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il «gesto folle» e la mancanza di rispetto

• domenica, luglio 19th, 2009

gesto_folle
Sulla decisione di quella donna che ha ucciso la figlia di cinque mesi che aveva la , leggo questo sulla Repubblica:

La donna – maestra d’asilo, amante dei bambini, madre anche di un bambino di 5 anni – non era riuscita a superare il trauma della nascita di una bimba disabile e ieri sembra aver ceduto alla propria disperazione. (… ed) è nel dolore di questa donna che non riusciva ad accettare la nascita della figlia che bisogna indagare.

«Superare il trauma».
«Accettare la nascita della figlia».
Che parole violente, stupide, liquidatorie, semplicistiche e irrispettose.

Chi può pensare che sia possibile accettare la nascita di un figlio Down? O superare il trauma?
Chi può credere che basti un’azione intenzionale (accettare la nascita, superare il trauma) ultimata la quale la disperazione – puff – è scomparsa e non c’è più?

Chi può escludere che questa donna avesse compreso quanto difficile sarebbe stato il futuro della sua bambina, suo, dell’altro figlio e del marito?
Non dico che sia andata così, ma perché – mi domando – invece di pensare che l’omicidio e il suicidio siano nati da una profonda consapevolezza della presumibile tragedia futura, viene così semplice e autoassolutorio pensare che questa donna abbia ucciso e si sia uccisa perché non aveva il fisico per sopportare il passato e il presente?

Quanto facile autoassolutorio.
Era lei che doveva accettare la nascita di una figlia Down.
Era un problema suo.
Io giornalista, io osservatore, io vicino di casa, io pezzo di società, io conoscente, io non c’entro: non ho nessun dovere di rendere un po’ più facile la vita a questa donna e alle altre donne così intaccate negli affetti più profondi.
Non ho nessun dovere di rendere più facile la vita delle persone handicappate, ostaggi perpetui di uno sciagurato sistema di cosiddetti servizi sociali che piallano come rulli compressori i cuori di chiunque passi per i loro nauseanti e riprovevoli artigli.

Era lei che era depressa.
Non io vicino, io giornalista, io conoscente, io vicino di casa, io pezzo di società, a non aver fatto un ca***.
È questo il motivo per cui possono parlare – vergognosamente – di «gesto folle».

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le rane crocifisse portano jella

• mercoledì, ottobre 29th, 2008

Per come è scritta qui, la notizia si capisce pochino, nel senso che mentre all’inizio del pezzo viene dato per scontato – senza portare alcuna conferma giornalisticamente sensata, però – che lei sia stata licenziata per colpa della crocefissa, al termine dell’articolo si riporta un virgolettato – cioè una citazione testuale – nel quale c’è però un condizionale completamente ingiustificato e totalmente fuorviante.

Comunque: la direttrice del Museion, il d’arte moderna e contemporanea di Bolzano, , è stata licenziata con effetto immediato.
Lei fu la persona che decise di esporre la rana crocifissa di , cosa che suscitò un vespaio micidiale, spingendo anche il papa a esternare il suo sdegno (non che ci voglia tanto, ora che ci penso, a convincerlo a esprimere il suo sdegno).

Qui la cosa si capisce un po’ meglio: le motivazioni dichiarate sono solo economiche.
Per carità: magari Corinne ha veramente dilapidato un patrimonio.
Però resta il fatto che viene licenziata la direttrice che ha voluto esporre la che ha fatto arrabbiare il papa, Durnwalder e un certo numero di altre persone con un certo potere.

Tra l’altro, il suo curriculum non sembrava malaccio.

Foto: Oliver Oppitz da qui.

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rana verde, uomo nero

• venerdì, agosto 29th, 2008

La resta esposta, la direttrice del anche (benché in seconda linea, «coperta» com’è stata dal consiglio di amministrazione).
Aderisco volentieri all’idea di Malvino, di cui apprendo attraverso Danilla.
Lo faccio perché, al di là delle opinioni vibranti che si contrappongono a casa di Giulio Mozzi e a casa di Malvino, mi è piaciuta la dinamica della vicenda: pezzi di mondo, anche tremendamente autorevoli, che tentano di far pressione a modo loro; pezzi di mondo (la direttrice e il consiglio di amministrazione del ) che fanno il loro lavoro e ne assumono la responsabilità.
Di questi tempi è raro.

E già che ci sono, dico anche che il discorso di Obama m’è piaciuto. Nonostante il fatto che avrei preferito Hillary.
McCain – dice – da vent’anni non fa che seguire la «screditata filosofia repubblicana» del «dai di più e di più a coloro che già hanno la massima parte delle ricchezze, e mettiti a sperare che i rivoletti di prosperità colino giù a vantaggio di tutti gli altri».
Mi sembra un concetto più coraggioso di quelli che esprime Veltroni.

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e tu ce l’hai l’autorizzazione a respirare?

• lunedì, agosto 11th, 2008

Leggo che da qualche parte – in forza di una di quelle ordinanze creative che, sprezzanti come sono dell’unitarietà e della certezza del diritto penale, stanno in questo Paese distruggendo anche il senso stesso della legge – è stato multato un suonatore che si esibiva per strada senza «regolare autorizzazione».

A parte che non avevo idea che esistesse una «regolare autorizzazione» a fare i suonatori per strada (ma per carità: l’ignoranza è colpa mia), mi domando quanti e quanti ragazzi hanno girato il continente con l’Inter-rail fermandosi a suonare una chitarra, o qualunque altro strumento, agli angoli di una strada in una qualunque capitale europea.
Era l’unico modo per viaggiare, d’altra parte, senza chiedere denaro ai genitori, che magari nemmeno ne avevano.

Che mondo assurdo.
Questa storia fa il paio con un’altra notizia, di ieri.
A Bolzano, gli ultrasessantenni possono viaggiare sui mezzi pubblici a prezzi bassissimi, praticamente simbolici.
Ebbene: gli autisti degli autobus e i cittadini più se ne sono lamentati.
Dicono che quegli sconti sono ingiusti, perché gli sono troppi; e, facendo fatica a salire sui predellini del , ne rallentano le corse.

Decisamente: ci vuole , sì.
Ci vuole una per buttarci dentro tutti quelli che la vita ha sconfitto, ha affaticato, ha reso stanchi, lenti, incuranti del successo, sdentati, tristi, spaventati, poveri, soli, affranti, disperati, ammalati.
Una vicina a un inceneritore.

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