header image

libertà d’espressione e libertà d’informazione

• venerdì, luglio 9th, 2010

Daniela Lepore, su Facebook, mi dice che su questa faccenda dello sciopero dei contro il disegno di legge sulle intercettazioni lei non è riuscita a capire perché altre forme di lotta fossero insensate, e spiega di condividere l’argomento di Zambardino secondo cui si combatte una battaglia per la libertà di espressione e non per la libertà di informazione.

Poiché penso che ragionare su questo snodo non sia affatto privo di senso, riepilogo un po’ delle argomentazioni che ho finora sostenuto.

Non dico che altre forme di lotta fossero da considerarsi sbagliate o inutili. Non ne ho semplicemente mai parlato.

Quel che io sostengo è, più o meno, questo:

a) che esistono organismi rappresentativi – che ci soddisfino oppure no, purtroppo non fa differenza – e questi organismi rappresentativi, come la , non è che possono essere invitati a non scioperare (come ha fatto il gruppo Facebook Valigia blu), dopo che lo sciopero già l’hanno proclamato, pochi giorni prima del momento in cui si dovrebbe scioperare.

Per revocare uno sciopero – a parte il caso in cui si modifichi in radice la situazione che ha originato la proclamazione, come per esempio la chiusura della trattativa sul contratto quando uno sciopero è stato proclamato per il rinnovo del contratto – occorre seguire procedure decisionali che possono pure apparire lunghe e farraginose a chiunque abbia in mente un’idea «veloce» di modernità, ma sono le regole della rappresentanza democratica.

b) che chiedere la diffusione di più sostenendo che in questo modo venga incrementata la circolazione delle informazioni è un argomento puramente e semplicemente demagogico, perché se io diffondo più copie di un giornale fatto coi piedi non ho risolto alcunché.

Sono persuasa che occorra venire a capo del modo in cui son fatti i ; che occorra finalmente parlare – e con dolorosa serietà – delle e delle autocensure, dei servilismi, della pervasività degli interessi degli editori. Del senso degli uffici stampa, delle veline. Del senso dei portavoce. Del perché quando un uomo politico insulta un giornalista a una conferenza stampa i colleghi non si alzino lasciandolo a parlare da solo.

So che è un minestrone di cose.
Ma se non si affronta questo minestrone, qualunque appello a diffondere più non è che una presa di posizione facile e demagogica.

c) che pensare che le cose siano da affrontare in termini di democrazia diretta – appelli, firme, petizioni – è uno degli equivoci più esiziali di questi tempi: per fare della strada politicamente occorre fare della strada politicamente, appunto, e non lanciare proclami modernisti; occorre mediare, capire, ascoltare, negoziare, progettare, condividere, avere un’idea di società su cui raccogliere consensi.
Non lanciare appelli e proclami.
Perché a firmarli ci vuol poco.
Quello per cui ci vuole invece molto di più è capire se chi firma un appello possa oppure no fare della strada insieme.
Firmare un appello contro i «cattivi» ci fa sentire «buoni» e vicini ai «buoni», ma non sapremo mai se con questi «buoni» con cui la firma ci affratella sussista un numero di idee in comune sufficiente a costruire qualcosa.

d) che mettere in competizione il giornalismo della carta stampata e quello della rete è un’idiozia colossale; non porta da nessuna parte. Serve solo a sentirsi «comunità» unita dall’avere una sorta di nemico simbolico comune.

e) la battaglia per la libertà di informazione e la battaglia (o la lotta) per la libertà di espressione sono politicamente (non tecnicamente, è ovvio) la stessa cosa.
Sostenere che siano due cose diverse significa, appunto, implicare l’idea che i cittadini possano fare a meno dei (di qualsiasi medium) o che i non siano cittadini.

Infine.
Pubblicare le intercettazioni non ha tecnicamente a che vedere con la libertà di espressione.
Nessuno si esprime pubblicando stralci di trascrizioni di intercettazioni sui quali ragionevolmente sussista (e dividiamoci pure, su questo punto, non importa) un interesse pubblico a sapere.

Pubblicare stralci di intercettazioni su cui esista un ragionevole interesse pubblico a sapere – in termini politici, non di mera curiosità; ma va detto che l’unico giudice possibile, in queste cose, è un giornalista, dovunque lavori, perché anche di questo si compone il suo statuto professionale – ha tecnicamente a che vedere, invece, con la libertà di informazione, il dovere di informare e il diritto di essere informati.

E questo indipendentemente dal fatto che i comportamenti di cui le intercettazioni recano traccia siano o no penalmente rilevanti.

Va da sé che i sono poi pure tenuti dalle loro prescrizioni deontologiche al dovere della continenza.

Mi resta solo da aggiungere che Zambardino dice che sono «un’invasata che non ha capito molto». Dev’essere perché ho usato qualche parolaccia.
Ringrazio di cuore.
Noi donne invasate.
E degli uomini, in questi casi, che si dice?

Tags: , , , , , , , , , ,

Post correlati


ordinanze anti-degrado, sequestrate 300 rose

• martedì, luglio 6th, 2010

Da qui, «Agenzia di stampa Verona Comune, direttore Roberto Bolis»:

POLIZIA MUNICIPALE: NUOVI CONTROLLI ANTI-ACCATTONAGGIO

Sono state una decina le persone allontanate e nove le violazioni accertate alle ordinanze antidegrado, nell’ambito dei servizi specifici anti-accattonaggio svolti nei giorni scorsi dalla Polizia municipale.

Gli agenti hanno controllato le zone di ponte Catena, piazzale Stefani, piazza Vittorio Veneto, tutto il centro storico, San Zeno, via Marin Faliero e le circonvallazioni, riscontrando cinque violazioni all’ordinanza antiaccattonaggio, due violazioni al divieto di consumare bevande alcoliche nelle aree verdi, due al divieto di accamparsi in area pubblica.

I fermati, principalmente di nazionalità rumena, sono stati rilasciati dopo le verifiche.

Le pattuglie hanno anche sequestrato 300 rose ed un carrello a un venditore irregolare che operava in piazza Erbe.
A suo carico anche la sanzione amministrativa di 5 mila euro.

I controlli proseguiranno nei prossimi giorni.

Che straordinari successi.
«Prevalentemente» rumeni.
Non siamo razzisti.
Abbiamo detto solo «prevalentemente».

Nessuno è stato denunciato.
Eppure ci facciamo un bel comunicato stampa.
Così voi sapete che noi vigiliamo sulla tranquillità dei vostri sonni e delle vostre villette a schiera e dei vostri suv e delle vostre bici e delle vostre donne.
Così voi sapete che c’è finalmente chi si occupa di voi.
Così voi sapete che finalmente al comando ci sono i «cattivi», i duriepuri.
Gli uomini del fare.

Tags: , , , , ,

Post correlati


che schifo la società dello spettacolo (degli altri)

• venerdì, febbraio 12th, 2010

dice che nel regolamento approvato dalla commissione bicamerale per la vigilanza sulla Rai non vede ragioni di scandalo.
Io sì.

il regolamento

Il testo integrale del regolamento si trova qui.

Ne estraggo due parti che mi sembrano interessanti e significative.
Continue reading ‘che schifo la società dello spettacolo (degli altri)’

Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

Post correlati


due righe e poi a nanna

• domenica, febbraio 7th, 2010

Sono appena tornata da Cagliari.
Grazie a tutti.

Tags: , , , ,

Post correlati


dal piombo al blog

• venerdì, febbraio 5th, 2010


L’incontro si tiene a Cagliari, alla Casa dello studente di via Trentino, alle 16.30 di domani, sabato 6 febbraio.
Parlano Miguel Martinez, Pino Cabras, Felice Capretta, Uto Pio, Michela Murgia, Claudia Zuncheddu, Glauco Benigni, e parlo pure io: di propaganda, notizie, , lavoro intellettuale, giovanilismo, lavoro, consacrazioni, , autocensura, rumore, citizen journalism, esami di maturità, agende politiche, parole d’ordine, e .

Modera Vito Biolchini.

Dalla presentazione dell’iniziativa:

Esiste l’open source anche per l’informazione, un ambito in cui da sempre si parla di “fonti”? Nell’era dei blog questo è un tema importante per la vita di tutti.

Oggi le notizie sono proposte sistematicamente senza riportarne né l’attendibilità, né la fonte. Spesso si riporta il commento ma si omette il fatto. Di più, l’informazione non riguarda ormai ciò che succede, ma il modo in cui se ne dà notizia. In questo senso la tanto decantata “società dell’informazione” appare assorbita dalla “società dello spettacolo”.

Tutto questo è possibile perché chi gestisce l’informazione decide anche che cosa si può raccontare e che cosa deve essere taciuto.
(…)
Su Internet circola qualunque notizia, ma vi circola anche il suo contrario, oltre a una miriade di dati che non ha per noi il minimo interesse: un rumore di fondo che spesso copre i suoni importanti.
(…)
Un blogger che rende pubblici i meccanismi e le fonti delle proprie analisi e inchieste, potenzia l’effetto delle “sue” notizie; perché quando la notizia è vampirizzata dalla blogosfera, ogni lettore può essere un “ripetitore intelligente”.

(Cliccare sull’immagine per ingrandire)

Tags: , , , , , , , , ,

Post correlati


vampiri e vampiresse

• venerdì, gennaio 29th, 2010


L’incontro si tiene a Cagliari, alla Casa dello studente di via Trentino, alle 16.30 di sabato 6 febbraio.
Parlano Miguel Martinez, Pino Cabras, Felice Capretta, Uto Pio, Michela Murgia, Claudia Zuncheddu, Glauco Benigni, e parlo pure io.
Modera Vito Biolchini.

Dalla presentazione dell’iniziativa:

Esiste l’open source anche per l’informazione, un ambito in cui da sempre si parla di “fonti”? Nell’era dei blog questo è un tema importante per la vita di tutti.

Oggi le notizie sono proposte sistematicamente senza riportarne né l’attendibilità, né la fonte. Spesso si riporta il commento ma si omette il fatto. Di più, l’informazione non riguarda ormai ciò che succede, ma il modo in cui se ne dà notizia. In questo senso la tanto decantata “società dell’informazione” appare assorbita dalla “società dello spettacolo”.

Tutto questo è possibile perché chi gestisce l’informazione decide anche che cosa si può raccontare e che cosa deve essere taciuto.
(…)
Su Internet circola qualunque notizia, ma vi circola anche il suo contrario, oltre a una miriade di dati che non ha per noi il minimo interesse: un rumore di fondo che spesso copre i suoni importanti.
(…)
Un blogger che rende pubblici i meccanismi e le fonti delle proprie analisi e inchieste, potenzia l’effetto delle “sue” notizie; perché quando la notizia è vampirizzata dalla blogosfera, ogni lettore può essere un “ripetitore intelligente”.

(Cliccare sull’immagine per ingrandire)

Tags: , , , , ,

Post correlati


l’ho fatto il primo giorno… (leggete ferrarella)

• sabato, ottobre 3rd, 2009

maxibannerConsiglio caldamente di leggere – con attenzione, per giunta – l’editoriale del cronista di giudiziaria sul Corriere di oggi.

Le sue parole sono fra le pochissime cose intelligenti, lineari e tecnicamente ineccepibili che io abbia finora letto sulla questione della cosiddetta «libertà di stampa».

Per esempio:

In una importante società municipalizzata milanese investita da uno scandalo, il consiglio di amministrazione ha votato qualche tempo fa un ordine del giorno per abolire la prassi di documentare, attraverso la registrazione, le sedute ufficiali del cda.

Ovvio che, quando sono poi state depositate agli atti dell’inchiesta alcune intercettazioni che davano conto dei reali criteri di gestione della cosa pubblica da parte di consiglieri e manager appaltati alle varie cordate politiche, i abbiano fatto a gara a pubblicarle: non per chissà quale pruriginosa curiosità da buco della serratura, ma perché, di fronte allo svuotamento degli strumenti ordinari di conoscenza della vita e economica, il binocolo giudiziario, che per caso mette il naso là dove il giornalista (e quindi il cittadino) viene tenuto fuori, finisce per essere vissuto e a tratti anche sopravvalutato dalla collettività come un momento di squarcio su una verità altri menti difficile da intuire.

Tags: , , , , , ,

Post correlati


giornalismo e dimenticanze

• lunedì, settembre 7th, 2009

Tre cose sull’articolessa di Diamanti pubblicata oggi su Repubblica.

«Nell’era della mediocrazia avanza un soggetto politico nuovo. Anche se ha sembianze note e sembra quasi antico, visto che – nella versione originaria – è sorto insieme alla prima Repubblica. Eppure è cambiato profondamente, negli ultimi anni. In modo tanto rapido che neppure ce ne siamo accorti. Lo chiameremo Partito Mediale di Massa (PMM)».
Il pezzo comincia così.

Ora: o Diamanti s’era distratto o io sono un tipo troppo sveglio (escluderei entrambe le cose, ma vabbe’): soggetto politico nuovo? Nuovo? Ma tutto quello che s’è visto in questi anni cos’era? Un paesaggio dei Lego, per Diamanti? O non era forse la realtà?

Il pezzo poi prosegue dicendo questo: «Il PMM costruito da Berlusconi si avvale anche dei » (Ma va’? E chi l’avrebbe mai detto?). «Il linguaggio e gli argomenti politici della destra, negli ultimi anni, sono stati imposti soprattutto da Libero e da Vittorio Feltri. Il quale è tornato, da poco, a dirigere il Giornale. Non a caso. Perché il campo di battaglia dove si stanno svolgendo i conflitti politici più aspri e violenti coincide con il sistema dei media. Investe la scelta dei dirigenti, dei direttori e vicedirettori dei Tiggì e delle reti Rai. Senza dimenticare che i direttori dei maggiori quotidiani nazionali sono cambiati quasi tutti, nell’ultimo anno. D’altra parte, la costruzione della realtà sociale passa tutta dai media. La paura e la sicurezza. Agitate a tele-comando. Mentre i lavoratori licenziati, per conquistare visibilità, hanno una sola chance: realizzare azioni clamorose per andare in televisione. Mentre i terremoti e i rifiuti che sconvolgono il territorio diventano occasioni importanti per suscitare consenso o dissenso politico».
Subito dopo, un’autentica perla: «L’informazione critica diventa, per questo, assai più pericolosa di qualsiasi partito».
Oggi quest’uomo va proprio in cerca del colpo ad effetto, eh?

Qui le cose che ho da dire sono due.
La prima è questa: sono molto stanca di sentir ripetere – credo siano quindici anni ininterrotti – che la questione della stampa, in , sia il problema delle proprietà dei di Berlusconi.
No.
Il problema è – purtroppo – anche e forse soprattutto l’egemonia culturale che Berlusconi ha imposto a un intero Paese, ai direttori responsabili di piccoli e medi che volentieri hanno chinato la testa (nel caso in cui ne avessero una, è ovvio) e censurato tutto il censurabile, e ai redattori servi che non aspettavano altro che capire chi fosse il nuovo signore ai cui piedi inginocchiarsi per ottenere qualche squallido lasciapassare nei quartieri presuntamente alti.

La seconda è questa: dov’erano, Diamanti, Repubblica, la , i cosiddetti partiti della cosiddetta opposizione, le cosiddette organizzazioni sindacali, quando noi combattevamo uno alla volta – perdendola – la nostra infantile battaglia contro la , il pensiero unico e l’autocensura?
Quali alleati ci siamo trovati al fianco?
I colleghi che mobbizzavano?
Il sindacato che abbassava gli stipendi ai precari?
La Repubblica che tirava la volata a De Mita?
Il Corriere che studiava da revisionista?
I che pensavano di reinventarsi un lavoro come scrittori di pamphlet antiberlusconiani usando gli stessi sistemi di autopromozione degli scrittori berlusconiani, ovvero trasformandosi in maitre a penser tascabili, buoni da portarsi al mare e da leggere sotto l’ombrellone?

Tags: , , , , , , , , , ,

Post correlati


l’irrilevanza della realtà

• domenica, agosto 23rd, 2009

intrico_difficileA tutti coloro che:
«Internet è la libertà»,
«il è la libertà»,
«la Rete è la vera democrazia»,
«Internet è l’informazione autentica bidirezionale»,
«la Rete non ha padroni»,
«il è il giornalismo partecipativo»,
«la Rete rende il cittadino protagonista»,
dedico questo pezzo di Javier Marìas- che pure a tratti mi sembra criticare le cose da destra, per così dire – che, perlomeno rispetto alla totale e tragica irrilevanza della dicotomia vero/falso nel generale rumore della comunicazione, mi sembra dica alcune cose assolutamente interessanti.

Penelope Cruz e l’intervista mai fatta

Quando l’invenzione prevale sulla realtà
Lo scrittore Marìas riflette sul rapporto tra informazione e verità virtuale

Ho seguito la storia su «El País» e alla tv spagnola. Sia il quotidiano che il canale televisivo hanno dedicato un bel po’ di spazio alla vicenda — un quarto di pagina nel giornale e diversi mi­nuti di telediffusione. L’articolo di «El País» — «Ossessiva, timida e insicura» — portava il sottotito lo «La rivista inglese ‘Psychologies’ pubblica un’intervista con Penelope Cruz, ma l’attrice smentisce categoricamente».
Non capisco: se non c’è stata nessuna intervista, perché riferirne il contenuto? (Almeno, così pensano le persone normali). Ma il problema sta indubbiamente nella smentita dell’attrice e nella dichiarazione dei suoi avvocati, «stiamo valutando quali azioni legali in­traprendere».

Se nessuno avesse fiatato, l’intervista fasulla sarebbe quasi certamente passata sotto silenzio. La strana cosa è che non appena il pezzo è stato denunciato come frutto di fantasia, ecco che i media non solo si sono precipitati a indagare, ma ne hanno pubblicato ampi stralci.
Qualche settimana fa, ho avuto modo di osservare che una vasta percentuale della popolazione mondiale non si preoccupa più della verità. Temo però di aver peccato di eccessiva cautela, perché ciò che sta accadendo è di gran lunga più funesto: una vasta percentuale della popolazione oggi non è più in grado di distinguere la verità dalla menzogna, oppure, per essere più precisi, la realtà dalla finzione.

Per questo motivo, il vecchio adagio spagnolo «Calumnia, que algo queda» — «Calunniate, calunniate, qualcosa resterà» — ha perso ogni significato e difatti ai nostri giorni è raro sentirlo ripetere. Avrete notato che anche l’uso del verbo calunniare è in via di estinzione. Persino il suo senso è evaporato, come accade alle parole che definiscono un’anomalia — la trasgressione alle regole — allorché l’anomalia si trasforma nella norma e nella consuetudine. (Se tutti mentissero senza sentirsi in colpa e senza temere le conseguenze, svanirebbe il concetto stesso di menzogna, per trasformarsi in «un modo come un altro per esercitare la propria libertà di parola». Credetemi, non manca molto al traguardo).

Il proverbio spagnolo dovrebbe essere modificato in «Calunniate, calunniate, nessuno se ne accorgerà». La facilità e la rapidità con le quali una qualsiasi voce o fandonia si diffonde su Internet e in tutti i siti del social networking rende pressoché impossibile il compito di bloccare le notizie false e di metter fine alla disinformazione.
Per esempio, quando qualcuno si è affrettato a smentire che Harrison Ford avesse perso la vita in un bizzarro incidente stradale in Europa — sbugiardando così le dicerie che ultimamente si rincorrevano su Internet — moltissimi utenti avranno già archiviato mentalmente la falsa notizia ma saranno incapaci di cancellarla, anche se pochi giorni dopo vedono Ford a una prima cinematografica.

Si diranno, «Toh, allora non è morto», e quando lo avvisteranno da qualche altra parte, ecco che si affaccerà la riflessione «e pensare che lo davano per morto». Il dato inventato — più sorprendente è, meglio è — continuerà a riemergere a più riprese, benché sia stato accantonato come una sciocchezza.
Nel mio romanzo, Il tuo volto domani (Einaudi), ripercorro gli eventi che portarono alla morte di Jayne Mansfield. Nel 1967, l’attrice viaggiava da Biloxi, nel Mississippi, verso New Orleans, quando fu vittima di un incidente stradale. La sua parrucca bionda venne scagliata sul paraurti, e questo particolare fece nascere la voce che fosse stata scotennata, o addirittura decapitata, e che la sua splendida testa fosse rotolata via lungo quella strada buia della Louisiana. Per i suoi ammiratori inconsolabili, ancora oggi numerosissimi, il ricordo della sua morte gronda di particolari raccapriccianti che non ci furono mai.

Se la leggenda era già talmente radicata nel 1967, vi lascio imma­ginare come sia 42 anni dopo, quando abbondano dicerie e fandonie e non si può far nulla per metterle a tacere; quando qualsiasi tentativo in tal senso non fa che aggravare la situazione; quando persino gli scrittori (beh, i demagoghi tra le nostre file) «invitano» i lettori a «partecipare» alla trama del libro e a «scegliere» il finale, contravvenendo così all’es­senza stessa della finzione letteraria, che esclude ogni emendamento o intervento dall’esterno; e quando tantissime persone restano attaccate a una storia macabra o a una teoria della congiura anche quando la sua infondatezza è stata ampiamente dimostrata.

In un’era in cui i media sono talmente diversificati e pertanto capacissimi di controllare e stabilire la verità, la distinzione tra vero e falso appare ogni giorno più offuscata, quasi smarrita in una specie di magma. Conoscere o dire la verità diventa sempre più irrilevante. Dopo tutto, se la verità e la menzogna vengono poste sul lo stesso piano e la verità non conta più niente, che differenza fa?

Tags: , , , , , , , , , ,

Post correlati


lezioni di spagnolo

• venerdì, maggio 15th, 2009

lezioni_spagnole
Allo stadio di Valencia si gioca una partita di calcio fra due squadre di regioni storicamente indipendentiste, la Catalogna e il .
Il torneo è intitolato a re Juan Carlos.
Il re è in tribuna.
Suona l’inno nazionale.
Lo stadio fischia.
La tv pubblica taglia la scena e l’audio delle contestazioni.
Nell’intervallo, la tv trasmette l’inno, ma le immagini che l’accompagnano sono quelle di tifosi – scrive il Corriere – «plaudenti».

«Il direttore generale della tv pubblica Javier Pons ha annunciato l’immediata rimozione dall’incarico del direttore della redazione sportiva Julian Reyes, e si è scusato con il pubblico, parlando di un “grave errore”».

A parte il fatto che aver comperato un paio di sandali di Prada ha certamente abbassato il rating della mia credibilità, credo di non dover aggiungere altro.
Solo questo: Reyes, forza, vieni a lavorare in .

Continue reading ‘lezioni di spagnolo’

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Post correlati


la libertà di essere servi

• giovedì, aprile 30th, 2009

helpful_man_with_a_large_vanNon ho letto il rapporto di Freedom House di cui qui dà notizia il Corriere.it.
Lo leggerò, ma per ora – a un livello estremamente superficiale, e dicendo con chiarezza che è del tutto ragionevole che il rapporto spieghi e argomenti molto di più di quello che ne riferisce la sintesi brutale del Corriere – mi viene solamente da notare una cosa: non è accettabile che la libertà di stampa venga messa in esclusiva (o anche solo preminente) relazione con l’anomalia dell’esistenza (non fisica, ma imprenditorial-) di Berlusconi.

Continue reading ‘la libertà di essere servi’

Tags: , , , , , , ,

Post correlati