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due domande generiche su cosentino

• giovedì, luglio 15th, 2010

Cosentino non è più sottosegretario.
Okay.
Ma è ancora il reggente in Campania di quell’organismo definito .

Domanda numero uno:
farlo rimanere in auge nel è o non è una copertura politica?

Domanda numero due:
può essere che l’aver mantenuto copertura politica gli consenta di avere lo stesso potere – locale e istituzionale – che aveva prima, anche se come figura istituzionale l’ex sottosegretario è apparentemente scomparso dai radar?

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libertà dei giornalisti e diritti dei cittadini

• sabato, luglio 10th, 2010

Dall’Ansa:

++ :STAMPA SINISTRA HA MESSO BAVAGLIO A VERITÀ ++
CALPESTANO SISTEMATICAMENTE DIRITTI ALTRUI E DISTORCONO REALTÀ
(ANSA) – ROMA, 10 LUG – Silvio affida un «compito non facile ma importante» ai promotori della Libertà e lo fa all’indomani dello sciopero dei giornalisti sul ddl intercettazioni: «Dovete togliere il bavaglio alla verità – dice in un messaggio audio -, quel bavaglio imposto dalla stampa schierata con la sinistra, pregiudizialmente ostile al governo, che disinforma, distorce la realtà e calpesta in modo sistematico il diritto sacrosanto della privacy dei cittadini».

Un diritto che si traduce, per il premier, «nell’uso sereno del telefono» ma che i giornalisti «calpestano invocando la loro libertà come se fosse un diritto che prescinde dai diritti degli altri».

Mettere i cittadini contro i giornalisti.
Sostenere che la libertà di informazione contrasti coi diritti dei cittadini.
Come già scrivevo ieri, questo a me pare un’inaccettabile inversione di realtà.

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gdl vuole la rivoluzione liberale, la mamma dice no

• lunedì, giugno 28th, 2010


Allora.
Non è che il sia finito, e non è finito neanche . Però c’è che quest’uomo ha fatto un sacco di promesse che non ha mantenuto.
Sarà anche vero che ha avuto successi fantasticissimi nella – sic – «lotta al crimine organizzato».
Ma…

Non ha fatto la separazione delle carriere dei magistrati.
Non ha fatto le liberalizzazioni.
Non ha fatto le grandi infrastrutture pubbliche.
Non ha fatto i «termovalorizzatori».
Non ha semplificato le norme e le procedure amministrative.
La riforma universitaria ancora non c’è, e ha sciaguratamente davanti un lungo e incerto iter parlamentare (dal che forse conseguirebbe che non è stato nemmeno capace di rendere del tutto inoffensivo l’obsoleto istituto del Parlamento).
Delle intercettazioni, poi, non parliamo neanche.
E per carità di patria nemmeno parliamo della sua «incapacità di leadership».

Insomma.
All’attacco sferrato da (che sotto il titolo di «La necessità di un colpo d’ala» parrebbe a me quasi evocare altri tipi di «colpi») manca quasi solo la garbata lamentela sul fatto che sia venuto meno, poffarre, alla promessa di emanare le leggi razziali.

L’editoriale – giudicato possedere dignità di pubblicazione sotto un titolo autonomo sulla prima pagina del Corriere.it, il giorno dopo l’editoriale altrettanto perfido di De Bortoli e a breve distanza di tempo dalle ramanzine di Battista – si conclude con una frase che da sola vale tutto il resto.
«Dov’è finita la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno?».

, dunque, si domanda «dov’è finita la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno».
Io mi domando da chi ca*** la voleva, GdL, questa «rivoluzione liberale».
Come abbia potuto pensare che , per un solo istante, ce l’avesse in mente.
Come possa egli dire che «il Paese» ne «ha bisogno» senza specificare in che cosa essa consista.

Va bene che GdL critica da destra (molto da destra): ma lui e il Corriere di De Bortoli e Battista che cosa stanno cercando di dirci? Cosa stanno cercando di dire a ?
Perché, all’improvviso, queste uscite radicalmente critiche – e da destra, ripeto – contro ?
Cos’è che, all’improvviso, l’ha reso indifendibile?
Quale alternativa è stata individuata?
Oppure: quale fastidio occorre dargli? A quale scopo? Per farlo cedere su cosa? Per dare un segnale a chi?

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l’invidia (raffinata), saviano e berlusconi

• sabato, giugno 26th, 2010

Succede una cosa curiosa.

Succede che in un pacatissimo scambio di opinioni in calce a questo mio post, ci si confronti su alcuni punti relativi alle conseguenze politiche dell’azione di Roberto Saviano, senza fare riferimento al libro ma alle sue prese di posizione pubbliche successive.

Succede che dopo avere io argomentato le ragioni per le quali a me Saviano sembra ben inserito nella logica di mondo espressa dal (ma nata – scrivevo – prima di ), mi venga eccepito questo:
Continue reading ‘l’invidia (raffinata), saviano e berlusconi’

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chiedo scusa, o mio signore…

• domenica, maggio 30th, 2010

Non conosco la cultura generale del ragazzo che è stato aggredito.

Però il fatto che egli chieda a , e non al Parlamento, di dare velocemente corso alla legge contro l’ mi sembra un segno dei tempi.
Di questi tempi si chiede al capo, al sire, al piccolo imperatore.
L’idea di democrazia rappresentativa è alquanto obsoleta.
Siamo soci di minoranza di una società per azioni e chiediamo le decisioni al presidente del Consiglio di amministrazione, all’amministratore delegato.

E nessuno di coloro che hanno commentato – nessuno – né da destra né da sinistra ha rilevato che da indiscrezioni non confermate sembrerebbe (sembrerebbe…) che il potere legislativo sia ancora una prerogativa parlamentare.

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la legittimazione omeopatica della dittatura

• giovedì, maggio 27th, 2010

Mentre già pregusto uno stacco dublinese (per il Dublin Writers Festival, per l’ennesimo corsettino per sciacquare i panni nel Liffey, e per una due giorni con Catherine Dunne), mi va di sottolineare una cosetta italiana.
Questa:

Non è che mi stupisca, in sé, la citazione di . L’uomo mi par capace di far di peggio.
Quel che mi sembra un segnale esiziale di novità è l’imprevedibile accostamento dell’aggettivo «grande» al sostantivo «dittatore»; l’ennesimo scivolamento del senso delle nostre parole.

Nel generale slittamento dei significati, prima di questo bipede eversore nessuno aveva ancora mai osato implicare con noncuranza che un’identità così fortemente contrassegnata da un’aura negativa come quella del dittatore potesse essere ribaltata da un aggettivo così inequivocamente positivo come «grande».

Qui non c’è una rivalutazione storico-critica del periodo fascista in senso revisionista: qui c’è, semplicemente, la stessa pigra protervia con la quale costui sostenne in tv che la sinistra – incredibile, eh? – pretende di utilizzare la tassazione per redistribuire il reddito (come se la tassazione potesse avere un altro senso qualunque) e dare uguali opportunità al figlio dell’imprenditore e al figlio dell’operaio.

Nemmeno allora se ne accorse nessuno.
All’epoca fece scalpore l’annuncio del taglio dell’Ici, ma quel che in realtà accadde quella sera in tv fu che il primo discorso radicalmente antiegualitarista affondò nel rumore desensibilizzante delle vacuità insignificanti e costruì la base perché chiunque potesse con orgoglio finalmente dichiararsi classista e antiegualitario per il solo fatto che qualcuno dalla tv l’aveva autorizzato.

Ora è accaduta la stessa cosa.
L’attenzione generale è assorbita dal riferimento a , e mi sembra che sfugga l’enormità del tragico crollo dell’ennesimo significato storicamente attestato e socialmente condiviso.
È toccato alla Resistenza, al 25 aprile, alla bandiera, alla Costituzione, al Parlamento…
Adesso tocca alla «liberalizzazione» linguistica della categoria politica della tirannide.

Fino ad oggi, mi pare che in certi ambiti si sia al massimo discusso se fosse oppure no un «grande statista».
Mi è chiaro che già la denominazione di «statista» promuove un’indiretta rivalutazione della figura storica attraverso la categoria della neutralità (statista è, a rigore, colui che si occupa dello Stato; né buono né cattivo, benché generalmente considerato di grande capacità prospettica); ma è come se quella rivalutazione fosse stata tentata «nonostante» il suo essere un dittatore.

Ora è diverso.
Lui era un «grande dittatore».
(Come dire che è un altissimo nano, ma non c’è comunque niente da ridere).

Quel che è successo oggi è la legittimazione omeopatica del concetto di .
Inserire un cameo retorico di questo genere in un discorso di per sé destabilizzante ottiene perfettamente l’obiettivo della desensibilizzazione della nostra percettività.
Ci mettiamo a parlare del fatto che i gerarchi son più potenti di lui; critichiamo il concetto che ci pare principale e dimentichiamo che egli non si è solamente lamentato per l’asserita esiguità dei suoi poteri che tanto colpisce – pare – il Pd, ma ha anche indicato la via d’uscita da questo problema: una «grande ».

Non mi sembra rilevante l’argomento che il senso letterale delle parole sembra diverso (e cioè un possibile «anche grande dittatore si lamentava di avere poco potere, dunque nemmeno la grande conferisce grande potere»); perché, anzi, anche procedendo sulla linea dell’interpretazione rasoterra quel che otteniamo è che a lui, a Silvio , occorre perfino qualcosa di più grande di una grande .

Ci siamo spostati in avanti, insomma, perché ciò di cui si discute è già la gradazione della (grande, più grande, grandissima, eccelsa), e non più la in sé.

Noi sembriamo essere fieri di noi stessi perché non ci siamo fatti infinocchiare e abbiamo afferrato il vero senso delle affermazioni di quell’uomo, e invece abbiamo colto solo ciò che egli ha voluto venderci nascosto nello stesso pacchetto, anestetizzando la nostra reattività.

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lui sì che ci ha salvato

• domenica, maggio 16th, 2010

È molto più facile vedere la che c’è qua dentro, in video, che non in pezzetti non firmati sui giornali…

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per favore, me ne togli un po’?

• martedì, maggio 4th, 2010

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«gli stranieri vengon qui a uccidere»

• lunedì, aprile 26th, 2010

Ecco il commento di un lettore alla notizia che un uomo con tutti i diritti di esistere è morto in un incidente provocato – pare – da un uomo che non ha alcun diritto di esistere. Non da queste parti, perlomeno.
Perché questa gente – apprendiamo dal commento – viene qui a uccidere le persone che non c’entrano niente.

Con che cosa «non c’entrano» non saprei dire. Ma mi pare di capire che, argomentando a contrario, qualcuno che «c’entra qualcosa» possa essere liberamente e impunemente ucciso, e perfino da uno sporco negro bastardo.

Dedico il commento riportato qui sotto a tutti coloro che, estremamente intelligenti, pacati e realisti, sostengono che quindici anni di leghista non hanno cambiato niente; che le promesse del cavaliere e dei suoi non sono state mantenute.
Altroché se sono state mantenute.
Il problema è che promettevano la barbarie, e molti han fatto finta di non capirlo (altri eran proprio scemi, e vabbè).

e ringraziamo ancora una volta i “soliti” stranieri che vengono qui ad uccidere le persone che non c’entrano niente!!! non è possibile che per colpa di certa gente che non è manco capace di guidare si debba aver paura ad uscire da casa!! BASTA STRANIERI…MANDIAMOLI A CASA LORO!!!

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buonanotte a fini

• venerdì, aprile 23rd, 2010

Ho ascoltato l’intervento di , dall’inizio alla , e la replica di .
Sono estremamente impressionata.
Spero di avere presto abbastanza tempo per poter scrivere qualcosa di più circostanziato di ciò che scrivo ora, all’una meno un quarto di notte.

Mi sembra sconcertante la sottovalutazione della temperie che viene dimostrata dagli autori di alcune delle analisi che ho letto o ascoltato, i quali trattano la vicenda come un siparietto da avanspettacolo nel quale conta più il carattere delle maschere in scena che il merito delle affermazioni, oppure come un punto di non ritorno nelle vicende del del predellino invece che – ahimé – come un punto di non ritorno (e di quale drammaticità) nella storia del Paese.

Rendo massimo onore al coraggio e alla tagliente, spietata e lucidissima linearità di analisi di cui ha dato prova, sottoponendosi alle forche caudine di un uditorio prono ai voleri del capo, la cui ridicolmente rigida complessione già da sola rendeva conto e ragione – ah, se il corpo parla – della totale incapacità di comprendere gli argomenti dell’ex presidente di An.

Pur discostandomi da molte delle idee espresse da (ma non dall’inquadramento della questione degli immigrati, per esempio, o dall’analisi del comportamento leghista), credo che quest’uomo sia l’unico vero possibile uomo politico di questo Paese, e lo dico con la sofferenza doppia di chi sa che stature così non ce ne sono nella sua parte politica (se ancora ne ho una, in effetti), e di chi capisce che questa direzione nazionale – ed ecco qui il mio punto – rappresenta la morte politica di , e non del .

Perché la morte politica di mi sembra un dramma? Perché ha ragione: nel silenzio dei servi del Kaiser, vince la Lega. Al Kaiser e ai suoi servi non interessano né il Paese né il . Ne sia testimonianza il dissenso che è scoppiato fortissimo – più che per qualunque altra affermazione finiana – quando l’ex presidente di An ha parlato della cosiddetta prescrizione breve; dell’argomento giustizia, insomma.

parla di politica, e di degli interessi, e parla della forma-.
L’altro gli risponde da ras. Non solo «vattene» – che in fondo sarebbe a questo punto perfino il meno – ma anche «il governo ha fatto questo e il governo ha fatto quello».
Non so se non abbia capito o non abbia voluto capire (ignoro, però, se la sua levatura politica da capannone brianzolo gli consenta porzioni anche minime di reale comprensione su questo piano) che le questioni poste erano di genere completamente diverso.
Riguardavano l’identità possibile di un ; la salvaguardia dell’identità politica di un’area culturale; la necessità di sintesi politica da contrapporre finalmente a un’idea della politica che nella migliore delle ipotesi posso definire amministrativo-gestionale.

Patetica la risposta sulla Lega, per esempio.
A parte che io non credo affatto, nemmeno per un millesimo di secondo, che la Lega vinca per il suo asserito radicamento territoriale (ma per la legittimazione della scoreggia razzista e «cattivista» che ha scientemente perseguito e ottenuto, realizzando un imbarbarimento della socialità nordista del quale riesce per fino ad andare incomprensibilmente fiera); ma come può, mio dio, rispondere a che la Lega vince per il radicamento sul territorio, e che il radicamento della Lega consiste nel fatto che gli amministratori locali ogni settimana debbano fare rapporto ai vertici del ?
Che diavolo di risposta è mai questa?
E che idea è quella che gli amministratori locali del del predellino debbano prenderne l’esempio e sacrificare sabati e domeniche per fare anch’essi rapporto ai loro capi gerarchici?

Che idea di politica è?
Che idea di Paese è?
Che idea di è?
Che idea di destra è?

Sono sconcertata dall’aver visto quelle vuote testoline bionde di femminucce adoranti berlusconiane agitarsi scompostamente – la lacca fa miracoli – in ampi e indignatissimi gesti di dileggiante diniego mentre parlava .
Sconcertata dal silenzio delle truppe dei dipendenti di .
Schifata dal servilismo.
Allarmata dal documento contrario alle correnti che il capo s’è fatto votare dai suoi.

No.
Qui il problema non è la frattura fra e ; fra gli ex di An che seguono l’ex presidente del loro e i miserabili servi che (dappertutto; mica solo nel del predellino) sanno solo annuire a comando.
Qui il problema è che la minorità di è tragicamente macroscopica.
E non tanto nelle idee (potrei accettarlo senza la disperazione che invece sento), ma nel metodo.

Questa gente non capisce di cosa ha parlato.
E come non lo capisce il non lo capisce la gente che li vota (ma anche tanti di quelli che votano Pd, temo), che è gente che dopo sei parole ha già dismesso la concentrazione; ha già rinunciato a capire; è gente che dopo sei parole ha già scelto.
Non è che siano scemi.
Sono stati semplicemente costruiti così.

E che la gente che vota il predellino (e – temo, ripeto – molti di quelli che votano dall’altra parte) non capisca il senso delle parole di è cosa di cui fa fede il tipo di video che impera sui siti: «la lite in diretta», tre minuti assolutamente privi di contenuti.
Non si sarebbero nemmeno dovuti estrapolare, quei tre minuti.
Bisognava vedere e sentire tutto, per capire.

E invece, ci sorbiamo articolesse su parricidi simbolici e amenità para-psicoanalitiche.
Sono curiosa – ma fino a un certo punto, perché so che soffrirò; ma magari no, va’ – di leggere i giornali di domani.

Per adesso, buonanotte. Mi devo ancora lavare faccia e denti, ed è l’una passata.
Buonanotte a tutti.
Ma soprattutto a .
La cui moglie Daniela non ha, dopo essere stata lasciata, dato interviste in cui diceva che suo marito era un bastardo ed è uscita di scena con uno stile che il suo aspetto fisico e il suo tipo di abbigliamento mai avrebbero lasciato sospettare (ed è la prova che Lombroso va preso con le pinze).
La cui compagna Elisabetta non va concedendo interviste sulla sofferenza politica del compagno.

Ha senz’altro scelto le donne in modo più accorto di quanto abbia fatto col .
E lo ripeto: buonanotte a .
E grande stima.

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saviano e il referendum aziendale

• domenica, aprile 18th, 2010

Nella risposta di Saviano alla lettera con cui Marina ha replicato alle prese di posizione del giovane uomo dopo l’uscita del presidente del Consiglio, c’è una frase sen-sa-zio-na-le.

Prima puntata: dice che la mafia è famosa per colpa di chi ne scrive o di chi ci fa i film (idiozia marchiana e politicamente inescusabile).

Seconda puntata: insurrezione dei savianidi e di Saviano ipse. Caro , scrive, «il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?» (parole sante). E poi: «La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall’accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, “comprati”. E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. È da loro che voglio risposte».

Terza puntata: risposta dell’editrice, cioè Marina -Mariah Carey (non sono identiche?). Caro Saviano, «il gruppo Mondadori ha garantito» a lei «e a tutti gli altri suoi autori la massima libertà di espressione. Lo ha sempre fatto e continuerà a farlo».

Quarta puntata: dopo che la sua casa editrice, nella persona della sua presidentessa, gli dice certo che puoi continuare a scrivere qui, la tua libertà è garantita, lui le risponde: «ci mancherebbe che uno scrittore non fosse libero nella sua professione» (professione, eh).

La frase sensazionale è questa:

«Una libertà esiste però solo se viene difesa, raccolta, costruita nell’agire quotidiano da tutti coloro che lavorano e vivono in una azienda. Ed è infatti proprio a questi che mi sono rivolto ed è da loro che mi aspetto come ho già scritto una presa di posizione in merito alla possibilità di continuare a scrivere liberamente nonostante queste dichiarazioni».

Io trovo semplicemente incredibile che quest’uomo chieda ai dipendenti della Mondadori – a «tutti», precisa – una «presa di posizione» su di lui.
È incredibile che non gli basti la presidentessa della società editrice.
Ma cosa vuole? Un plebiscito?
Un referendum aziendale?
Ma è uscito di senno?

Sulla questione del silenzio ha ragioni da vendere, va senza dire.
Ma quest’idea di chiamare in causa i dipendenti della Mondadori a me sembra completamente priva di senso. Politico e della misura.

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