Mercoledì sera ero all’aeroporto di Roma Fiumicino, seduta al gelo di un’impossibile aria condizionata ad aspettare che decollasse l’aereo che mi avrebbe riportata a Verona in tempo per partecipare alla pizza di classe di mio figlio.
Naturalmente non ce l’ho fatta, perché l’aereo è partito solo ed esclusivamente dopo che è arrivato, con due ore di ritardo, un tale dall’aria stropicciata di cui nessuno s’era accorto nei 120 minuti trascorsi al cancello delle partenze.
Di fianco a me c’era un tipo alto di 51 anni (l’ha detto lui), con una cravatta arancione.
Accanto a lui c’era un donnone piuttosto materiale che in passato – «quanti anni? Venti? Trenta? Tu ti ricordi?» – era stata la sua fidanzata.
A destra del donnone – che aveva polsi, caviglie e collo tutt’altro che esili – un collega dei due.
Mi pare di aver capito che il trio militi nel medesimo settore professionale.
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