.
Solo pancia.
Ogni donna è pancia.
Ero pancia.
Pancia.
Il era enorme.
E non c’era risveglio.

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testosterino

• domenica, febbraio 28th, 2010

«Mamma!!!», sento. «Mammaaa!».
Vedo arrivare Giovanni in mutande, a torso nudo.
«Senti qui! Senti qui!», mi dice concitatamente alzando il braccio e offrendo l’ascella alle mie narici, gli occhi brillanti di una luce speciale.
Annuso.
Lo guardo.
Sovreccitato.
«Hai sentito l’odore di sudore? Sto diventando grande!!!».

Puzza davvero. Pochino, ma puzza.
Sta diventando grande.
Sì.
O ca***.

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what a wonderful world

• giovedì, febbraio 11th, 2010

Ieri a pranzo mia madre raccontava che non ricorda un solo inverno della sua infanzia senza la neve.
«Andavamo a coi piedini immersi nella neve. Ci arrivava quasi fino alle ginocchia. E la mattina, per riuscire a uscire di casa, bisognava togliere la neve dalla scala esterna».
Ce n’era tanta?, le ho domandato.
«Caspita», ha risposto lei. «Ce n’era sempre tanta, quando nevicava, però noi eravamo tutti contenti perché a potevamo fare a palle di neve. Mica le chiudevano, le scuole, per la neve».

Eh sì.
Un’altra vita.
Adesso ci sono le macchine, e ti sposti, e vai a o al lavoro o a fare la spesa a distanze che una volta erano proibitive.
Metti le chiavi nel quadro e tutto sembra a portata di mano.
E invece, quando nevica la macchina ti blocca.
È per colpa delle macchine se quando nevica chiudono le scuole.
Nessuno potrebbe accompagnare i figli in macchina, e le scuole non son più a distanza di piedi.

Siam fermi per colpa delle macchine. Che peraltro quando vanno affumicano l’aria.
Mi è sembrata l’ennesima prova del fatto che vivo in un mondo e in un tempo illogico e sprecone, fatto a misura del denaro.
D’altra parte anche i bipedi son fatti a misura del denaro.

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calamosca

• sabato, febbraio 6th, 2010

Il rumore del lo sento anche da dentro la stanza: più forte della ventilazione, che ora spegnerò.
Onde che battono, acqua che ritorna, richiamata indietro.
E il faro, un po’ a destra, in alto.
La luce gira da destra a sinistra sulla superficie dell’acqua, e poi sparisce, e poi ritorna.
Una volta, due, tre.
Ssttt.
È la mia prima notte in Sardegna.

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diventare grandi col caffè

• giovedì, febbraio 4th, 2010

Ieri sera Giovanni s’era messo la sveglia.
Gli avevo preparato la macchinetta del caffè e il bollilatte già pronti, così quando s’è alzato s’è fatto la colazione da solo.
Era pronto, zainetto in spalle e cappello in testa, alle 7.20.
In genere arriva a all’ultimo istante.
S’è trattenuto fino alle otto meno venti, poi è scappato, nonostante l’enorme anticipo.
L’eccitazione di diventare grandi fa volare.

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gomme da masticare

• domenica, gennaio 24th, 2010

Il mio bambino è andato stamattina, insieme a mio cugino e a mia madre, a trovare mio zio.

Quando lo saluto, sistemandogli la sciarpina e calcandogli il berrettino sulla testa, gli vedo un’espressione di felicità pura negli occhi, quella di un bambino che va via, oltre che con la nonna, con un grande-che-però-è-un-ragazzo-e-dunque-questa-cosa-mi-fa-sentire-grande, e senza i genitori.
Uno sguardo limpido in cui gusta la gioia di essere quasi-grande, in cui si riflette la felicità di sentirsi crescere e la fiducia nel fatto che conquisterà pezzi di mondo.

Sulle spalle ha uno zainetto con libri e quaderni di matematica, per poter finire i compiti, e il pupazzo Lelli (nella foto, all’aeroporto di Dublino, triste per il ritorno a casa) sistemato in una tasca esterna con la testa ben alta, per guardarsi intorno.
Da qualche tempo – molto poco: tende a detestare le cose dolci – ha scoperto le gomme da masticare.
Preparando lo zainetto gli avevo detto «le mettiamo qui nella tasca, vuoi?».
Lui mi ha risposto «no, il pacchetto di gomme lo devo tenere in mano».

Ogni tanto si tiene le scarpe slacciate e trascina i piedi.
Quando gli dico «ehi, alza i piedi!», lui risponde «non posso: sto facendo il figo».
Penso che le gomme da masticare lo facciano sentire figo, e grande.
Non può mettere questa conquista in tasca; è normale che la debba tenere tra le dita, per confermare a se stesso in ogni istante che è tutto vero, che il mondo sta per diventare suo.

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il t9 moralista

• giovedì, gennaio 14th, 2010

Stamattina ho scoperto che il T9 del mio telefonino non accetta la parola «bigné».
Con la combinazione 2-4-4-6-3 inventa tre sole .
Passi per «chiod» e «chime», che non significano niente ma vabbè.
È l’«ahimé» che non mi sembra bello.
Neanche se penso che un bigné son tante calorie…

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il blog di giovanni

• domenica, gennaio 10th, 2010

Giovanni da qualche giorno ha un .
Però è un chiuso, e l’accesso è limitato alle persone che vengono invitate.
E’ troppo piccolo perché gli sia consentito di darsi in pasto alla Rete senza rete….
Gli faccio una sorpresa e gli incollo qui sotto il suo ultimo post.
(Non credevo che avesse un’idea così tranchant sulla faccenda del ; curioso, soprattutto il fatto che nemmeno Balotelli ne esca da eroe!).

Rieccomi! Non scrivo dal 4 gennaio! Accomodatevi perché sarà un post molto lungo. Devo raccontarvi dei regali nuovi, del primo giorno di del 2010…
Il 5 gennaio papà mi aveva pienamente persuaso che non saremmo andati allo stadio, anche se io continuavo nei miei (vani) tentativi di convinzione.
Dai, andiamo allo stadio?
Perchè non andiamo allo stadio?
Sei sicuro di non volere andare allo stadio?
Quindi non ci andiamo allo stadio?
Il 6 a mezzogiorno siamo allo stadio?
La risposta era sempre quella: “No!”
Papà non sapeva cosa lo avrebbe aspettato il giorno dopo.
La mattina del 6 mi ero svegliato verso le 8:30. Con cura controllai cosa c’era nella calza, perchè da fuori sembrava vuota.
-Album dei calciatori Panini (papà non voleva che facessi la collezione) con dei pacchetti;
- BIGLIETTI PER LA PARTITA CHIEVO-INTER.
Potete immaginare la mia reazione al momento della visione dei biglietti…
Alla partita c’erano tifosi razzisti, eccome.
SuperMario si buttava a terra ogni volta che un avversario lo sfiorava.
Dopo la terza caduta il pubblico fischiava l’attaccante nerazzurro ogni volta che prendeva possesso del pallone.
Avrei avuto anch’io la sua reazione al momento dell’intervista: “Il pubblico di mi fa sempre più schifo”.
Il giudice lo ha multato.
Le sue sono state “Mi scuso con tutto il pubblico dello stadio, ma non con chi mi ha insultato”.
Tornando dallo stadio stavo attraversando la strada a tutta velocità e una macchina sta arrivando. Non la vedo e le vado a sbattere contro.
Il 7, ovvero il mio primo giorno di del 2010 ho trovato due mie compagne interessate alla visione di questo .
Ieri sono andato a comprarmi 20 pacchetti di figurine. Ho trovato un sacco di figurine che mi mancavano e ho trovato 29 doppioni.
Stamattina avrei avuto una campestre a San Giovanni Lupatoto (VR). Invece ora sono da tutt’altra parte: a Torino.
Sto scrivendo da qui.
Ho visitato EATALY, ovvero un grande supermercato colorato e allegro dove puoi trovare tante specialità gastronomiche e degustarle. All’interno di EATALY ci sono 5 ristorantini: quello della carne, del pesce, delle verdure, dei salumi e dei formaggi, della pasta e della pizza.

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il barista

• mercoledì, dicembre 30th, 2009

Un caffè, gli dico.
Mi domanda: «Liscio, dottoressa?».
Sì, gli dico. Liscio.

Dietro la macchina del caffè, che è enorme, vedo due mani ma nessun volto né altri pezzi di corpo.

Facciamo uno, dice lui, e non a .

No, uno e dieci, risponde la voce della donna a cui appartengono le due mani.
Ma dal primo gennaio, dice lui.
No, dice lei.
Ma è lo stesso, dice lui.
No che no l’è mia stesso, dice lei.
Lui mi guarda e abbozza, cercando con gli occhi la mia solidarietà. «Guarda come mi tratta», dice senza parlare.

L’uomo mette il piattino, il cucchiaino e la bustina di zucchero sul banco.
«La vedo stanca, dottoressa», mi dice.
Non ci siamo mai visti prima, penso.
Sono stanca, gli dico. Sono andata a letto molto tardi e mi sono svegliata troppo presto.
«E doman se ricomincia», mi dice.
Speriamo che l’anno prossimo sia meglio, gli dico.
«Ah», mi fa con un’aria scettica e pessimista.
Si nasconde per un attimo dietro la macchina del caffè dove ancora si muove quel corpo invisibile di donna ruvida e aspra.
«Mi sa che riusciranno a far qualcosa solo le grandi aziende».

È successo una mezz’ora fa, e io sto ancora domandandomi cosa gli abbia fatto pensare che stessimo parlando di .
Mi ha detto che mi vedeva stanca (grazie, tra parentesi), non che mi vedeva povera.
Le grandi aziende. E lui, ovviamente, si vede piccolo.
Forse quando si sta con donne che si nascondono dietro le macchine del caffè, o dietro qualsiasi altra cosa, parlare di diventa inevitabile. O consolante.

Sì, vedrà: ce la faranno solo le grandi . Quanto le devo?
«Novanta».
Arrivederci.
»Arrivederci».

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due tipi strani ma mooolto regolari

• lunedì, dicembre 28th, 2009

Uscendo dal lavoro con un collega, ho visto due tipi apparentemente un po’ fuori che discutevano davanti al semaforo rosso dell’attraversamento pedonale.
Uno è passato dall’altra parte della strada, verso di noi, mentre l’altro lo rimproverava a gran voce.

Il collega e io abbiamo attraversato.
Il primo dei due amici, quello che era rimasto fermo, ci ha detto: «Eh, no. Anche voi passate col rosso? Non si passa col rosso! Passare col rosso è ingiusto nei confronti del codice della strada!».

Ecco.
Io vivo in un posto in cui quelli un po’ strani, invece che di trasgredire, si occupano di assecondare la marea dell’ossessione normativa.

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