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trivio e giovanilismo (a 40 anni)

• domenica, agosto 29th, 2010

Immagino che questo signore con le guanciotte un po’ stanche intendesse fare il simpatico, o – essendo egli toshano – il tipo molto jovane che sta dalla parte della jente e ha fatto tesoro della (secondo me lui lo direbbe) chiarezza della Lega.

Una sommaria elencazione di alcune delle parole e delle locuzioni che utilizza in quest’intervista basterà a capacitarci del suo fascino virile da osteria. Roba da far dimenticare all’istante (absit iniuria verbis) la mascella sfuggente.
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la casa dell’antimoralismo

• sabato, agosto 28th, 2010

Che bello il pezzo di , oggi sulla Repubblica, a proposito dei «moralisti» nuovi nemici di Cl.

Ecco come li attacca Scola: «Diventa allora necessario liberare la categoria della testimonianza dalla pesante ipoteca moralista che la opprime riducendola, per lo più, alla coerenza di un soggetto ultimamente autoreferenziale».

(…)

Il percorso è chiaro: se la testimonianza si manifesta nell’osservanza religiosa, chi siamo noi per criticare i peccatori osservanti la pratica religiosa nella Chiesa che resta «santa al di là dei peccati, talora terribili, del suo personale»?

Il testo completo è qui.

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nuovi democratici

• sabato, agosto 21st, 2010

Se la destra c’è già – mi domando a volte – perché la cosiddetta si sposta a destra sperando di intercettare il voto di quelli di destra?

Ecco cosa leggo sul Corriere di Verona.
Parla il segretario provinciale del Pd.
Si chiama Giandomenico Allegri.

«Un meccanismo che premia chi è residente sul territorio da più anni per l’assegnazione delle case popolari non è uno scandalo».

Posto che la dichiarazione non venga smentita, io penso che abbia ragione.
Non è uno scandalo.
È una stronzata razzista.

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per favore, aiutatemi a capire

• martedì, agosto 17th, 2010

Lavoro in un quotidiano e vengo pagata quanto prevede il contratto nazionale di lavoro giornalistico; comunque meno dei miei colleghi assunti prima di me, perché il costo del lavoro giornalistico è andato via via diminuendo.

precaria

Prima di lavorare qui ho lavorato in tantissimi giornali: nella maggior parte dei casi ci ho lavorato con contratti a termine anche brevissimi, ma in alcune situazioni avevo qualche responsabilità.
Per lavorare ho fatto in macchina 350 mila chilometri in sette anni; durante quei sette anni di vita precaria e raminga – giornali a Belluno, Parma, Forlì, Trento, Rovereto, Vicenza… – ho avuto un figlio, che per lavorare ho lasciato a casa con mia madre e (quando non era al lavoro, anche lui fuori città) a mio marito.

di corsa

Facevo avanti e indietro in macchina con la pioggia e la nebbia, in estate e in inverno, e senza alcuna garanzia di assunzione.
Il preavviso con cui mi chiamavano era di uno o due giorni; la decisione se accettare o meno andava presa in pochi minuti, indipendentemente dalla distanza del luogo in cui mi proponevano di lavorare.

fiducia

Ma avevo il fisico, forse.
E credevo nel lavoro che facevo.
E credevo in me stessa.
E avevo fiducia.
E pensavo che ci fosse un senso.

qui

Quando mi è stato proposto un contratto a termine nella mia città, ero caporedattrice di un piccolo quotidiano romagnolo, e mi sono licenziata da un contratto a tempo indeterminato.
Ho scelto di stare più vicina a mio figlio, anche se – lavorando in una redazione dove si andava a casa molto tardi, a volte anche alle due di notte – la vicinanza a mio figlio è sempre stata un concetto relativo.
E poi, mi andava di vedere cos’aveva questa città da offrire a me.

stanca

Perché scrivo questo?
Perché sono stufa.
Agra.

spiego

Di che?, uno si potrebbe domandare.
Lo voglio spiegare.

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ichino, i diritti della razza padrona

• giovedì, agosto 12th, 2010

Da qui:

La sfida di Marchionne ha il merito di farci toccare con mano quanto questa idea («quella secondo cui il contratto collettivo non può disporre del diritto del singolo lavoratore di aderire in qualsiasi momento a qualsiasi sciopero, anche se proclamato da un mini-sindacato», ndr) possa essere costosa per gli stessi lavoratori.

Traduzione: Marchionne ci sta facendo capire che i diritti dei lavoratori non esistono più, perché chi li proclama o prova a chiederne il rispetto viene preso a mazzate così pesanti da comprendere immediatamente che la difesa dei suoi diritti è troppo «costosa».

Ah.
A parlare è Pietro Ichino.
Senatore del partito democratico.

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gdl vuole la rivoluzione liberale, la mamma dice no

• lunedì, giugno 28th, 2010


Allora.
Non è che il berlusconismo sia finito, e non è finito neanche . Però c’è che quest’uomo ha fatto un sacco di promesse che non ha mantenuto.
Sarà anche vero che ha avuto successi fantasticissimi nella – sic – «lotta al crimine organizzato».
Ma…

Non ha fatto la separazione delle carriere dei magistrati.
Non ha fatto le liberalizzazioni.
Non ha fatto le grandi infrastrutture pubbliche.
Non ha fatto i «termovalorizzatori».
Non ha semplificato le norme e le procedure amministrative.
La riforma universitaria ancora non c’è, e ha sciaguratamente davanti un lungo e incerto iter parlamentare (dal che forse conseguirebbe che non è stato nemmeno capace di rendere del tutto inoffensivo l’obsoleto istituto del Parlamento).
Delle intercettazioni, poi, non parliamo neanche.
E per carità di patria nemmeno parliamo della sua «incapacità di leadership».

Insomma.
All’attacco sferrato da (che sotto il titolo di «La necessità di un colpo d’ala» parrebbe a me quasi evocare altri tipi di «colpi») manca quasi solo la garbata lamentela sul fatto che sia venuto meno, poffarre, alla promessa di emanare le leggi razziali.

L’editoriale – giudicato possedere dignità di pubblicazione sotto un titolo autonomo sulla prima pagina del Corriere.it, il giorno dopo l’editoriale altrettanto perfido di De Bortoli e a breve distanza di tempo dalle ramanzine di Battista – si conclude con una frase che da sola vale tutto il resto.
«Dov’è finita la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno?».

, dunque, si domanda «dov’è finita la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno».
Io mi domando da chi ca*** la voleva, GdL, questa «rivoluzione liberale».
Come abbia potuto pensare che , per un solo istante, ce l’avesse in mente.
Come possa egli dire che «il Paese» ne «ha bisogno» senza specificare in che cosa essa consista.

Va bene che GdL critica da destra (molto da destra): ma lui e il Corriere di De Bortoli e Battista che cosa stanno cercando di dirci? Cosa stanno cercando di dire a ?
Perché, all’improvviso, queste uscite radicalmente critiche – e da destra, ripeto – contro ?
Cos’è che, all’improvviso, l’ha reso indifendibile?
Quale alternativa è stata individuata?
Oppure: quale fastidio occorre dargli? A quale scopo? Per farlo cedere su cosa? Per dare un segnale a chi?

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vergogniamoci per lui

• giovedì, marzo 25th, 2010

Ci son volte che il silenzio sarebbe d’oro.

IMMIGRAZIONE: , RAZZISTA È LA

(ANSA) – MILANO, 25 MAR – «Ci ha pensato Maroni a raddrizzare la schiena ai furbacchioni della che ci accusano di essere razzisti».

Lo ha detto il leader della Lega Umberto parlando dell’immigrazione e del tentativo, a suo giudizio, della di fare arrivare gli immigrati «per prendersi il Paese».

«Razzisti – ha aggiunto – sono loro che non pensano ai
nostri lavoratori. La Lega non è razzista ed è disposta ad aiutare gli altri ma a casa loro».

Mi piacerebbe prendermi il Paese, sì.
Non questo, però. Uno con la minuscola; non so: trenta abitanti… Tutti amici…
Questo Paese qui, con tutta la sua merda, lo lascio volentieri a loro.
E’ troppo tardi perché io riesca a farmene alcunché.

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il maestro cacciato e il razzismo dei giusti

• giovedì, marzo 11th, 2010

La storia sembra che sia questa: un insegnante elementare parla (anche, e non solo) il suo dialetto campano in una classe di e viene cacciato. Essendo supplente, si può fare.

Io non riesco a trovare nessuna possibile argomentazione a sostegno della legittimità dell’esclusione dell’insegnante, o anche a sostegno della necessità di una riflessione critica sull’opportunità di selezione degli insegnanti sulla base di un criterio di provenienza geografica.

Chi scrive questo pezzo, invece, sembra trovarne tante.
Il giornale è del gruppo Finegil. Repubblica-l’Espresso, insomma.
Sinceri democratici.

primo argomento: lo stupore dei bambini

«Il ci parla in una lingua strana, dicevano i bambini ai genitori, ridendo e motteggiandolo».

prima obiezione

Ma veramente una storia come questa può cominciare dallo stupore degli allievi (e non dal loro terrore, dall’angoscia, o da altri sentimenti destabilizzanti)?
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saviano a ph neutro

• mercoledì, marzo 3rd, 2010

Dev’essere entrato in funzione un inconscio meccanismo autoprotettivo, perché quest’intervista di Buttafuoco a Roberto , su Panorama, me l’ero persa, e risale a dicembre.

Una delle frasi più curiose è questa (che sul web ho trovato commentata con formule d’ammirazione del genere di «oh, finalmente uno che dice le cose come stanno»):

«Roberto Maroni? Sul fronte antimafia e’ uno dei migliori ministri dell’Interno di sempre».

La motivazione è che il ministro (lui?) ha fatto molti arresti nel Casertano.
Poi, un attento distinguo da finissimo analista:

«(…) non è questo un governo con la priorità antimafia, tutt’altro. Nonostante gli sforzi di Maroni».

Molto interessante anche questo passaggio:

«Per i reati di mafia bisogna (…) creare un sistema più certo e più serio delle pene, tale da rendere non conveniente essere mafiosi».

Che fantastica idea, semplice ed economicista, questa del disincentivo a farsi mafioso.
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polverini di democrazia

• lunedì, marzo 1st, 2010

Il tono generale e la temperatura media della reazione che a destra si sta manifestando contro l’esclusione della lista della Polverini rende chiare molte cose.

Chiedere l’intervento del presidente della Repubblica per una questione che ha un suo alveo istituzionale in cui maturare e concludersi è segno di quanto inutile la pancia della destra consideri qualunque alveo istituzionale.

Argomentare che una questione burocratica non può impedire l’esplicazione di ciò che viene definito una piena rappresentanza dell’elettorato dimostra che la fissazione di un termine – in questo caso, di un termine orario – viene vissuto come un vincolo al quale ha senso che si attengano gli altri, mentre invece loro possono decidere in tutta libertà se rispettare o no quella scadenza, eventualmente invocando una violazione democratica.

Sostenere che «vogliono cancellare la democrazia» significa come minimo, e nella migliore delle ipotesi, avere l’idea che la democrazia sia una questione elettorale. Nella peggiore, che essa sia ciò che consente loro di invocare criteri sostanzialisti ogniqualvolta la forma minacci di azzerare le loro ragioni.

Appellarsi alla piazza – lo fa la Polverini – significa un sacco di cose: in primo luogo non aver compreso la differenza fra l’essere segretaria di un sindacato di lavoratori e l’essere candidata alla guida di un’istituzione; in secondo luogo (ma non secondo per importanza), significa sbattere i piedini per terra come un bambino. Solo che un bambino lo fa da solo, e loro vogliono farlo insieme al cosiddetto «popolo».

Denunciare per violenza privata i radicali che – viene detto – hanno impedito l’accesso al presentatore di lista significa manifestare la convinzione che il ricorso ai tribunali va bene solamente quando possa servire a dar ragione ai loro. Mai invece un tribunale vedrà da loro riconosciuta la sua autorità se darà loro torto. Il giudice come interdittore va benone, ma solo se deve bloccare gli altri.

Inorridisco al pensiero di quel che potrà succedere quando questa gente convocherà il suo «popolo» via Facebook a manifestare contro quel che non è gradito: il termine di presentazione di una lista, o qualunque altra cosa si presti ad essere esaminata in pretesamente «sostanzialisti» contro il «formalismo» di coloro che pensano che le regole abbiano a volte un senso.
Quando succederà, le ronde non serviranno più.

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ma sì, ribelliamoci allo scandalo!

• giovedì, febbraio 25th, 2010

All’interno, il pezzo è titolato così: «Ribellarsi allo scandalo», e l’occhiello tematico non dice «l’opinione», ma «l’analisi».
Si riferisce, insomma, a un procedimento più complesso di quello che partorisce una semplice opinione.
L’analisi è il distillato del confronto fra fatti e opinioni; è l’esercizio di connessione fra cose diverse; è il completare al posto dei puntini.

Ora.
È senz’altro responsabilità della Repubblica se in home page quel che dice diventa un proclama per la mobilitazione delle masse, e se la foto di lo ritrae nell’atto di un ampio gesticolare mentre parla al microfono.

Però è senz’altro ascrivibile a la scelta di parlare di un argomento come se fosse la prima volta che la gente ne sente parlare, e come se lui fosse il primo a inferirne qualche conseguenza.
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