header image

qui

• venerdì, luglio 16th, 2010

Tags: , , , ,

Post correlati


asfissia italiana

• lunedì, giugno 14th, 2010

Sono tornata.
L’afa rende fisicamente evidente la sensazione di asfissia.
Oggi pomeriggio, mentre stavo salendo sull’aereo, ho alzato la testa e ho visto quel cielo, e mi sono sentita gli occhi pieni di lacrime.
Io non so cos’ha quel posto, non so cos’ha .
Ci son volte che non sopporto quel vento, quel clima, gli odori di quel cibo.
Però ogni volta che me ne vado mi viene da piangere.

Rosemary mi ha accompagnato al «big blue bus» (come dice il suo nipotino , un folletto di tre anni) al Bewley’s hotel di Leopardstown, e quando ci siamo salutate ci siamo commosse tutte e due.
Ha ragione la mia amica Barbara: certi congedi sono sorprendenti.

In aereo mi sono fatta una bella chiacchierata con una hostess ungherese della che era fuori servizio e volava via Bergamo verso Bruxelles.
Molto interessante.
Aspirazioni di una trentenne in carriera, piena di entusiasmo e di carica.
È ancora convinta che al mondo ci sono cose giuste e cose sbagliate, e che il potere di cambiare quelle sbagliate sia nelle sue mani.
«Spero che la vita non ti tolga mai le motivazioni», le ho detto.
«Non lo farà», mi ha risposto. «Sono sempre stata così».
Io non ce l’ho avuto il coraggio di dirle che quando si tratta di motivazioni il problema non è mai come si è state, ma come si sarà.
Come si sarà condotte ad essere.

Mi sta suonando l’allarme del telefonino che mi avverte che domattina avrei lezione d’inglese (spostata anche questa).
Esattamente una settimana fa ero al a vedere The Importance of Being Earnest.

Tags: , , , , , ,

Post correlati


appunti da un’altra lingua

• domenica, giugno 13th, 2010

Era seduta di fronte a me sulla Luas. Alta, sottile, caschetto biondo paglia con riga in mezzo, impermeabile verde, ballerine di vernice senza scarpe, occhiali di Donna Karan, sacchettini di Brown Thomas. Vecchia.
Quando ha chiuso l’ombrellino, ognuna delle pieghe si è accavallata sull’altra con una perfezione automatica e naturale. Lei non ha fatto niente di speciale; ha solo tirato il cordino per chiudere la corolla.

Mi domando perché quando li chiudo io, i miei ombrellini pieghevoli sembrano stracci indomiti e spiegazzati.
La domanda non è priva di senso: se perfino qui, in Irlanda, dove gli italiani sono circondati dall’aura miracolosa di quest’ingombrante fama di naturale, io riesco a sembrare meno posh di una vecchia irlandese, qualcosa di strano secondo me ci dev’essere.

La seconda giornata del seminario con Catherine Dunne è stata molto soddisfacente e piena. Temo che il mio giudizio sia influenzato dal fatto che a lei è piaciuto quel che sto scrivendo, e perfino la traduzione inglese che ne ho fatto (e più ci penso, più mi sembra incredibile), e dal tè che abbiamo preso al Gresham hotel (veramente lei ha preso vino bianco).
Però io non riesco a non pensare che questa donna i cui libri son stati tradotti in molti Paesi del mondo ha incontrato altre sette donne presentando se stessa con semplicità e calore, dando suggerimenti estremamente pratici e puntuali senza somigliare affatto a uno di quei manualetti del tipo «do it yourself» o – come vidi una volta in libreria – «Sarò presto tornitore» (che gioia, che aspettativa).

E delle sette donne, nessuna sembrava minimamente impressionata dal fatto di avere davanti una come lei, che non è una Pippa Pippi qualunque.

Comunque, credo che l’insistenza sulla storia sia estremamente indicativa. La prima domanda è stata qual è la storia che vuoi raccontare.
Non «chi sei», «cosa fai», «parlami di te», «perché sei qui», «cosa ti aspetti da queste dieci ore».
No.
La domanda è «cosa vuoi raccontare, qual è la storia che bussa per uscire da te».

Mi piace.
Tra le sette, c’era una ragazza americana che è qui a da un anno e mezzo. Dopo aver fatto parte della campagna elettorale di Barack Obama non se l’è sentita di piatire un impiego governativo a Washington D.C. ed è venuta qui a lavorare con gli homeless.
Un’altra ha la spagnola e il padre di Cork, ma entrambi i genitori per ora sono nel Bahrein e lei sta qui, progettando di andare per un paio d’anni in Australia e di scrivere un libro sul paese basco durante il franchismo.

Un’altra ragazza, Sarah, sta scrivendo su Germania est e Germania ovest, la storia di due ragazzi, delle intercettazioni che venivano fatte nelle case dell’est.

Non so. C’è sempre qualcosa che, anche nei peggiori dei miei soggiorni dublinesi, si incarica di ricordarmi che nella mia vita c’è un altrove, c’è un cortiletto che ha senso per me. Che c’è dell’aria da far respirare al mio cervello, che l’atrofia neuronale a cui esso sembra professionalmente condannato non è un destino necessario.

In questi dieci giorni ho sofferto di malinconia, e la mia testa ha continuato a girare tremendamente. Il tempo è stato mediamente orrendo. Ho visto negli occhi della gente che mi guardava la consapevolezza che stavano guardando una donna, e non una ragazza. L’ho realizzato profondamente per la prima volta, e questo – mi rendo ben conto – non mi fa granché onore.
Però attesta un’asincronia fra dentro e fuori che non è del tutto nociva né in se stessa improduttiva.
Penso di doverci lasciare lavorare un po’ la pancia.

In ogni caso, quel che volevo dire è che anche dieci giorni a modo loro difficili sono riusciti a restituirmi a me stessa; mi hanno dato il senso di una direzione, e va benissimo che sia la direzione di una donna e non quella di una ragazza.
Dieci giorni a modo loro molto difficili mi hanno svitato dall’avvilente miseria delle mie relazioni professionali.
Faccio un lavoro che dovrebbe attivare il mio cervello, e invece tutto quel che sembrerebbe realmente fondamentale per una ragionevole sopravvivenza non troppo conflittuale della sua detentrice è il suo disinnesco, la sua collocazione in una custodia riparata dalla luce e dai rumori, e non si sa mai che un giorno – chissà – possa tornar buono, o essere venduto come nuovo.

Ma al mondo c’è anche Catherine Dunne, e c’è la ragazza di Obama, e c’è Sarah.
E, quel che più conta, ci sono io che vado a prendermele; ad ascoltarle, a parlare con loro. A farmi venire mal di testa per capirle, ad affrontare il terrore di volare. A cercarmi e a trovarmi mentre faccio uscire da me ciò che solo una lingua straniera, con una sua grammatica, un suo registro, una sua struttura, sa trovarmi dentro.

Tags: , , , , , , , , ,

Post correlati


catherine dunne dà i compiti per casa

• sabato, giugno 12th, 2010

Ed eccomi su una panchina a St. Stephen’s Green, di fianco a due tardonine biondizzate che si mettono il lucidalabbra.
Sono appena uscita dal primo dei due giorni di seminari di scrittura creativa con Catherine Dunne all’Irish Writers’ Centre.
C’è stato un momento in cui ho avuto l’impressione che sarei morta direttamente lì, uccisa dal rumore di parole velocissime che si rincorrevano l’una con l’altra.

Tutte donne, naturalmente.
Chi più, chi meno, tutte straveloci nel parlare.
Vorrei tanto raccontare come s’è svolta questa giornata.
Vorrei tanto ma proprio tanto.
Peccato che tutto il tempo che ho di qui a domattina dovrò impegnarlo facendo una traduzione minimamente decente dall’italiano all’inglese dell’incipit della cosa che sto scrivendo in questo periodo.

È il compito che mi è stato affidato da Mrs. Dunne in persona.
«Prima ce lo leggi in italiano», ha detto, «e poi ce lo leggi tradotto».
Le altre ridacchiavano, che bello che bello.

Ci son momenti in cui mi domando perché la mia modalità di azione nella vita è la sfida costante a me stessa. Perché pretendo da me sempre di più, e di più, e di più, e poi ancora di più. Alzo l’asticella, prendo la rincorsa e salto.

Le due tardone si sono alzate.
Adesso sulla panchina ci sono due fidanzate che fanno uno spuntino.
Se per di qua passasse un vigile di Verona farebbe multe al mondo: i prati sono strapieni di gente seduta e distesa che parla mangia legge e fuma.
Non c’è nessun cartello «vietato sedersi sull’erba vietato mangiare vietato bere».

P.s. Se ci sono errori chiedo scusa: le condizioni di luce sono proibitive; fatico a vedere il monitor.

Tags: , , , , , ,

Post correlati


la mia trinità maschile

• venerdì, giugno 11th, 2010

Ho sognato che io, Marco, Giovanni, mia e mia zia andavamo in un prato bellissimo, lucido di verde.
C’era un sole fantastico, il cielo era azzurro.
Noi donne eravamo vestite di chiffon, con grandi cappelli a larghe tese, come se dovessimo andare a uno di quegli eventi mondani anglosassoni dove ci sono cavalli e affini.
Prima di celebrare quest’evento festoso che non sapevamo quale fosse, dovevamo però salutare meglio mio zio, il fratello di mia morto da poco, perché non eravamo soddisfatti di come l’avevamo salutato.

Allora un tale vestito in modo grottesco, come un cameriere sulla scena di una commedia, e truccato di nero sugli occhi, con le guance fucsia-rosse dei clown, ci ha portato la bara.
Gli era leggera, tanto che l’ha messa verticale senza sforzo davanti a noi.
Sul coperchio c’era una statua a grandezza naturale. Mi ricordava le cose etrusche, solo che questa statua era distesa sulla schiena.

Ha cominciato a guardarci muovendo gli occhi qua e là.
Poi ho realizzato che era tutto il volto a diventare espressivo, con la stessa concentrata e allegra lentezza con cui mio fratello – handicappato – comincia uno dei suoi lunghi sorrisi di affetto quando ci vede.
Il volto, come imprigionato in una fissità necessaria, è diventato luminoso.

Mi dava l’impressione che mio zio diventasse sempre più lieto, sempre più benevolo, sempre più indulgente.
Senza parlare diceva «lo so che avevate ragione, quando mi dicevate che non dovevo affrontare le cose così di petto e io mi arrabbiavo; so che dovevo essere più gentile con me stesso».
Che sguardo felice di vederci, e sereno, e paterno.

A un certo punto quella statua si è manifestata anche come mio padre, che è morto quando avevo 18 anni.
Non so che cosa mi ha fatto pensare che «contenesse» anche mio padre; ma c’era anche lui.

Era la mia trinità maschile, insomma.
Mio padre.
Mio zio, che mi ha portato non all’altare perché non mi sono sposata in chiesa, ma alla stanza del municipio dove mi aspettava Marco.
Mio fratello, l’unico dei tre vivo; una persona per la cui vita ho temuto fin da quando lui è nato, quando avevo cinque anni e un po’.
La mia trinità maschile di vivi-morti.

Il mio passato, porzione maschile.
Chissà qual è la cosa con cui sto facendo i conti inconsapevolmente.
Chissà perché questo sogno l’ho fatto a , che evoca la parte femminile e materna di me e della mia storia.

Tags: , , , , , , , , ,

Post correlati


le bolle di sapone

• giovedì, giugno 10th, 2010

Le notizie del giorno sono quattro, oggi.
La prima è che da Avoca ho comprato sei cucchiaini colorati, uguali a quelli che, più lunghi, avevo comprato l’anno scorso.
Sono piena di cucchiaini comprati da Avoca, a casa.

La seconda è che ho comprato il disco di un gruppino di ragazzi che suonavano musica irlandese reggaeggiante con qualche puntata nella russeggianteria (si vede che sono esperta).

La terza è che sono rimasta come una scema a guardare un tale che producendo enormi e oblunghe bolle di sapone faceva ridere i bambini e commuovere me, che sono notoriamente fragile e scema (mi pare di avere ottenuto la prova provata).

La quarta è che c’è il sole.
Non ci posso credere.
C’è il sole.
Il sole si è ricordato che esiste anche l’Irlanda.
Nei giorni passati c’è stato un freddo da paura.

A volerla dire tutta, potrei aggiungere una quinta notizia: l’ palestrato Declan respira male, è come se fosse sempre in affanno, fa strani rumori con la bocca come se stesse schioccando parti che normalmente nessun possiede, e fa un sacco di rutti. Silenziosi, ma rutti.

Tags: , , , , , ,

Post correlati


a teatro (oscar, il corpo e le ragazzine)

• martedì, giugno 8th, 2010

Loro l’avevano anche detto – spegnete i telefoni, asini – e io l’avevo fatto.
Solo che il mio telefono è l’unico al mondo a non funzionare come sveglia quand’è spento (d’altra parte quando c’è un marito bisogna dire che la sveglia è uno spreco inutile di denaro), ma a funzionare come «ricordatore» sonoro (sottolineerei sonoro) di appuntamenti anche quando:
a) è spento;
b) prima di spegnerlo è stato silenziato.

Questo per dire che quando la musichetta ha cominciato a farsi sentire – verso la fine del primo atto – un po’ di gente, nel teatro, s’è girata verso di me. Se solo hanno realizzato che avevo qualcosa di italiano avranno di certo pensato che ci facciamo riconoscere dappertutto.
La cosa ridicola è che il telefono suonava per ricordarmi che questa mattina alle 12 sarei dovuta andare alla mia solita lezione di inglese.
Che ovviamente avevo disdetto con un bell’anticipo perché son venuta in Irlanda a prendere lezioni di inglese a scuola ma anche per strada e a teatro e all’Irish Writers’ Centre e al Projects Arts Centre e a casa di Rosemary e nei negozi.

Comunque.
Ieri sera sono andata a vedere The Importance of Being Earnest di Oscar Wilde al Gaiety Theatre.
Se occorre l’indirizzo, è in King Street, mi pare.
Meno male che avevo letto il libro da poco, sennò avrei capito meno del necessario.
Mi sono divertita moltissimo.
Non ho nessuna esperienza di recitazione in inglese, ma gli attori mi son sembrati bravi, e anche fisicamente capaci di occupare la scena senza quella specie di attitudine stentorea che a volte mi è capitato di vedere.

Continue reading ‘a teatro (oscar, il corpo e le ragazzine)’

Tags: , , , , ,

Post correlati


professor jolie

• martedì, giugno 8th, 2010

Non era la Jolie, ma non è male, e poi è gentile.
Angelina l’, dico.
Sono fusa, completamente.
Mi gaserò come una povera scema pensando che per ben due volte alla lavagna Angie ha scritto «recieved» anziché «received».
Magrissima consolazione. Da stupida scema.
E comunque, in fondo, chissenefrega.
Qualcuno fermi la mia testa. Perdo l’equilibrio. Sono in vuoto d’aria.

Poi scriverò del teatro di ieri sera.
Mi sono divertita moltissimo, e ho anche mangiato un Magnum.
L’ho indicato col dito, però, perché «Magh-num» temevo che fosse sbagliato, ma «Magnum» ero sicura che lo fosse.
Perché non l’han chiamato Big e che finisse lì. Non me lo spiego, io.

Tags: , , , ,

Post correlati


muscoli e cervello (e tette)

• martedì, giugno 8th, 2010

Eccomi a scuola.
La receptionist che sembra ogni anno più giovane, Ann.
La tipa della segreteria che sabato, alla cosa dei due scrittori, ha finto di non avermi visto. Bella donna, aria seria e occhiale, tacco e gonna stretta. Penso che la si possa trovare di quel sexy professoroso che attizza molti cresciuti a pane e Fenech.
Eithne, la direttrice, che ha vissuto quattro anni a Verona.
E Declan.
Il mio nuovo .
Maniche corte e c’è un freddo cane.
È super-palestrato, e le maniche corte avrebbero anche un loro perché, se io non avessi la puzza sotto il naso.
Invece ce l’ho.

L’altra sarà Angelina.
Le differenze di cultura a volte tradiscono, ma tenderei ad escludere che con un nome così l’ possa essere palestrata anch’ella. D’altra parte, come combattere questi luoghi comuni quando non esiste neanche un’attrice bella e palestrata e giovane e strafi** che si chiama Angelina e, magari, la butto lì, ha sposato un attore?
Son problemi.

Prima che potessi pubblicare il post, Declan è entrato per la lezione.
Beh. Il preconcetto che vale per le donne vale anche per gli uomini, mi tocca dire.
Lesson number one: il muscolo non sottrae energie al cervello, esattamente come succede con le tette o con le altre attrattive variamente allocate sul di una donna.

Lesson number two (or one point one): muscolo, tette e altre attrattive non danno, però, neanche intelligenza in più.

Dice: lo sappiamo benissimo.
Sì, giusto.
Ma di questi tempi insistere sul punto non fa male.
Quale punto non sto certo qui a precisarlo.

Okay.
Ho mangiato una frittatina e un po’ di broccoli, bevuto un decimo del rovente caffè americano che somministrano alla canteen.
Adesso toilet, poi Angelina.
Poi comprerò lo spray impermeabilizzante per le scarpe.
Oportet ut.
Poi comprerò il paracetamolo.
Per i giramenti di testa non c’è niente.
Forse solo una vacanza vera, tu e il rumore del mare, il rumore del mare e tu.
Mi dicono che non è l’unico giramento contro cui funziona.

Tags: , , , , , ,

Post correlati


vuoti d’aria

• domenica, giugno 6th, 2010

Sono esausta, e la testa gira vorticosamente, facendomi sentire come in aereo durante le turbolenze e i vuoti d’aria.

Forse l’ho già scritto, non mi ricordo più.

Questa cosa, però, mi urta e mi preoccupa. Vorrei che finisse.

Non ho dormito neanche la notte scorsa. Avevo la mascherina per stare al buio, ma mi è venuto mal di gola, m’è venuta la e il naso mi colava.
In più, alle 8 è scattato l’allarme.

Oggi ho camminato a lungo, con questa testa vertiginosa.
In un centro commerciale volevano vendermi un siero della Clinique che toglie il gonfiore agli occhi, e questo mi ha fatto capire un paio di cose: che il commercio non si ferma davanti a niente; e che la mia faccia non dev’essere stata una meraviglia.

Sono colpita dal gran numero di persone evidentemente povere.
Madri giovanissime con facce scavate, passeggini schifosi e bambini vestiti come monelli di Chaplin.
Ragazzi curvi e ubriachi. Soli.

C’era freddo e pioveva. Adesso è venuto fuori un raggio di inutile sole.
Bene. Con questo freddo, oggi verso le sei di qui – le sette in – un sacco di gente, uomini, donne, bambini, vecchi, ciccioni, smilzi, si tuffava dal parapetto di O’Connell bridge nelle acque del fiume Liffey.
Quelli che li aspettavano in acqua li incitavano, urlavano, ridevano.
E loro, in costume, pluff, dentro l’acqua.

Stasera a cena c’è una delle sorelle di Rosemary col marito.
Prima credevo di impazzire. Parlavano fitto tra loro e ogni tanto mi dicevano isn’t it?
Solo che io ero completamente disconnessa, e la testa vorticava.
A un certo punto, appreso di altre malattie familiari, ho chiesto scusa e sono salita in camera.
«Scusatemi», ho detto, «ma ho bisogno di pensare per un pochino in italiano».

La testa mi scoppia.
Spero che questa notte riuscirò a dormire.

Ah. Sono tornata nel negozio di Ann Summers, quello di cui avevo già raccontato qui sul blog. Sono di nuovo entrata nel sancta sanctorum di vibratori, dildi, frullatori speciali multifunzione (uno ne millantava dieci, e io mi sono domandata se al movimento-base del sesso esistono veramente così tante varianti), solo che stavolta a chiedermi come poteva essermi utile non è stato – come l’altra volta – un commesso maschio, ma una commessa femmina.
No, le ho detto. Mi sto solo guardando intorno. È che non sono abituata a vederne così tanti tutti insieme, sai com’è.
Ok, mi ha detto. Take your time. Fai con calma, prenditela comoda.
Sono uscita subito.
Sulla vetrina, uscendo, ho notato che, a proposito di un’offerta speciale in grazia della quale se compravi dei corpetti ti regalavano le mutande, c’era scritto a caratteri cubitali «get wet».

Ho rifiutato la traduzione più semplice.
Ma se devo dire la verità non me n’è venuta nessuna di alternativa.
Sarà colpa della testa che gira (spero che passi, non la reggo più).

Tags: , , , , , , ,

Post correlati


our lady of this house

• sabato, giugno 5th, 2010

La che c’è nella mia stanza, perfettamente adeguata alla mia dimensione esistenziale, scettica che sono.

Titolo: Our Lady of This House.
Nostra Signora di Questa Casa.

Testo (maiuscole originali):

Dolce e Nobile Signora, Immacolata di Dio, noi scegliamo te, oggi, come Patrona e Signora di questa Casa.

Proteggila, cara , da pestilenza, fuoco, fulmine e tempesta, dallo scisma e dall’eresia e dalla malvagità dei nemici.

Proteggi suoi abitanti, Dolce Maria; sorveglia il loro uscire e il loro rientrare, e preservali da una morte improvvisa.

Tieni lontani da noi tutti i peccati e i pericoli, e inoltra a Dio le tue preghiere affinché noi possiamo vivere nel Suo Nome e lasciare questa vita nella Sua Grazia.
Amen.

Particolarmente curioso il fatto che fra le morti accettabili – venendo esclusa quella subitanea e imprevista – sia implicitamente annoverata quella che avviene dopo una lunga e tremenda agonia.

Non ho tanta voglia di chiedere a Rosemary com’è morto suo marito.
Mi pare che me l’abbia già detto.

Tags: , , , ,

Post correlati