«Con la caduta del Muro di Berlino del 1989 si chiude un secolo, il XX, ma si apre uno spazio, un “vuoto narrativo”, che copre gli anni fino all’11 settembre del 2001, quando il crollo delle Torri Gemelle segna l’ingresso nel nuovo millennio.
In questa parentesi storica, in questo iato fra i due secoli, appare una nuova generazione, la cosiddetta Generazione X descritta da Douglas Coupland nell’omonimo libro, che è priva di un “romanzo collettivo” intorno al quale strutturare la propria vita sociale».
E ancora:
«Kate è insomma uno “scoubidou” sociale che intreccia, come tanti fili di plastica, i valori dell’epoca: la giovinezza, la magrezza, la velocità, la trasgressione, la capacità di impersonare un ruolo e di captare l’attenzione.
Questo elemento camaleontico è ciò che per (Christian) Salmon (il sociologo di Storytelling, ndr) caratterizza il neo-liberalismo. Se prima era bello quello che durava, ora si ama solo ciò che cambia, ciò che muta.
(…)
Il neo-liberalismo, infatti, ci vuole strateghi di noi stessi: non è tanto o solo il talento a valorizzarci, ma la capacità di fare un uso strategico delle nostre emozioni, dei nostri corpi, dei nostri desideri».
Stenio Solinas, daqui.
Il libro di cui si parla è «Kate Moss Machine», edizioni La Découverte, 134 pagine.
Il giudice (…) ha autorizzato, per la prima volta in Italia, la diagnosi genetica preimpianto a una coppia fertile portatrice di una grave malattia ereditaria, l’atrofia muscolare spinale di tipo 1 (SMA1). Questa malattia causa la paralisi e atrofia di tutta la muscolatura scheletrica e costituisce la più comune causa genetica di morte dei bambini nel primo anno di vita, con un decesso per asfissia.
(…)
La coppia nel 2003 aveva visto morire una figlia di appena 7 mesi, colpita da atrofia muscolare spinale di tipo 1. «Siamo riusciti ad avere un bambino sano nel 2005 ma siamo stati costretti – ha spiegato la donna, quasi 40 anni, lombarda, con un marito quasi coetaneo e fertile come lei – a tre aborti perché questa malattia è assolutamente incompatibile con la vita. Ho avuto 5 gravidanze, un figlio solo e 4 lutti».
(…)
(Per la sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella), «il giudice in sostanza stabilisce che per il diritto alla salute di uno si può sacrificare il diritto alla vita di venti (embrioni, ndr)».
(…)
Con la diagnosi preimpianto e la selezione degli embrioni da impiantare, autorizzate dal giudice, secondo il sottosegretario «si introduce un principio di eugenetica, e si dà un minor valore alla vita dei disabili. Se l’aborto, ad esempio, è consentito solo in caso di rischi psichici o fisici della madre, qui si proclama il non diritto di un disabile a vivere».
Non tenterò di sostenere con argomentazioni logiche di cui mi vergognerei ciò che per via uterina già mi viene da replicare (una cosa di questo tipo: «Quando Eugenia Roccella avrà visto il figlio di sette mesi morire soffocato, forse a quel punto potrà parlare»; che è una frase che io stessa non condivido perché so che non è l’esperienza che dà il diritto di dire quel che si pensa).
Da qualche parte in giro dentro di me c’è una sensazione confusa che però acquista una materialità sempre più intensa, a mano a mano che si sposta fino a raggiungere gli snodi interiori attraverso i quali transitano non l’energia, ma gli atomi embrionari – potrei dire – delle consapevolezze che poi si fanno carne.
Quel che percepisco, e non so a partire da dove e da quando tutto questo sia stato, è che sto rinascendo a me stessa attraverso i sensi.
Per una volta, non mi sento a un bivio.
Percepisco che l’unica strada che ho davanti passa per di lì, per la percezione dei miei contorni, dei miei dentro e dei miei fuori; e dei contorni, dei dentro e dei fuori del mondo.
Marco mi ha scritto che il post qui sotto – quello sulla pluralità di declinazioni identitarie (anche fittizie) necessarie a sopportare una contemporaneità che non è più antica e nemmeno più moderna, ma è andata al di là e ci ha lasciato in balia dell’isolamento – gli ha richiamato alla memoria la canzone di Gaber che ho inserito da YouTube.
Il testo è questo.
Mio nonno è sempre mio nonno
è sempre Ambrogio in ogni momento
voglio dire che non ha problemi di comportamento.
Ma io non assomiglio ad Ambrogio
l’interezza non è il mio forte
per essere a mio agio
ho bisogno di una parte.
Per esempio, quando sto in campagna
ed accendo il fuoco nel camino
lentamente raccolgo la legna
e mi muovo come un contadino
e se in treno incontro una donna
io mi invento serio e riservato
faccio quello che parla poco
ma c’ha dietro tutto un passato.
E se mi viene bene
se la parte mi funziona
allora mi sembra di essere una persona.
Qualche volta metto il mio giaccone
grigio verde tipo guerrigliero me lo metto e ci aggiusto il mio corpo
e già che ci sono anche il mio pensiero
e se invece sto leggendo Hegel
mi concentro, sono tutto preso
non da Hegel, naturalmente
ma dal mio fascino di studioso.
E se mi viene bene
se la parte mi funziona
allora mi sembra di essere una persona.
Mio nonno si è scelto una parte
che non cambia in ogni momento
voglio dire che c’ha un solo comportamento.
Io invece ho sempre bisogno
di una nuova definizione
del resto lo fanno tutti
è una tacita convenzione.
Ma da oggi ho voglia di gridare
che non sono stato mai me stesso
e dichiaro senza pudore
che io recito come un fesso.
E se mi viene bene
se la parte mi funziona
allora mi sembra di essere una persona.
Se un giorno noi cercassimo
chi siamo veramente
ho il sospetto
che non troveremmo niente.
Questo è il Gaber del 1976 – mi scrive – quello che aveva senso.
Sì.
Vero.
Questa canzone mi ha sempre commossa.
Però.
Però, scrivo qui quel che gli ho risposto via mail: quella frase finale – non troveremmo niente – è un virtuosismo di maniera, un espediente strappa-applauso, perché sono parole in cui chiunque può riconoscere non se stesso ma l’altro, il vicino che gli sta sul cazzo.
Mi sembra una conclusione fiacca e senza solidarietà umana.
La sua miseria rispetto a De Andrè, che avrebbe concluso o con l’indignazione del diverso o con lo struggimento dell’uguale, risulta evidente, schiacchiante (Gildo a parte, sì).
A New York avevano Jennifer Lopez. A Verona c’erano i Ricchi e Poveri.
La dimensione italiana del provincialismo è un cappio che a poco a poco, giorno dopo giorno, si stringe sempre di più intorno al mio collo.
Ma non è che mi interessa la metropoli in se stessa, o il cosmopolitismo. Forse non sarei nemmeno in grado di reggere la complessità, la zerificazione di me in un contesto così eterogeneo.
Magari troverei un mio spazio, invece; non so dirlo; e non so neanche se il problema sia lì.
Il fatto è che noi e i nostri vestiti firmati, noi e l’asfissia dei nostri ragionamenti, noi e la mancanza d’ossigeno – vera e metaforica – delle nostre città, noi e l’incapacità di riconoscere identità al diverso se non per sottrazione, noi e l’incresciosa supponenza dei nostri pusillanimi leaderini culturali, noi e la ridicola aspirazione al «successo» dei nostri sedicenti intellettuali asseritamente non omologati, noi e i nostri eroi dappoco, noi e l’inettitudine ad elaborare e ad esprimere pensiero collettivo, noi e i nostri miseri orizzonti…
Il fatto è che noi fatti così, insomma, stiamo vivendo un’orribile transizione in cui non sappiamo più se abbia un senso la nostra vecchia idea di famiglia patriarcale o matriarcale (qui la differenza non fa differenza), se abbia un senso farsi carico dei nostri vecchi, della progressiva minuscolizzazione e monotematizzazione del loro mondo, del loro e nostro disorientamento generazionale.
Com’era strana, questa notte, la campagna irlandese.
Il buio e la luce della luna l’avevano fatta blu.
Il vento alzava onde di mare violente scomposte e confuse, somme di grandi gocce bianche obbligate da un carnefice a fare tutte in momenti diversi la stessa strada verso il cielo e poi di nuovo giù, illuse di raggiungere il centro della terra.
Un cottage.
Una donna che fa strada.
Finestre su due lati, vedo il chiarore della luna.
Il profilo di un tavolo, di qualche sedia, un mobile che riflette la luce lungo il lato lungo della casa, a destra.
Questa luce non la dimenticherò mai.
È beige, blu, grigia. Ha riflessi di tutti i blu.
Sento il fischio del vento e non percepisco minaccia.
È il mio cottage, adesso.
È di pietre.
In fondo alla stanza c’è un letto.
La donna se ne va.
L’odore del posto non è mio e non è neanche impersonale; non riporta niente alla memoria, ma non rimanda senso di estraneità.
Sono io che gli dò il mio odore.
Non sono da sola, ma non lo sapevo.
Nessuno accende la luce, non c’è niente da vedere; forse c’è da sentire e immaginare, o forse no.
Non è importante.
Ci abbandoniamo sul letto senza imbarazzo, senza stanchezza, senza progetti.
Ci abbandoniamo sul letto perché non c’è altro da fare.
Quel che accade è lento, senza parole.
Non è un trionfo, non è un rituale, non è un’esplosione.
Non è stato atteso. Non era previsto.
Non ha bisogno di spiegazioni perché spiegazioni non ce ne sono.
Nessuna luce da accendere sulle intenzioni.
Però è semplicemente bello. È in sé, non ha aggettivi.
Non esibisce se stesso.
Non ha paura.
Non trema, non si fa domande.
Ci coglie di sorpresa come tutte le cose più semplici e ovvie del mondo.
Nel vento e nel buio si è aperto senza far rumore l’enorme spazio della confidenza della pelle e della fiducia nel cuore; della vicinanza e del silenzio.
Neanche noi facciamo rumore, perché rispettiamo il vento, e tutta la musica di questa notte può solo essere la sua.
Com’è diversa stanotte la campagna irlandese.
Ha braccia forti e lunghe.
Rinuncia al verde per amore, è lucida di morbida vernice blu e si fa bagnare là in fondo dalle gocce grosse e bianche delle onde.
Saliamo su un treno in una stazione che conosco e non conosco.
Il treno attraversa la campagna e arriva in una città.
So che è Dublino, ma è diversa da Dublino.
Eppure è mia anche se non è mia.
Ci sono salite e discese, è una città con un largo fiume, una città piena di circonvallazioni e di auto, e anche un paesino.
Le strade sono piccole e larghe, come in un borgo dell’Umbria e una zona industriale metropolitana.
Sono proporzioni contraddittorie eppure coerenti.
Bisognerebbe ricordarsi sempre qual è la radice di metropolis.
µ????-µ????, madre.
Vogliamo mangiare.
Non so se abbiamo fame, ma vogliamo mangiare.
Mio dio che silenzio.
Come stiamo zitti.
Parlare non serve.
Abbiamo avuto la pelle, il vento, la sua musica, l’acqua del mare e la sua schiuma, i nostri corpi, la luna, il cibo e la µ????.
Abbiamo avuto la terra, la campagna, l’Irlanda.
Non ci serve più niente.
Il corpo (particolarmente quello femminile) non è mai stato così intensivamente sequestrato dalle leggi. È impressionante.
Massaggi sulle spiagge, aborto, Ru486, fecondazione assistita, protesi al seno, tatuaggi, piercing…
La spinta inarrestabile alla normazione in gente che si gloria di aver abolito migliaia di leggi mi provoca qualche inquietudine.
È come se sentissero di arrivare dopo una specie di «anno zero» del mondo.
Demoliscono tutto, bruciano le vecchie suppellettili; e sulle macerie, senza spazzarle via, costruiscono altri edifici traballanti, pieni di buchi e privi di fondamenta.
Solo per il piacere solipsistico di guardarsi allo specchio e dire a se stessi «visto? Io comando».
Domenica pomeriggio sono andata con mio figlio a vedere una partita di serie A2 femminile di pallavolo.
Sono rimasta molto impressionata dall’incredibile bravura delle giocatrici, soprattutto nei fondamentali che una volta si ritenevano prerogativa maschile, come gli attacchi, i muri e le battute al salto.
Se questo è il «movimento» pallavolistico, non mi stupisco che la nazionale femminile stravinca in campo internazionale.
Ma appena al di sotto di questi pensieri superficiali – e accanto al piacere profondo di essere con mio figlio a vedere una partita dello sport che così tanto ha significato per me – una corrente di struggimento e di malinconia ha percorso le mie fibre più nascoste.
Mi sembrava che nei miei muscoli e nel mio corpo quei movimenti che vedevo fare alle atlete fossero ancora impressi come un’indelebile memoria di automatismi indimenticabili.
Un’alzatrice palleggiava, e io mi sentivo palleggiare.
Una seconda linea riceveva, e io sentivo il pallone che colpiva le mie braccia, e le mie gambe piegarsi per ammortizzare la violenza del colpo.
Una contesa a rete, e io sentivo il pallone tra le dita, ne apprezzavo sul palmo la curvatura e la consistenza.
Sono stati attimi di smarrimento, perché era come se non riuscissi a comprendere fino in fondo che il tempo era passato.
Ero ancora undicenne, o ventenne, nel rumore di una palestra, con la suola delle mie Tiger che faceva attrito sul parquet o sul linoleum, con le ginocchiere che stringevano un po’ ma in un modo così inevitabile e naturale che me ne accorgevo solo a partita finita.
Guardavo quelle atlete e non riuscivo a dar loro un’età.
Non perché non fosse evidente che avevano più o meno una ventina d’anni (erano in quel giro d’anni) ma perché io mi vedevo in loro ed ero io quella a cui mancava un’età.
Mi vedevo dentro quei movimenti, capace di quei movimenti, con quelcorpo, con quella struttura e quella elasticità, ma in qualche cassettino della mia consapevolezza io sapevo – e non volevo sapere – che quegli automatismi e quella specie di carica a molla, quella resistenza agli urti e all’usura intensiva, lasciato quello sport da tanti anni, io non ce li ho più.
Eppure, me li sentivo dentro, e sulla pelle, e nei muscoli.
30 luglio 2009, parere dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco: «La Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero, così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza», e preferibilmente «entro la settima settimana».
Per l’aborto chirurgico la legge 194 stabilisce il limite generale della dodicesima settimana.
Dunque l’Aifa introduce due parametri restrittivi: l’uso ospedaliero e il limite della settima settimana.
26 novembre 2009, articolo di Repubblica.it: «La commissione Sanità del Senato (…) chiede al governo di fermare la procedura di immissione in commercio della pillola abortiva in attesa di un parere tecnico del ministero della Salute circa la compatibilità tra la legge 194 e la RU486».
«Non c’è dubbio», prosegue l’articolo, «sul fatto che dall’esecutivo verrà rapidamente una risposta positiva alla richiesta della Commissione. Il ministro Sacconi aveva espresso fin dall’inizio le sue perplessità. Secondo la maggioranza, infatti, con la RU486, l’interruzione di gravidanza diventerebbe molto più facile rispetto alle procedure previste dalla legge sull’aborto».
Consiglio il pezzo di Battistini, sul Corriere, a proposito di Miss mondo arabo 2009 (purtroppo; purtroppo un concorso di bellezza).
Il certamen è stato vinto dalla saudita Muwadda Nour, che pesa novanta chili.
Fra le tante parole del pezzo – botulino sì botulino no, bikini, bellezze libanesi, anoressiche televisive e cliché occidentali eccetera – segnalo questa frase:
Il tema dell’estetica femminile è religioso e politico, in Medio oriente.
Qui da noi che siamo così avanti, invece no.
Qui da noi l’estetica femminile e il corpo femminile e la standardizzazione del corpo femminile e l’ideale di bellezza femminile e la neutralizzazione sessuale delle donne non appetibili non sono temi politici o anche religiosi, no.
Eh.
Che ci vogliamo fare?
Là, quei trogloditi che amano donne di novanta chili, burrose e un pochino laide.
Noi amiamo le strafighe scosciate e rifatte, ma noi siamo così avanti, così oltre…
Loro, poi, le tengono segregate. Noi invece no: le teniamo solo a nostra disposizione, a meno che non siano dei cessi frigidi.
Ps. Oggi sarebbe la giornata contro la violenza sulle donne. D’accordo sul fatto che una ricorrenza di questo genere ha in sé tutte le possibilità di essere vuota come la festa del papà; ma visto che il concorso delle miss l’hanno fatto due settimane fa, il Corriere doveva pubblicare il pezzo proprio oggi? Per carità, va benissimo. Ma insomma…