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bacon mi sta dicendo qualcosa

• domenica, novembre 15th, 2009

bacon_centenary_exhibition

Domenica scorsa, esattamente una settimana fa, sono andata a vedere la mostra che la Hugh Lane Gallery di ha dedicato a nel centenario della nascita, avvenuta – chissà perché lo ripetono veramente dappertutto – al 63 di Lr. Baggot Street.

Ho preso il catalogo, ho ascoltato interviste su Internet, ho letto, ho visto.
Ho letto qualcosa della sua vita, di cui non sapevo niente.
Il padre militare opportunista; la madre ricca, di origine irlandese; la nonna a cui era tanto legato.
La consapevolezza piuttosto precoce della propria omosessualità, l’assenza di educazione formale all’.

Il fatto che la notte precedente a una sua fondamentale mostra parigina apprese che il suo amante era stato trovato morto in albergo. E che un’altra volta, prima di un’altra mostra non ricordo dove, seppe che un altro amante era morto.

La vasca da bagno in cucina.
E lo studio.
Lo studio londinese pieno di cose, tutte accatastate l’una sull’altra.
Spizzichi e bocconi di una vita strana, di un uomo che – disprezzato come fu dal padre, forse – negli occhi non sembra portare nessuna luce di autocompiacimento.

Dopo la sua morte, l’erede donò lo studio intero alla Hugh Lane, il cui staff fotografò e catalogò ogni pezzo, ogni libro, ogni foto, ogni straccio, ogni tubetto di colore, ogni scatolina, ricreando poi al museo lo studio in ogni suo più minuto particolare.
Un lavoro certosino e in qualche misura anche feticista.

La mostra raduna opere famose, disegni, schizzi, ritagli di giornale, opere incomplete, foto, pezzi di immagini, appunti, biglietti, tele tagliate e private di molte delle loro parti a causa del fatto che a Bacon non piaceva com’erano venute. C’è anche l’autoritratto al quale stava lavorando quando morì, nel 1992.
Che orrore capire che la morte può arrivare quando ancora non hai finito di fare.

Sono rimasta molto impressionata da quel che ho visto, e da quel che ancora sento a una settimana dal momento in cui l’ho visto.
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il cinismo, o del garage come speranza

• martedì, maggio 19th, 2009

sicuro_sicuroNon so: per me, guardando le cose con una certa freddezza, è più utile un garage.

Il fatto è che siamo così drammaticamente abituati a disperare (come si legge qui, commento di cui per la verità non condivido proprio tutto: «In questo mondo di non ci sono speranze. C’è la sensazione diffusa di una storica: un gran vento di che frena le nuove leve, fa calare gli iscritti, inaridisce la generosità dei e la loro naturale voglia di cambiare il mondo in un precocemente senile»), che anche quando parliamo di un’auto ci sembra più facile pensarla ferma, e magari pure piccola: così piccola da poter stare su un tavolo.

O anche sotto un tavolo, se oltre che senza siamo anche depressi.

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cinismo e dolore, parte seconda

• venerdì, aprile 24th, 2009

Ha ragione Kalle sul suo blog (ma che piacevole scambio di cortesie): il , l’orribile che ci rende così difficile la vita in , non è una questione di “carattere italiano”.

Io non so quale sia l’impasto di situazioni che ci conduce a vivere in un Paese in cui chi crede a qualcosa – qualunque cosa – viene considerato un imbecille.
Però, mio dio, è insopportabile.
E’ come se ogni minuto la domanda che ti viene tacitamente fatta fosse questa: ma ci credi davvero?

Non so.
In tv c’è una trasmissione in cui la gente va e racconta le sue storie. Tu la guardi con qualcuno, e quel qualcuno si gira verso di te e ti domanda con grande serietà: “Ma tu ci credi davvero?”.

Oppure: Berlusconi dice “taglieremo le tasse”, e tu pensi “ma questo chi vuole infinocchiare?”.
O il Pd dice: “Non ci divideremo”, e tu dici a te stesso “ma figurati!” (anzi: niente punto esclamativo, perché nell’esclamazione c’è troppo entusiasmo).

O magari sul lavoro dici “Ma non possiamo continuare a scrivere queste cose” – ipotesi, dico per dire – “sui rom…”, e i colleghi ti rispondono “ehi, ma pensi davvero che quel che scrivi abbia un’influenza su quel che la gente pensa?” (salvo poi, collettivamente e individualmente, fare esattamente quel che il chiede, ovvio); o anche “ma credi davvero di poter cambiare le cose?” (che poi è una variante sofisticata del chissenefrega, e funziona infinitamente meglio come espediente autoassolutorio, perlomeno tutte le volte che me lo dico io da sola, anche se ne soffro).

E non è – non ci credo – che la nostra storia ci ha abituati a essere fregati, e la nostra attitudine – magari – si chiama non , ma scetticismo, ovvero semplicemente un’opportuna contromisura.
Non è che siamo stati fregati dal , intendo, o dalla burocrazia.
Il ce lo siamo creati noi nel modo in cui è adesso, penso.
Non è arrivato da Marte.
Gli uomini politici sono espressione della nostra democrazia, non sono fenomeni di importazione.

Sento il peso di anni, anni e anni di lavoro ai fianchi.
Quel lavoro ai fianchi che serve a farti capire che tu come individuo non conti un accidente, non fai nessuna differenza, non hai nessun se non quello di “farti scegliere” come manutengolo da chi ha
Anni così.
Lunghi anni così; lunghi anni spesi a tentare di resistere a ciò a cui resistere si è dimostrato impossibile.
Cristo.

Il mio “diventare adulta” è consistito esattamente in questa presa di coscienza: la presa di coscienza che io non contavo un ca**o.

Non credo di essere la sola ad aver vissuto e a vivere tutto questo.
Credo che a doverci rendere conto che diventare adulti significava adattarsi al dato di fatto che non si conta un cazzo siamo stati in tanti, ma evidentemente non troppi; perlomeno, non in numero sufficiente a produrre un urlo.
Se fossimo stati in tantissimi, quell’urlo l’avremmo sentito.
Ce ne saremmo accorti, credo.
Invece io continuo a sentire il rombo del silenzio.
Quello della gente che sa di non contare un cazzo e le va bene così.

Anni così, comunque.
A disilludersi. A pensare che da bambini, e poi da ragazzini, ci hanno raccontato un sacco di stronzate su quella storia che da grandi avremmo avuto il di fare di noi quel che ci sarebbe piaciuto.
Anni a capire, momento dopo momento, che non c’era assolutamente niente che potevamo fare.
Che – anzi – provarci poteva distruggerci; poteva toglierci tutte le energie che erano necessarie a vivere decentemente i nostri sentimenti, le nostre relazioni, le nostre passioni.
Che non c’era spazio per la serietà delle intenzioni, per la profondità delle motivazioni, per il desiderio di cambiare le cose.

E attenzione.
Non cambiare il mondo intero: poche cose.
Nel tempo abbiamo imparato che ci si poteva accontentare di cambiare poche cose, e anche molto piccole.
Ma neanche questo è stato possibile.

Anni così.
Ca**o.
E poi ditemi come ci si sente.
Come ci si sente a vedere che a poco a poco, avendo ridotto la gente a credere di essere impotente, la gente comincia a cercare di mettersi nelle mani di un’unica persona potente, e le dà volentieri il di farla sentire impotente perché l’unico titolato a fare qualcosa (e che sollievo!) è quella persona a cui abbiamo lasciato tutto il .

E poi, però, ditemi come si sente una persona giovane, magari di quelle che non hanno voglia di vedere Amici o il Grande fratello o di leggere – se proprio sono fini intellettuali – il Giornale o Libero.
Ditemi come si sente un bambino che si percepisce altro da quel che vede, che si vede troppo entusiasta, troppo partecipe, troppo motivato. Un bambino a cui gli adulti e i coetanei rimandano un’immagine di personcina troppo ingenua, stupida, non in linea.
Cristo.
Mi sembra di soffocare.

Fuori piove. Non aiuta.
Torno da Margaret a studiare.
Sarò tutta bagnata, di qui (Palmerston Park, posto stupendo dove le case costano dai due milioni in su) a Dundrum, ma pazienza.
Qui c’avranno anche fiducia nel futuro ma c’hanno anche un casino di pioggia.
Non si può avere tutto.

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