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la democrazia della paletta

• lunedì, febbraio 8th, 2010


Riporto di seguito l’intervento che ho tenuto all’incontro cagliaritano organizzato da Megachip e da Cavalieri Rossomori.

Chi vuole prelevare il pdf (all’interno del file pdf i link segnati sono attivi), clicchi qui (c’è qua e là qualche refuso, chiedo scusa).

Chi invece vuole leggerlo online, continui pure la lettura qui sul , tenendo però presente che si tratta di un testo piuttosto lungo e articolato, benché diviso in parti.
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giornali e razzismo/2: l’italianità e il classismo

• sabato, gennaio 16th, 2010

Riporto qui un’Ansa di ieri sera perché si collega alla questione già discussa qui, dibattuta qui e contestata qui:

HAITI: GIGLIOLA MARTINO, LA PRIMA VITTIMA ’ITALIANÀ /ANSA(SCHEDA)
(ANSA) – ROMA, 15 GEN – Gigliola Martino, 70 anni, nata a Port-au-Prince da genitori italiani, è la prima vittima ’italianà del tremendo che ha distrutto Haiti. Gigliola Martino, secondo le prime informazioni raccolte dal quotidiano ’La Gente d’Italià, sarebbe morta nell’unico ospedale della capitale ancora in piedi dopo il sisma per le gravi ferite riportate nel crollo della sua abitazione. Il figlio, Riccardo Vitello e il cugino, Leone Vitello, erano corsi da lei a Bourdon, il quartiere residenziale che confina con Petionville, abitato prevalentemente da italiani, diventato oggi un cumulo di macerie. La signora viveva sola con due persone di servizio, una badante e un garzone. Era conosciutissima nella comunità haitiana, esponente di una delle due famiglie di oriundi più importanti dell’isola caraibica, i Caprio e i Martino, presenti ad Haiti da oltre un secolo, quando, ai primi del ’900, arrivarono insieme a Port-Au-Prince, Ernesto Caprio e Gennarino Martino. Pur nata così lontana, Gigliola Martino era un’italiana vera, che continuava a parlare la lingua di Dante. Faceva ancora la pasta in casa, che condiva con il ragù ogni domenica.

Allora.
Gigliola aveva 70 anni, ed era nata ad Haiti da genitori italiani.
Se nel dell’Aquila fosse morta una donna di 70 anni nata all’Aquila da genitori marocchini, credo che nessun giornale avrebbe scritto che era morta una donna marocchina.

Così mi sono domandata cos’è che dovrebbe trattenere un giornalista dallo specificare la nazionalità di una persona, e invece gli consente, nel caso di Gigliola Martino, di specificare l’identità italiana di una donna assai più haitiana, verosimilmente, che italiana.
E questo senza che nessuno dica «ehi, ma se dici che è italiana forzi la sua identità!».

Mi son data qualche risposta.
In primo luogo, qui c’era da far stringere cuori, da provocar commozione, da sviluppare l’empatia dei lettori, e allora definire la signora «una vittima italiana» era un modo veloce e sostanzialmente indolore, perché – tanto – fare il ragù alla domenica (come dice il dispaccio Ansa) è una cosuccia oleografica e carina dalla quale nessuno può sentirsi offeso (salvo, ma dev’essere un problema solo mio, coloro che non amano esser descritti oleograficamente).

In secondo luogo, Gigliola Martino è una vittima. E dunque, quando dal calduccio delle nostre casine noi possiamo compatire qualcuno sentendoci fortunati e baciati dalla sorte, be’, allora specificare la nazionalità di qualcuno non va contro nessuna regola politically correct.
Si può fare. Nessuno s’incazza.

Vorrei peraltro far notare che i famigli della signora Martino vengono del tutto privati di identità, come forme di vita protozoica. L’Ansa scrive infatti che «la signora viveva sola con due persone di servizio, una badante e un garzone».
Delle due l’una: o sola, o con due persone, ancorché di servizio.
Qui, però, nessuno che dica alcunché.
Il classismo è di moda.
Nessuno si scandalizza se alcuni cittadini vengono definite «persone di servizio».
Questo va bene.

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il riconoscimento dell’altro e la ricerca del baco

• mercoledì, gennaio 6th, 2010

Per due motivi – cioè per fatto personale e per la sua capacità di dar testimonianza di quanto sia frequente e capillare la penetrazione del metodo dell’inversione della realtà – invito chi passa per di qui a leggere il thread che s’è sviluppato su Vibrisse a margine del mio post su «giornali, e stupidità selettiva».

E comunque, lo ripeto anche qui: io a volte penso che ci dev’essere qualcosa nell’aria. Non so: un batterio, un polline. Qualcosa che mette le persone in condizione di non voler capire ciò che leggono; di voler prima di tutto irrigidirsi, trovare la maglia rotta, beccare in (presunta) castagna qualcuno a cui per motivi inconoscibili e certamente estranei al contesto in cui si dibatte han forse deciso che bisogna abbassare la cresta.

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giornali, razzismo e stupidità selettiva

• martedì, gennaio 5th, 2010

Con ripetitività che comincio a giudicare seccante mi imbatto in una questione che mi sconcerta, legata – io credo – al conformismo e ad alcune forme piuttosto bizzarre di stupidità prodigiosamente selettiva.
La questione è questa: ha senso inserire in titoli, catenacci, occhielli, sommari e pezzi giornalistici la notazione relativa alla provenienza geografica di una persona che è al centro di una notizia?

La mia risposta è sì. Assolutamente sì.
La mia risposta è: scrivere tutto ciò che so è mio dovere di giornalista.
Ma più avanti argomenterò meglio.

l’ortodossia

La risposta normale dell’ortodossia giornalistica che si ritiene progressista è un decisissimo no, spesso accompagnato dalla considerazione che negli altri Paesi, quelli che ragionevolmente (soprattutto se siamo all’incirca di , meglio ancora se delusi, ah quanto, dal Pd) tutti consideriamo più civili del nostro, è abitudine del tutto scontata omettere la nazionalità o altri dettagli che possano risultare di sapore razzista o discriminatorio.

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il padrone del mondo

• domenica, giugno 14th, 2009

si_elimina_tuttoSolo due parole su una cosa che mi pare agghiacciante appena un grado sotto l’ignominia del comportamento che quest’uomo e i suoi scherani tennero per Eluana, la ragazza che sì, e che diamine, per quanto era vitale poteva perfino essere incinta.

Ieri ha invitato gli industriali – da presidente del Consiglio? Da collega? Da osservatore del mercato? Da perturbatore del mercato? Da concorrente? – a non investire sui giornali «disfattisti» (aggettivo piuttosto significativo).
Riepilogo.
Un presidente del Consiglio che ha giornali e tv chiede ai suoi colleghi imprenditori (non ai colleghi editori) di non investire sugli altri giornali e sulle altre tv.
Ergo: date a me i soldi della pubblicità (ché io vi favorirò). Evitate di darli agli altri, così li chiudiamo per soffocamento invece che con le leggi che fu costretto a fare Mussolini.

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bondi. basta la parola

• domenica, dicembre 28th, 2008

Sono stomacata da ciò che viene definito l’«appello» di Bondi – Bondi, il ministro dei beni culturali – a che i telegiornali indugino un po’ meno sui particolari della cronaca nera. Naturalmente, è un appello a fin di bene. Serve per tutelare i , ovvio.

Riferendosi alla notizia di quel tale che, vestito da Babbo Natale, ha ammazzato un po’ di persone in California, Bondi dice: «Non ho potuto e saputo spiegare a mio figlio le ragioni di tanta cieca ferocia, che non ha pietà dei e che avviene proprio alla vigilia del Natale, cioè nel giorno in cui la famiglia si riunisce nel segno del calore degli affetti».

Ora.
Bondi ha fatto una gran confusione fra cose, ha mistificato, ma, incredibilmente, è riuscito a centrare il punto: il problema di decodificare la complessità del mondo a beneficio dei figli, di ammorbidire le asperità del crudele e comune umano destino, di dare un senso all’insensato – ha ragione lui – è esattamente il problema dei genitori, di ciascun genitore; non dei telegiornali, dunque. Non dei giornalisti.

Mi sembra francamente insopportabile che si possa chiedere ai giornalisti di edulcorare la realtà, di nascondere le cose e di mimetizzare gli orrori, pretendendo che essi assumano un ruolo che spetta ad altri.
L’orrore è – come posso dire? – «proposto» dalla vita; e non sarà la gomma da cancellare di un giornalista a smaterializzarne la realtà.

Quanto alla «cieca ferocia» che – dice Bondi – «non ha pietà dei e che avviene proprio alla vigilia del Natale», vorrei che Bondi mi spiegasse in che modo c’entrano, qui, i giornalisti.
La notizia andava ignorata perché era Natale?

Ma perché tutti chiedono ai giornalisti di inventare una realtà che non esiste?
Nessuno che si assuma le proprie responsabilità.

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si autocensuri chi può (che noi abbiam già dato)

• mercoledì, novembre 19th, 2008

Non ho visto la trasmissione né la scenetta: però il fatto che l’ex senatrice di Maria Burani Procaccini dica che quando la Canalis travestita da Hunziker «calpesta un senzatetto, poi non dobbiamo stupirci se nella realtà si arrivi a dargli fuoco», mi spinge a volerle chiedere molto rispettosamente se lei non pensi che la sua parte calpesti i senzatetto non con il tacco a spillo dell’ex Velina ma togliendo loro qualunque diritto ad esistere, in quanto elementi di pericolosa turbativa della regolarità richiesta a ogni buon cittadino.

«Un pochino di autocensura in più non guasterebbe», dice la BP.
Sono completamente d’accordo.

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un orsomando maschio e la distruzione della stampa

• mercoledì, giugno 25th, 2008

Due cose, apparentemente slegate.
La prima. C’è un tipo, che si chiama Massimiliano Cordeddu e ha 32 anni, che non intende ragioni e vuole fare l’annunciatore in tv. Il Nicoletto Orsomando, per capirci.
Lo faceva per una che ha chiuso, e quando s’è trovato senza lavoro ha pensato di presentare la sua candidatura alla Rai e a Mediaset per l’attualmente inesistente posizione di annunciatore maschio.

Siccome gli hanno risposto picche sia dall’una sia dall’altra parte, Cordeddu ne ha fatto la battaglia della vita, ritenendosi discriminato dal fatto che le annunciatrici – come suggerisce la desinenza del termine – sono solamente femmine. Per essere sostenuto nella lotta, dice che parlerà con la ministressa Mara Carfagna, alla quale una simile declinazione della locuzione «pari opportunità» potrebbe anche apparire seducente.

Sui giornali che ne danno notizia, il tipo è da una parte ridicolizzato – «ma dài, nel 2008 c’è un uomo che vuole diventare un orsomando» – dall’altra sostenuto nella fondatezza formale dei suoi argomenti: «Poffarre, è vero, è discriminazione».

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