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trivio e giovanilismo (a 40 anni)

• domenica, agosto 29th, 2010

Immagino che questo signore con le guanciotte un po’ stanche intendesse fare il simpatico, o – essendo egli toshano – il tipo molto jovane che sta dalla parte della jente e ha fatto tesoro della (secondo me lui lo direbbe) chiarezza della Lega.

Una sommaria elencazione di alcune delle e delle locuzioni che utilizza in quest’intervista basterà a capacitarci del suo fascino virile da osteria. Roba da far dimenticare all’istante (absit iniuria verbis) la mascella sfuggente.
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rossella, che classe

• domenica, agosto 22nd, 2010

Carlo Rossella scripsit (da qui):

Weekend a Long Island.
Il bellissimo Alessio Vinci cammina solo sull’arenile bianco di Montauk.
Camicia bianca mossa dal vento, pantaloni di tela, sguardo rivolto all’oceano, sembra un’antica foto di John F. Kennedy.
Sono tornati gli anni Sessanta.

Certo. Come no.
E dove alloggiano?
Al Quisisana?

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repetita

• giovedì, agosto 12th, 2010

Ci son volte che una si rilegge e dice a sé stessa «sì, questa cosa va detta adesso, questo è il momento giusto».
E così, quell’una pensa che forse può anche copiare un vecchio post che ha un suo perché esattamente adesso, mentre in testa le ronzano le questioni relative alle istituzioni, alla democrazia rappresentativa e alla democrazia diretta, a un tipo di giornalismo che diventa sempre più difficile da digerire senza sofferenza…

Ecco qui il vecchio post.

l’authority di barbarella yè-yè

Ero in macchina e m’è capitato di sentire per radio un pezzo della trasmissione di Barbara Palombelli.
L’ospite con la quale parlava era Fiorella Kostoris Padoa Schioppa.
A volte un cognome solo non basta a dire chi siamo.

La FKPS è stata presentata dalla moglie di Francesco Rutelli come «presidente dell’Authority Pari e dispare», come se il comitato presieduto dall’ex moglie dell’ex ministro del governo Prodi fosse un organismo istituzionale dotato di un effettivo potere ispettivo e di sanzione sulle disparità di trattamento fra uomini e donne nel mondo del lavoro.
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terroni ladri/2, o la religione dei dati

• lunedì, agosto 9th, 2010

Mi prendo un po’ di tempo per dire qualcosa su questo pezzo che, uscito su Repubblica, si collega al tema di cui ho già scritto qualcosa in un altro post.

diffidare delle apparenze

L’argomento è – apparentemente – la scuola.
In realtà, gli argomenti veri sono due.

dare addosso al governo

Il primo consiste in un’intenzione evidente di sparare addosso al governo attraverso l’enunciazione di un argomento di sconcertante debolezza.

polemiche e giudizi

Il secondo è un’asserzione – indimostrata – relativa a due questioni.
La prima questione riguarda l’asserita esistenza di una polemica.
La seconda riguarda il giudizio di valore sul quale si pretende si sia scatenata la polemica.

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flag-pride

• lunedì, agosto 9th, 2010

Dall’Ansa:

«Come ha detto il presidente Zaia, un che si vergogna della sua e non la espone non è un », ha concluso Caner (capogruppo leghista in consiglio regionale, ndr).

«Per questo riteniamo che debba diventare obbligatoria l’esposizione negli edifici pubblici del gonfalone della Regione con il Leone di San Marco, a fianco della italiana.

Il vessillo col Leone alato è un simbolo che fortifica le nostre radici, la nostra identità e le nostre tradizioni, e che contribuisce alla battaglia per ottenere il federalismo e l’autonomia che il merita».

Se «il che si vergogna della sua e non la espone non è un », sono moderatamente curiosa di sapere che cos’è.

Molto di più, invece, mi interessa sapere cos’è – o chi è – un che si sente fortificato dall’esposizione della «sua» .
Va detto che un paio di idee ce le ho.

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la sanguisuga degli epici trentenni sono io

• venerdì, luglio 23rd, 2010

Postilla sui (suscettibili).
A parte l’ovvia considerazione che il mio post «con gli occhi dei » non può certamente riferirsi a ciascun trentenne ma rappresenta una generalizzazione in chiave polemica che prende di mira non tutti, ma quelli di loro che si sentono «ggiovani», vorrei solo dire che non riesco proprio a capire come mai gli insulti mainstream a chi si sente/è quarantenne vanno bene e le critiche ai mosse dalle periferie di un blog no.

In questa ridicola retorica del giovanilismo, liquidatoria, riduzionista e insultante per chi viene additato a usurpatore di posti di lavoro e di privilegi che sarebbero spettati ad altri, con la loro eccellenza e i loro sacrifici e l’epico sudore della loro fronte, c’è tutta l’idiozia di chi non vuol capire che c’hanno messo gli uni contro gli altri, e che da qualche parte qualcuno si gode lo spettacolo.

Volevo solo dire che io non ho fatto niente, mi son grattata la pancia, sono garantita, avrò una pensione ricca, possiedo case in città, al mare e in montagna, ho la terza media eppure per puro culo ho immeritatamente conquistato un posto di lavoro in un giornale senza fare alcun sacrificio, sono stata difesa dai sindacati, ho usurpato visibilità e vita a chi ha trent’anni.

Ebbene, lo confesso.
La sanguisuga dei sono io.
Le sanguisughe dei sono quelli come me.
Gli assassini dei sono i .
Non chi ha reso precarie le loro posizioni lavorative, no.
Io.
Non chi ha impoverito le loro scuole, no.
Io.
Non chi ha devastato il paesaggio della politica, no.
Io.

Che ho anche una colpa aggiuntiva: non sono nemmeno veramente di sinistra.
Non può essere che io lo sia, perché non mi piace il ronzare festante delle alacri apine facebookiane intorno al miele dell’insulsa retorica della modernità e del «dai, amici, firmiamo per cambiare il mondo».

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i fori imperiali? sono le narici di cesare!

• venerdì, luglio 16th, 2010

Un tipo dice «la mia città è la più bella del mondo».
Magari esagera un po’, però la città di cui parla è Roma…
Un altro tipo replica «eh, sarà anche bella ma è tutto merito dei miei soldi».

Questa conversazione non è stata orecchiata all’asilo, ma riportata e amplificata, resa seria, dai giornali, che hanno pensato che fosse una notizia.
E a rispondere non era un compagnuccio dell’asilo, ma un senatore della Repubblica.
Lega, ovvio.
I soldi che fan bella Roma sono i suoi, ovvio.

Un altro po’ e vien fuori che era di Varese.

Ah, no.
È di Milano, che scema.
E i fori imperiali son le sue narici e il suo buco del cu**.

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la qua-meri-li-quant-oggett-test-ivi-ità (in cu** i poveri)

• giovedì, luglio 15th, 2010

Da un articolo firmato su Repubblica.it:

il progetto…

ROMA – Pagelle in arrivo per scuole e insegnanti. Ma non solo: borse di studio in base al merito, e non più in base al reddito, e studenti sottoposti a test oggettivi standard due volte all’anno, per verificare proprio l’operato degli insegnanti.

Insomma: niente più fannulloni dietro la cattedra. Il tutto sarà accompagnato da un (probabile) ulteriore taglio alle ore di lezione.

Nel presentare oggi il progetto “Qualità e merito“, il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha indicato la strada che percorrerà la scuola italiana nei prossimi anni.

E cioè: più qualità e meno quantità e, soprattutto, largo al merito.

Mi fa grande impressione l’assoluta assenza di rielaborazione critica dell’Augusto Pensiero Ministeriale.
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contessine intellettuali che svernano in provenza

• domenica, giugno 20th, 2010

Da un’intervista a Saviano uscita qui il 16 ottobre 2007, mai finora smentita.

Considerare ancora la periferia un lato morto del territorio è un’idiozia molto più italiana che francese.
La periferia in realtà è la città non ancora realizzata.

E poi la loro (quella francese delle banlieue, ndr) è una produzione quasi sempre criminale.

La differenza abissale tra Secondigliano e Saint Denis è che non c’è un’infrastruttura imprenditoriale organizzata in Francia.
Infatti i napoletani li sfottono. In una canzone dei Cosang si dice: «A Francia s’atteggia/ ma là nunn’ esiste ‘o sistema ca paga i stipendi/ ‘e pegg’ nun s’assettano cu’ chi fa ‘e leggi». Un modo per dire: voi urlate “Parigi brucia” ma sappiate che in Francia non ci sono salari per le famiglie dei camorristi.

Le banlieues non hanno prodotto una mafia seria, capace di fare il salto di qualità. Hanno piccole gang. Però credo che avverrà. Oggi per esempio tutte le minoranze magrebine sono comandate dalla mafia turca.

Rivendico il mio diritto di dire che sono affermazioni apodittiche, indimostrate, a tratti apparentemente prive di senso.
Criticare, bella gente che invoca la vergogna come un anatema contro chi critica Saviano, non è delegittimare.

In quale misura un intellettuale ha bisogno della «legittimazione»?
E di quale legittimazione ha bisogno un intellettuale?
Quella della , dei giornali mainstream?
Quella degli intellettuali che parlano tra loro in luoghi pubblici come se fossero vecchie contesse incipriate che stanno svernando in Provenza con la servitù, i bauli di abiti lunghi e decine di ombrellini a tono, epperò hanno cionondimeno attivissimi neuroni temprati da severissimi studi e grandi cuori solidali?

(L’intervista è citata in parte da Alessandro Dal Lago a pagina 15 di «Eroi di carta», manifestolibri)

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milano è donna, e ha bisogno dell’analista

• giovedì, maggio 13th, 2010

Che si possano scrivere – e soprattutto pensare seriamente – cose come

Questa città, diventata così succube di Roma che ha visto i suoi uomini politici sempre più risucchiati e integrati nella macchina del potere romano, che ha assistito impotente allo svuotamento di Malpensa e al quasi commissariamento dell’Expo 2015, che si sta sfinendo in un interminabile dibattito sul piano di governo del territorio, questa città, dicevamo, che ha ancora nelle sue viscere l’energia, l’intelletto e la conoscenza per fermare uno scivolamento verso il basso, può rilanciare il merito, l’efficienza, lo spirito solidale e farli diventare punti di forza per il rilancio

fa una grande impressione.
La macchina del potere romano… Noi (loro) milanesi subordinati e schiavi eppure ancora pronti per un «rilancio» sulla strada del «merito»… L’educata indignazione per il «furto» di Malpensa e dell’Expo…

Il Corriere della sera, e sempre per voce della stessa persona, parla da mesi – invito a leggere qui – di milanesità come categoria dello spirito, rilanciando schematizzazioni ideologiche antimeridionaliste e retoriche efficientistico-moderniste, magnificando le doti emotive di una città che assume identità personificata.

Ma come nel caso dell’altro mio post qui linkato, a trasmettere l’assenza di senso delle contribuiscono paradossalmente bene le immagini che quelle pretendono di illustrare e sintetizzare; per far capire quanto ideologico sia ciò che si pretende di definire discorso, se non addirittura, come in questo caso, «manifesto», la gerarchizzazione iconografica delle priorità di una sequenza di prive di autenticità è assolutamente perfetta.

Basta guardare l’immagine che illustra il post, pubblicata per esteso qui sotto l’eloquentissimo titolo di «decalogo»: come se bastassero tre cervelli, dieci punti, e il gioco è fatto.
Leggetelo, vi prego, quel decalogo.

Leggete il punto 4, dove si riesce ad attestare l’esistenza di una «città dei gruppi etnici» accanto a una «città della finanza», e niente si dice del modo in cui queste entità arbitrariamente definite come autonome e significative possano mettersi l’una in relazione con l’altra, attraverso quale soggetto mediatore, per mezzo di quale intervento politico, indirizzato a quale fine ottenuto con quali mezzi.

«Milano ricostruisca ponti tra le varie città (della fiera, della moda, della finanza, dei gruppi etnici, delle periferie e del centro storico, dei giovani e degli anziani) per un rinnovato patto civico.

Leggete il punto 1, anche. In cui tutto quel che serve sembra sia un bravo psicoanalista capace di «rimuovere i blocchi psicologici» (i blocchi psicologici di una città???).

MIlano ricerchi e ritrovi il suo orgoglio e la sua anima. Bisogna rimuovere i blocchi psicologici e liberare le energie di una città capace di pensare in grande.

Ora.
Escludendo di poter portare uno alla volta i milanesi da quel bravo psicoanalista, a me viene in mente che l’unico modo attraverso il quale un’entità astratta come una città può ritrovare ciò che evidentemente viene considerato positivo tout-court senza che sia necessaria alcuna articolazione ulteriore del pensiero (e parlo dell’«orgoglio») è l’individuazione di un generico «altro» di comodo al quale attribuire secondo la bisogna le caratteristiche negative che non si vogliono più riconoscere in sé.

Come può una città essere «orgogliosa di sé» se non guardandosi intorno e dicendo «ah, resto sempre la migliore»?
Come può, questa, non essere un’operazione ideologica?
Come può, quest’operazione, considerarsi diversa dalla costruzione dell’epica nordista che ha caratterizzato la «poetica» della ed è diventata – e questo decalogo ben lo dimostra, insieme a mille e mille altri fenomeni – vulgata da sbattere in faccia ora a Roma ladrona, ora ai meridionali incompetenti, ora ai siciliani mafiosi, ora ai campani sporcaccioni e pieni di immondizia, ora ai terroni assistiti?

Ma è possibile – mi domando – che l’assurdità di un’operazione come questa la veda solo io?
È possibile – mi domando – che tutti questi piccoli re e principini appaiano tragicamente nudi solo a me?

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il diritto veneto all’ubriachezza assassina

• domenica, maggio 2nd, 2010

«In alcune zone nei mesi invernali il grappino o il bicchiere di vino è una prassi comune. L’impossibilità di andare al lavoro perché la patente viene ritirata ha creato molti problemi di tipo sociale e rovinato molte famiglie e – aggiunge – chi abita in paesi sperduti, senza patente, ha perso anche il lavoro ed è venuto meno lo stipendio per il sostentamento».

Di qui l’ideona: un emendamento al disegno di legge sul codice della strada presentato dal senatore leghista Gianpaolo Vallardi e approvato dalla commissione lavori pubblici per dare a colui al quale sia stata sospesa la patente la possibilità di avere il permesso di guidare tre ore al giorno, per andare al lavoro.

Il che è come minimo discriminante per i disoccupati.
Rendendosi conto che a fare i draconiani a volte ce la si mette nel naso da soli, ecco che i geniacci s’inventano deroghe e distinguo territoriali.
Discrezionalità, norme applicabili in modo diverso a seconda della condizione del cittadino sanzionabile…
Prima decido chi sei, vedo se sei abbastanza ariano e poi se ne parla, eh?

Che belli che sono: se un romeno causa un incidente è un ubriaco bastardo assassino.
Se un provoca un frontale perché ha bevuto è perché è tanto tanto triste e sente tanto tanto freddo e allora deve bere un pochino di vino.
Poco, lo giuro.
E comuncue non lo facio più, promeso.

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