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il maestro cacciato e il razzismo dei giusti

• giovedì, marzo 11th, 2010

La storia sembra che sia questa: un insegnante elementare parla (anche, e non solo) il suo dialetto campano in una classe di Pordenone e viene cacciato. Essendo supplente, si può fare.

Io non riesco a trovare nessuna possibile argomentazione a sostegno della legittimità dell’esclusione dell’insegnante, o anche a sostegno della necessità di una riflessione critica sull’opportunità di selezione degli insegnanti sulla base di un criterio di provenienza geografica.

Chi scrive questo pezzo, invece, sembra trovarne tante.
Il giornale è del gruppo Finegil. Repubblica-l’Espresso, insomma.
Sinceri democratici.

primo argomento: lo stupore dei bambini

«Il maestro ci parla in una lingua strana, dicevano i bambini ai genitori, ridendo e motteggiandolo».

prima obiezione

Ma veramente una storia come questa può cominciare dallo stupore degli allievi (e non dal loro terrore, dall’angoscia, o da altri sentimenti destabilizzanti)?
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saviano a ph neutro

• mercoledì, marzo 3rd, 2010

Dev’essere entrato in funzione un inconscio meccanismo autoprotettivo, perché quest’intervista di Buttafuoco a Roberto Saviano, su Panorama, me l’ero persa, e risale a dicembre.

Una delle frasi più curiose è questa (che sul web ho trovato commentata con formule d’ammirazione del genere di «oh, finalmente uno che dice le cose come stanno»):

«Roberto ? Sul fronte antimafia e’ uno dei migliori ministri dell’Interno di sempre».

La motivazione è che il ministro (lui?) ha fatto molti arresti nel Casertano.
Poi, un attento distinguo da finissimo analista:

«(…) non è questo un governo con la priorità antimafia, tutt’altro. Nonostante gli sforzi di ».

Molto interessante anche questo passaggio:

«Per i reati di mafia bisogna (…) creare un sistema più certo e più serio delle pene, tale da rendere non conveniente essere mafiosi».

Che fantastica idea, semplice ed economicista, questa del disincentivo a farsi mafioso.
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polverini di democrazia

• lunedì, marzo 1st, 2010

Il tono generale e la temperatura media della reazione che a si sta manifestando contro l’esclusione della lista della Polverini rende chiare molte cose.

Chiedere l’intervento del presidente della Repubblica per una questione che ha un suo alveo istituzionale in cui maturare e concludersi è segno di quanto inutile la pancia della consideri qualunque alveo istituzionale.

Argomentare che una questione burocratica non può impedire l’esplicazione di ciò che viene definito una piena rappresentanza dell’elettorato dimostra che la fissazione di un termine – in questo caso, di un termine orario – viene vissuto come un vincolo al quale ha senso che si attengano gli altri, mentre invece loro possono decidere in tutta libertà se rispettare o no quella scadenza, eventualmente invocando una violazione democratica.

Sostenere che «vogliono cancellare la democrazia» significa come minimo, e nella migliore delle ipotesi, avere l’idea che la democrazia sia una questione elettorale. Nella peggiore, che essa sia ciò che consente loro di invocare criteri sostanzialisti ogniqualvolta la forma minacci di azzerare le loro ragioni.

Appellarsi alla piazza – lo fa la Polverini – significa un sacco di cose: in primo luogo non aver compreso la differenza fra l’essere segretaria di un sindacato di lavoratori e l’essere candidata alla guida di un’istituzione; in secondo luogo (ma non secondo per importanza), significa sbattere i piedini per terra come un bambino. Solo che un bambino lo fa da solo, e loro vogliono farlo insieme al cosiddetto «popolo».

Denunciare per violenza privata i radicali che – viene detto – hanno impedito l’accesso al presentatore di lista significa manifestare la convinzione che il ricorso ai tribunali va bene solamente quando possa servire a dar ragione ai loro. Mai invece un tribunale vedrà da loro riconosciuta la sua autorità se darà loro torto. Il giudice come interdittore va benone, ma solo se deve bloccare gli altri.

Inorridisco al pensiero di quel che potrà succedere quando questa gente convocherà il suo «popolo» via Facebook a manifestare contro quel che non è gradito: il termine di presentazione di una lista, o qualunque altra cosa si presti ad essere esaminata in termini pretesamente «sostanzialisti» contro il «formalismo» di coloro che pensano che le regole abbiano a volte un senso.
Quando succederà, le ronde non serviranno più.

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ma sì, ribelliamoci allo scandalo!

• giovedì, febbraio 25th, 2010

All’interno, il pezzo è titolato così: «Ribellarsi allo scandalo», e l’occhiello tematico non dice «l’opinione», ma «l’analisi».
Si riferisce, insomma, a un procedimento più complesso di quello che partorisce una semplice opinione.
L’analisi è il distillato del confronto fra fatti e opinioni; è l’esercizio di connessione fra cose diverse; è il completare al posto dei puntini.

Ora.
È senz’altro responsabilità della Repubblica se in home page quel che dice Saviano diventa un proclama per la mobilitazione delle masse, e se la foto di Saviano lo ritrae nell’atto di un ampio gesticolare mentre parla al microfono.

Però è senz’altro ascrivibile a Saviano la scelta di parlare di un argomento come se fosse la prima volta che la gente ne sente parlare, e come se lui fosse il primo a inferirne qualche conseguenza.
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riprendersi le parole

• sabato, gennaio 9th, 2010

«Bando ai buonismi e alle cose non dette: in esiste la schiavitù. (…) Ma la schiavitù degli africani di rosarno è un problema che va affrontato con decisione. Perché in uno Stato civile, moderno e democratico, non si può tollerare che migliaia di persone vivano nell’indigenza più totale, senza il minimo di dignità che dovrebbe essere garantita non tanto da leggi, fondi pubblici o piani di integrazione, quanto dalla civiltà di ognuno di noi».

Bersani? D’Alema? Don Gallo?
No.
Farefuturo. I finiani.

Ecco cosa succede a riprendersi le ; a rifiutare i loro slittamenti di senso: che ci si riprende le idee.
Uno di potrebbe pensare che parlare di «schiavismo» significhi ingenerare nel lettore l’equivoco che a parlare sia un rifondarolo.
Potrebbe pensare che le di debbano restar tabù.
E invece no.
Quando ce le si riprende, ecco che le non ci tradiscono, e ci consentono di edificare un pensiero «nostro».

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uccideteli, ma solo per amore

• mercoledì, dicembre 16th, 2009

quelli_dell_amore

Le cose accadono in forza di un processo, e non perché qualcuno abbia agito su un interruttore on/off.
Mi è chiaro, insomma, che se tutto questo può accadere – se può accadere che un gruppo di ragazzi incravattati sostenga che in nome della libertà bisogna sopprimere due partiti, e conseguentemente dichiarare fuorilegge i loro aderenti se non addirittura i loro simpatizzanti – è perché cose minuscole l’hanno preparato facendo seguito l’una all’altra, ingrandendosi progressivamente, desensibilizzando la parte di corpo sociale su cui facevano frizione e rendendosi per questo praticamente impercettibili.

Però c’è una parte di me che si domanda senza sosta qual è stato il primo indizio anche fumoso al quale non ho dato colpevolmente bado; quand’è stato che – solo che lo si fosse avvertito rotolare – il processo si sarebbe potuto invertire.

Mi rendo conto che è una concezione volontaristica, un po’ titanica e perfino infantile della storia. Ma non posso smettere di domandarmi dove ho sbagliato; dove abbiamo sbagliato.

Com’è stato possibile che questi incravattati a cui non manca niente, dalla casa al fuoristrada, dal lavoro alle vacanze; che questi incravattati che a neanche trent’anni hanno visitato New York tre volte e han di certo fatto almeno una vacanza alle Maldive; che questi incravattati che osano scomodare l’amore come una categoria possano dichiararsi con tanta indifferenza e tanta sicumera per ciò che sono: fascisti che fan di sé la misura del mondo.
Non ti piace ciò che io faccio o penso? Sei violento, e io ti abolisco in nome dell’amore.

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diritto di voto allo spermatozoo?

• giovedì, dicembre 3rd, 2009

:DDL SENATORI PDL PER CAPACITÀ GIURIDICA A CONCEPITO

(ANSA) – ROMA, 3 DIC – Modificare l’articolo 1 del Codice civile, che attribuisce capacità giuridica al momento della nascita, anticipando questo riconoscimento al momento del concepimento. È l’obiettivo del disegno di legge firmato dal presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, dal vicepresidente vicario Gaetano Quagliariello e dalla vicepresidente Laura Bianconi.

Propongo l’introduzione della capacità giuridica dello sperma e degli ovociti.

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celli e la lettera al figlio sull’espatrio

• lunedì, novembre 30th, 2009

il_paese_dei_cachi_lo_so_son_aranceCon una di quelle operazioni che francamente fatico a giudicare limpide, Repubblica pubblica oggi una lettera che Pierluigi Celli, ex direttore generale Rai e ora direttore generale della Luiss, scrive al figlio laureando.

Dal contesto della lettera escludo che la pubblicazione sul quotidiano fosse l’unico modo che questo padre aveva per dire al figlio ciò che gli stava a cuore, e cioè, in estrema sintesi, «figlio mio, lascia l’, che è un Paese di merda».

«Merda» non lo dice, ma il succo è questo.
Qui, gli dice, c’è una «Società» (non ho capito la maiuscola) «divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, , di clan, familistica: poco fa la differenza».

E uno dice: mmh, però, il compagno Celli.

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rutelli, basta la parola

• mercoledì, luglio 22nd, 2009

ah_ah_ah

Consiglio affettuosamente un bravo psichiatra.

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e può solo andare peggio

• lunedì, giugno 29th, 2009

Rossana Rossanda sul Manifesto:

Se “” ha avuto un senso nel XIX e XX secolo, era libertà, eguaglianza, fraternità, declinate nell’eredità della rivoluzione francese (…).

Il loro rifiuto non significa che sia avvenuta una rideclinazione; significa il ripiegamento dalla libertà all’individualismo e il volgere il bisogno di appartenenza verso categorie metastoriche (religioni, nazionalismi, etnie e altre presunte origini).

Significa negare l’eguaglianza di diritti (e non solo né tanto nella interpretazione che ne dà parte del movimento delle ) e fare dell’affermazione del più forte il principio e motore della società.

Significa affogare la fraternità nell’odio e nella paura dell’altro e del diverso. e Bossi sono inimmaginabili negli anni ’60.

Questa è oggi la metà dell’ che parla. L’egemonia è passata a . La sua affermazione segnala una rivoluzione antropologica prima che . La degenerazione della ne è concausa e conseguenza.

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baci da dublino

• domenica, aprile 19th, 2009

La prima domanda che mi hanno fatto, offrendomi una tazza di te, è stata questa: “Cosa pensi di ?”.
Non mi hanno dato nessun indizio.
Non sapevo cosa dovevo rispondere.
Lo detesto? Mi piace? Bah, è un personaggio controverso?
Ho scelto la sincerità (stranissimo).
Erano d’accordo con me!!!

Come ogni diciottenne normale, eccomi nella mia host family a .
The Oaks, che nome suggestivo.
Sono qui a sciacquare i panni nel Liffey, in vista del mio esame d’inglese Cae.
La mia stanzetta è grande come un ditale da cucito, ma molto azzurra, e questo aiuta.
La casa è deliziosa.

La cosa curiosa è che è la seconda volta su due che capito in una famiglia irlandese piuttosto – come dire? – scettica verso l’integralismo cattolico che adesso va di moda.

Quella di stasera è stata solo la mia prima cena con loro e so già come lei, Margaret, la pensa su Paolo VI, sui Giovanni Paoli I e II, e su Ratzinger.
Ratzinger non le piace.
E quando le capitò di essere in Vaticano all’udienza generale del papa, all’epoca Paolo VI, rimase scossa perché tutti i (facciamo) fedeli furono letteralmente chiusi dentro all’arrivo del papa. “Da allora ho giurato che in Vaticano non ci torno più. Tutte quelle colonne in piazza San Pietro…”.

“Del papa tedesco”, dice con un faccino schifatello, “non voglio sapere niente. Non leggo neanche le notizie che lo riguardano”, mi ha detto prima, mangiando una patata ricoperta di burro (burro speciale, senza colesterolo).

Il marito è un ex poliziotto che spara alla velocità di una mitraglia, e mi scruta negli occhi riuscendo esattamente a percepire – ne sono assolutamente certa – l’istante in cui la mia concentrazione viene meno impedendomi di capire quel che dice. Tant’è che precisamente una frazione di secondo dopo mi domanda “do you understand?”.
Ca***.
Sono arrivata a casa sua poche ore fa e gli ho già mentito così tante volte.
Ci vorrebbe un po’ più di onestà, penso.

L’ex poliziotto mi ha spiegato anche che se proprio devi finire impiccato, è meglio finire impiccato per aver rubato un gregge che per aver rubato un agnello.
Pare che sia la sua filosofia relativa all’indebitamento con le banche: “Sono molto bravo a fare soldi”, mi ha detto.
“Come zio Paperone?”, gli ho chiesto?
“No”, mi ha risposto. “Zio Paperone non spende. Io invece voglio i soldi per spenderli tutti, perché poi non è che me li porto dietro”.
In effetti, hanno anche una casa al mare in Europa.

Lei adora il memoir e Nuala O’Faolain; lui mi ha detto che Limerick, adesso, è ancora peggio, più povera di come l’ha descritta Frank McCourt: “E’ sotto il tallone della chiesa e dello Stato”, mi ha detto. “La chiesa li vuole poveri perché così li tiene in pugno. E lo Stato li tiene poveri per via delle tasse”.
Poi ci ha pensato un po’ e con un’arietta schifatina mi ha detto: “So, you are a bit of an intellectual”, che sarebbe a dire “sicché tu saresti tipo un’intellettuale”.
Ho mai detto che adoro l’umorismo irlandese?

Mi sorprende sempre vedere come i concetti di e variano a seconda delle latitudini e di un numero virtualmente infinito di altre variabili insospettabilmente influenti su cose simili.
Questi due simpatici signori di mezza età (due terzi, credo) che ospitano studenti da 26 anni sono labour o conservative?
Se penso che oggi pomeriggio, mentre seduta su una panchina sotto il sole (sì: sotto il sole) a Saint Stephen’s Green leggevo le istruzioni per la chiavetta Internet della Meteor che avevo appena comperato, mi è passato davanti un drappelluccio di veneti che parlavano della Lega nord…

Domattina, dunque, a .
Avrò certamente compagni di classe coreani e giapponesi (nuvola d’aglio garantita), e forse anche brasiliani.
Mi manca da morire mio figlio, il che prova definitivamente che il titanismo è un mio difetto del passato, e adesso ho il cuore flaccido di un mollusco romantico (col raffreddore: e questa è una circostanza aggravante, soprattutto per quell’apparenza da languido pesce lesso che conferisce, ma verosimilmente temporanea).

Il figlio di Margaret e John – forse ne hanno uno solo, non ho capito bene – fa il pilota e questa sera è in Messico.
Lavora per la Ryanair.
Loro, i genitori, sono tornati da Cancun ieri sera.

Oggi camminavo, e – sì – mi sentivo quasi a casa, come sempre.
Sì: il negozio Rococò ha sempre vestiti bellissimi, da sexy-zitella anglo-celtica (cose fantastiche di stilisti sconosciuti e infinitamente meno pomposi degli italiani; ma che nessuno, please, mi tocchi Armani, grazie).
Sì: Avoca in Suffolk Street è sempre un posticino delizioso.
Vedere la baia di mentre si atterra è sempre emozionante, tanto più se – come oggi – c’è un azzurro completamente privo di nubi.

Sarà la decima volta che vengo qui, ma adesso c’è qualcosa che mi sfugge.
Non so.
ha perso qualcosa della sua magia.
Forse non l’ha mai avuta, e ce l’ho vista solo io.
Ma anche se è così, qualcosa è comunque cambiato.
Dentro di me, se non fuori.

Qualcosa m’è rimasto sullo stomaco.
Per fortuna che mi sono portata le bustine di Biochetasi.

E per finire: niente foto, per ora.
Good night.
Ah come parlo bene l’inglese.

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