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«click-tivism», o la democrazia della paletta

• domenica, settembre 5th, 2010


Il «click-tivismo» sta distruggendo l’ di sinistra.

Riducendo l’ politico alle petizioni online, questa schiatta di tecnocrati-commercianti danneggia qualunque movimento politico sul quale metta le mani.

Sono il titolo e il sommario di questo pezzo del , e a me pare di sognare dalla gioia.
È la mia « della paletta», questa roba qui!
Per leggerne qualcosa che, porca miseria, la analizza per così dire da sinistra son dovuta andare a vedere un quotidiano britannico.

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noi siamo giovani, voi pieni di rughe e fate schifo

• mercoledì, luglio 7th, 2010

Voglio brevemente tornare sulla questione dello contro il disegno di legge sulla pubblicabilità delle intercettazioni perché c’è un punto che mi interessa affrontare.
Leggo su , oggi, una nota in cui – a cui si deve l’appello a che e si astengano dallo scioperare ma preferiscano casomai raddoppiare l’informazione – controreplica al segretario generale della Fnsi Franco Siddi.

Siddi aveva sostenuto che, per proclamare ed eventualmente revocare uno , il sindacato ha tempi e modi tipici di un’organizzazione complessa e (tendenzialmente) rappresentativa; e che perciò – anche a non voler entrare nel merito dell’appello – i pochi giorni che rimanevano fra l’appello e lo potevano non bastare a convocare gli organismi deputati a decidere (quelli che un gruppo su non ha in effetti generalmente bisogno di convocare per decidere alcunché, più simile com’è a una forma di « diretta» che a una di rappresentativa).

coglie l’occasione per replicare sostenendo che non è vero che «la rete non è il mondo», e che anzi essa «è molto di più».

A parte che continuare a fare quelli che «noi siamo il futuro e voi siete il passato», o «noi siamo quelli “veri” della stampa e voi siete quelli “finti” della rete» non porta da nessuna parte (forse solo al consolidamento delle proprie identità nei pezzi di mondo di cui ci si sente riferimento), vorrei dire che c’è – nella controreplica – una frase fronte alla quale io non posso fare altro che disperarmi.
Sì.
Disperarmi.

Eccola: «Nella rete vivono migliaia di persone che non intendono essere messe a tacere. La loro maggioranza è fatta da giovani, per i quali il linguaggio dello , come minimo, è antiquato».

.
Dileggio.
Ecco che cos’è.
«Il linguaggio dello » è antiquato.
Naturalmente, è antiquato perché non c’abbiamo il contratto e allora insomma non è che possiamo pensare di scioperare per difendere cioè i garantiti, noi che invece cioè non possiamo pianificare niente, cioè.

Sempre così.
Anche qui: le responsabilità sono orizzontali.
Se i più giovani di me non hanno il lavoro è colpa mia che ce l’ho e perciò che cappero voglio, io che pretenderei anche di parlare.
Quanto agli , mica sono loro la nostra controparte. No.
Loro vorrebbero tanto far funzionare bene bene le cose, ma purtroppo ci sono i garantiti, le «sacche di inefficienza», oh, sì, le «sacche di inefficienza» di «voi garantiti», e allora noi poverini cosa dovremmo fare, eh, fare la lotta per voi, eh?
Viva la guerra fra i poveri.

Che tristezza.

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baciamo le mani (o le parole degli altri)

• mercoledì, luglio 7th, 2010

Riporto da qui un pezzetto della lettera che, firmata da alcuni dei nomi cospicui – e francamente insospettabili – dell’accademia italiana è indirizzata a Berlusconi e alla ministra Gelmini:

Riconosciamo pienamente che il ddl è basato su valori di efficienza e di merito, valori fortemente compromessi anche per gravi responsabilità di noi accademici, ma siamo allo stesso tempo convinti che nella sua forma attuale esso non possa imprimere la svolta necessaria, né creare il contesto adeguato per un uso virtuoso dell’autonomia universitaria.

Efficienza e merito.
Virtuoso.
Riconosciamo.
Eppure, accidenti, cara ministra, è ancora troppo poco.
Fai di più, forza.
Spingi.

Mi domandavo: quanto dista – concettualmente – il conformismo delle parole d’ordine ideologiche dal fascismo come contenuto politico?

E quanto grande diventa, giorno dopo giorno, la responsabilità di .it nella demolizione scientifica e sistematica della politica come mediazione fra istanze? Nell’elevazione della della paletta a modus operandi unificato?
Nella canonizzazione di «personaggi» che, utilizzati come testimonial, intravvedono nella loro presenza su un’ulteriore chance di accreditamento di se stessi all’olimpo dei Pensatori Maiuscoli Che Contano Nel Paese?

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saviano s’appella al re, repubblica raccoglie le firme

• martedì, luglio 6th, 2010

Roberto Saviano ha scritto lo scorso novembre una lettera aperta a Berlusconi contro la legge per il processo breve e la on line ha raccolto le firme in suo sostegno. Il documento non è banale; ha aperto, infatti, una nuova pagina in questo martoriato Paese perché riconosce implicitamente a Berlusconi la qualifica di primus super pares (per dirla come i sostenitori del lodo Alfano) o di monarca, mentre Saviano si porrebbe come il suddito, che lo prega di non esercitare il suo potere assoluto in tutta la sua potenza.

La riflessione di Marco Clementi – la versione integrale è qui, sotto il titolo suggestivo di «Saviano, un colpo di Stato, nel suo piccolo» – a me sembra interessante.

Esattamente nel momento in cui pretende di glorificare la felice capillarità dell’interventismo, finalmente aperto democraticamente a chiunque senza mediazione, la della paletta non mette al mondo l’azione, ma sottoscrive la certificazione dell’impotenza.

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giornali, dignità e democrazia della paletta

• lunedì, luglio 5th, 2010

Su e su .it trovo notizia di quest’appello:

Cari , cari rappresentanti della Federazione Nazionale della Stampa,

Vi scrivo in merito allo del 9 luglio 2010 come strumento di contestazione contro la Legge bavaglio.
In questi giorni riflettevamo su questa forma di protesta.
Ma se si vuole dare un segnale forte per contrastare una legge che vuole i cittadini non informati e i imbavagliati forse non è questa la risposta giusta. Anzi, ci vorrebbe ancora più informazione.

Allora a nome della Valigia Blu, la dignità dei e il rispetto dei cittadini, il gruppo apartitico nato su per una informazione corretta e per il bene comune (con oltre 207 mila iscritti), vi chiediamo per venerdì 9 luglio anziché scioperare, di pensare a una forma di protesta più forte e originale: regalate ai vostri lettori i vostri giornali! O fateli pagare la metà!

Ve lo immaginate? In edicola quel giorno chi normalmente legge un giornale potrebbe decidere di leggerne 4, 5, invece di avere una giornata senza informazione avremmo una giornata di superinformazione!

Una maggiore diffusione dei giornali – siamo convinti – sarà gradita anche dagli inserzionisti.

E agli che avranno paura di coprire i costi di questa operazione chiediamo più coraggio, in fondo si tratta di investire per un solo giorno puntando al ritorno non in termini economici ma di libertà e di
Sarebbero tutti felici: , inserzionisti, lettori, . Gli unici a non essere felici sarebbero quelli che in modo irresponsabile stanno portando avanti questa sciagurata legge, coloro che in un colpo solo vogliono legare le mani ai magistrati e mettere il bavaglio ai , ledendo i diritti fondamentali dei cittadini alla sicurezza e all’informazione.

Pensateci, stupiteci!

In attesa di una risposta, porgo cordiali saluti

Valigia Blu

Su quest’appello io ho qualcosa da dire.

1. Ma sono i a decidere:
a) cosa va in pagina? (Alludo alla richiesta di una giornata di «super-informazione»);
b) il prezzo di acquisto dei giornali?
c) la possibilità di diffondere gratuitamente i giornali?

2. finché nessuno si occupa di quel che succede nei giornali, l’effetto di appelli come questo risulta quasi surreale: tutti i giorni veniamo censurati e mazzolati, spinti a fare gli interessi politici dei nostri (quando non ci autocensuriamo, invece, per conto nostro), e la grande idea è «fate un giornale in più, non un giornale in meno», e «ci vorrebbe più informazione».
Beh.
Grazie del suggerimento.
Capisco che nessuno possa fare lotte al posto mio. Il fatto è che tantissimi, dentro, le fanno; eppure non servono a niente.
D’altra parte, pensare che gli adesso, formalmente, si possano dichiarare contro la legge sulla pubblicazione delle intercettazioni non mi dà il minimo sollievo.
Poniamo che lo facciano. C’è forse qualcuno che pensa che a quel punto
smettano di censurare?
Secondo me no.

3. Il proclama e la petizione, in sé stessi, mi devastano: danno l’illusione che si sia finalmente trovato qualcuno con cui combattere pezzetti di battaglie e in realtà sono una delle forme più inutili di presenza politica nel mondo. Sono dichiarazioni di sé. Ci si dichiara così o cosà e non si fa niente, perché nessuna petizione individua qualcosa che abbia anche minimamente a che vedere con un’ipotesi anche vaga di percorso anche tangenzialmente politico.
Non prevede itinerari, passaggi, gradi intermedi, risultati minimi, medi, massimi, proposte di trattative.
Quel che una volta si chiamava «piattaforma» e io tenderei, invece, a chiamare idee su cui confrontarsi con l’obiettivo di mediare fra i legittimi interessi rappresentati dalle idee di altri con cui si hanno visioni quanto più possibile compatibili fra loro.
La politica è un gradino dopo l’altro, non prese di posizione nelle quali si elencano cose belle – o anche, in qualche caso, frasi senza senso, a rigore – e poi cia’ ccia’, è stato bello, ci vediamo e parliamo di quanto siamo fichi a vedere il mondo riformabile, noi sì che crediamo nel cambiamento perché noi siamo ggiovani, non come questi tromboni, e adesso forza che organizziamo una convention.

4. Dice: «Ma ti piace forse fare la Cassandra?». No. Ma veramente non riesco a capire come si possa credere che una petizione serva a qualcosa di diverso da obiettivi – volontari o involontari, il problema non sta qua; io tendo a credere nella buona fede di chi vuole cambiare le cose – del genere di quelli qui elencati:
a) accreditarsi/essere accreditato come «presenza» (giornalistica, sociale, intellettuale…);
b) dare alla (il quotidiano) la possibilità di sentirsi culturalmente a capo di un’area politica.

5. Notazione assolutamente marginale e incidentale.

Sarà che io sono decisamente fuori moda (e non lo dico per civetteria), ma qualcuno potrebbe spiegarmi per quale benedetto motivo io, giornalista, nel momento in cui mi pongo il problema della libertà di stampa, dovrei essere contenta del fatto che sarebbero contenti – oltre che i lettori e i gli e gli inserzionisti?
Non ho niente contro di loro, per carità.  Ma perché, posto che comunque io non ho potere di influenzare le loro scelte, dovrei essere contenta se loro sono contenti? È una posizione che mira a valorizzare un generale senso di armonia? Non so: secondo me , e inserzionisti hanno ruoli diversi e spesso obiettivi diversi. Di sicuro, per quel che mi riguarda, diverse deontologie. Forse non conta; ma un po’ a me sembra che conti, invece.

6. Notazione ancor più minuscola: leggo di uno «stupiteci».
Sì, capisco che è una notazione di colore.
Però mi fa impressione anche l’elevazione dello stupore a categoria politica.
Sono del tutto sicura che la creatività lo è (categoria politica, intendo).
È la tacita presupposizione dell’esistenza di un «noi» e di un «voi» come categorie della – mio dio, se mi urta usare la formuletta – «società dello spettacolo» che mi fa riflettere.
È come un lieto «avanti, showmen dell’informazione! Su, inventate qualcosa con cui stupire il vostro pubblico».
E «pubblico» – adesso mi viene in mente – è la parola che lo stesso Scalfari, pochi giorni fa, ha usato in un suo editoriale politico come sinonimo di «cittadini», «collettività».
Per dire che a volte le cose, curiosamente, si richiamano le une con le altre…

Ps. Da Daniele Sensi, dalla cui bacheca Fb ho ppreso dell’appello (grazie), mi è stato garbatamente eccepito, a proposito del rilievo che muovo per primo – che non sono i a decidere – che, infatti, l’appello è indirizzato anche agli .
Per quanto «modernamente» io mi sforzi di considerare l’identità e i compiti delle cosiddette parti sociali, ciò che mi resta ancora chiaro in mente è che a dichiarare lo è stata la Federazione nazionale della stampa italiana, ovvero il sindacato unitario dei italiani.
Se qualcuno intende chiedere ai di ritirare il loro , dunque, per un minimo di sensibilità istituzionale (guarda caso, ciò che ci dispiace così tanto manchi a Berlusconi) dovrebbe rivolgersi a loro, che hanno proclamato lo attraverso la loro rappresentanza di categoria, e non agli .

Se lo «» (virgolette assolutamente obbligatorie, qui) l’avessero proclamato gli , si sarebbe chiamato «serrata». Non .

In più, tecnicamente, indirizzare agli un appello mirato a far ritirare uno proclamato dal sindacato dei loro dipendenti equivale, nella mia logica, a un invito a che gli muovano pressioni indebite sulle associazioni di stampa.
Equivale, in breve, a caldeggiare un comportamento antisindacale.

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qualcuno salvi i salvatori di saviano (con piesse)

• mercoledì, giugno 23rd, 2010

Benedetta Tobagi scrive questo pezzo sul fatto che la copertina di Max, su cui campeggia una grande foto di Roberto Saviano all’obitorio in guisa di cadavere, è «un pessimo scherzo all’autore che si muove con fatica per un sentiero sottile e impervio: cercare di utilizzare la sua enorme popolarità e il suo indubbio carisma, per veicolare i contenuti di Gomorra e dei suoi contributi successivi» (su un meccanismo come questo io avrei qualcosa da dire, ma tacerò).

«Max», scrive la Tobagi, «rappresenta Roberto Saviano – un uomo di trent’anni, vivo, ma che da quattro vive penosamente sotto scorta, dunque assillato e accompagnato da un’ombra di morte – come se fosse già cadavere. E qui, davvero, ogni limite, non solo di pietas, ma anche di buonsenso, è andato in pezzi. Questa provocazione diventa un termometro per misurare la febbre dei tempi».

Chiedo scusa, però.
Fermi un momento.
Non entrerò nemmeno nel merito dell’argomento, né mi porrò il problema se sono oppure no d’accordo.
Mi limiterò a porre una domanda: questa.

Ma mentre veniva fotografato, Saviano era lì o era altrove?
È stato imbrogliato da qualcuno?
Qualcuno gli ha detto: scusa, Roberto, vieni qui che facciamo una foto su questo bel divano rosso e invece poi s’è ritrovato una foto su una barella da obitorio?
Saviano c’era?
Non c’era?
Era un fotomontaggio?

E se c’era, devo forse supporre – cosa che la Tobagi apparentemente non realizza essere implicita nel suo argomento – che Saviano è incapace di decidere per se stesso?

Perché – se era lì – il problema non è che ci sia qualcuno – un «cattivo»? – che non gli rende un buon servizio.
Il problema, se lui era lì a farsi quella foto, è che è lui e nessun altro colui che – per dirla con la Tobagi – ha «mandato in pezzi ogni limite non solo di pietas ma anche di buonsenso».

È lui che, eventualmente, non rende un buon servizio a se stesso. La mia opinione, da sinistra, è che non stia rendendo un buon servizio nemmeno a me. Ma questa è un’altra cosa.

Se lui era là a farsi fotografare, è lui e nessun altro che diventa un «termometro per misurare la febbre dei tempi».

E questo, per la miseria, è esattamente quel che penso io, e da un bel po’: che Saviano sia uno dei massimi protagonisti della « della paletta», quella in virtù della quale funziona il meccanismo della delega e non della rappresentanza; quella in virtù della quale la politica muore e al suo posto nasce la rappresentazione.

Se – come dice la Tobagi – la foto è «un termometro per misurare la febbre dei tempi», la fronte di Saviano scotta.

Piesse: su mi dicono – lo fa Giuseppe D’Emilio; e qui sotto nei commenti me lo dicono Cesare P. e  Giuseppe Sforza: grazie a tutti - che si tratta di un fotomontaggio.

In quel caso (dopo aver chiesto scusa a Benedetta Tobagi per aver scritto che pareva non rendersi conto del fatto che il suo argomento implicava che Saviano non è in grado di decidere per se stesso), la domanda che mi pongo è questa: che sia il caso, finalmente, di interrogarsi su chi sia – veramente - a dominare i meccanismi dell’«enorme popolarità» e dell’«indubbio carisma» che dovrebbero servire a «veicolare i contenuti di Gomorra e dei suoi contributi successivi»?

Che sia il caso di domandarsi, finalmente, se ha senso oppure no pensare che la e i giornali lascino uscire «i contenuti» di chi parla, se essi non sono allineati con ciò che la e i giornali vogliono esca?

E per essere chiari: non approvo assolutamente il fotomontaggio, e ci mancherebbe altro. Però, veramente: chi domina i meccanismi dell’enorme popolarità? A quali contenuti essi rendono servizio?

Sulla questione interviene anche Saviano in persona: il link è questo.

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che schifo la società dello spettacolo (degli altri)

• venerdì, febbraio 12th, 2010

dice che nel regolamento approvato dalla commissione bicamerale per la vigilanza sulla Rai non vede ragioni di scandalo.
Io sì.

il regolamento

Il testo integrale del regolamento si trova qui.

Ne estraggo due parti che mi sembrano interessanti e significative.
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la democrazia della paletta

• lunedì, febbraio 8th, 2010


Riporto di seguito l’intervento che ho tenuto all’incontro cagliaritano organizzato da Megachip e da Cavalieri Rossomori.

Avverto che si tratta di un testo piuttosto lungo e articolato, benché diviso in parti.

chi sono e cosa faccio

Io mi chiamo Federica Sgaggio; sono giornalista professionista e sono una «scrittricina».
Lavoro da nove anni all’Arena di Verona.
Attualmente sono vicecapo del settore interni-esteri.
Dal 1992 in avanti ho lavorato in moltissimi quotidiani, tutti locali o regionali, dal Gazzettino all’Alto Adige.
Gli orari dei giornali non consentono il pendolarismo ferroviario; perciò, per raggiungere le città in cui lavoravo – da Belluno a Forlì, per misurarne la punta massima a nord e la punta massima a sud – mi sono mossa sempre in macchina.
Recentemente ho pubblicato per la casa editrice Sironi un romanzo che si intitola Due colonne taglio basso, ed è la storia dell’omicidio del vicecaporedattore di un quotidiano locale.
So che sul punto Freud avrebbe qualche opportuno rilievo.
Benché il giornalismo sia una professione caratterizzata da un alto grado di incompatibilità con la vita – per moltissime ragioni – ho un marito e un figlio.
Mi sono sposata e ho partorito durante due diversi periodi di disoccupazione: e anche questo ha un suo perché.

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dal piombo al blog

• venerdì, febbraio 5th, 2010


L’incontro si tiene a , alla Casa dello studente di via Trentino, alle 16.30 di domani, sabato 6 febbraio.
Parlano Miguel Martinez, Pino Cabras, Felice Capretta, Uto Pio, Michela Murgia, Claudia Zuncheddu, Glauco Benigni, e parlo pure io: di propaganda, notizie, proletarizzazione dei , lavoro intellettuale, , lavoro, consacrazioni, , autocensura, rumore, citizen journalism, esami di maturità, agende politiche, parole d’ordine, e della paletta.

Modera Vito Biolchini.

Dalla presentazione dell’iniziativa:

Esiste l’open source anche per l’informazione, un ambito in cui da sempre si parla di “fonti”? Nell’era dei blog questo è un tema importante per la vita di tutti.

Oggi le notizie sono proposte sistematicamente senza riportarne né l’attendibilità, né la fonte. Spesso si riporta il commento ma si omette il fatto. Di più, l’informazione non riguarda ormai ciò che succede, ma il modo in cui se ne dà notizia. In questo senso la tanto decantata “società dell’informazione” appare assorbita dalla “società dello spettacolo”.

Tutto questo è possibile perché chi gestisce l’informazione decide anche che cosa si può raccontare e che cosa deve essere taciuto.
(…)
Su Internet circola qualunque notizia, ma vi circola anche il suo contrario, oltre a una miriade di dati che non ha per noi il minimo interesse: un rumore di fondo che spesso copre i suoni importanti.
(…)
Un blogger che rende pubblici i meccanismi e le fonti delle proprie analisi e inchieste, potenzia l’effetto delle “sue” notizie; perché quando la notizia è vampirizzata dalla blogosfera, ogni lettore può essere un “ripetitore intelligente”.

(Cliccare sull’immagine per ingrandire)

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