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• venerdì, luglio 16th, 2010

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release (me)

• martedì, luglio 6th, 2010

Giusto perché su YouTube non c’è traccia di «Amber», un grande pezzo degli Afro Celt Sound System.
«Eireann» c’è, però. Vale.
E vale anche questa «» cantata (anche) da Sinéad O’Connor.

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porca miseria

• giovedì, giugno 17th, 2010

, nato a Manchester da genitori irlandesi, è un grande. Il suo concerto, l’altra sera a , è stato bellissimo, anche se è stato preceduto dal discorso piuttosto imbarazzante di qualcuno che – non ne sono sicura, ma potrebbe essere – mi pareva avesse a che vedere con la Provincia.

Siamo tutti intercettati, Sandokan pèntiti figliolo, vieni a dirglielo di persona, sì io non ho nessun problema a confrontarmi con lui in carcere, Bossi pronto a modifiche, Marcegaglia il no della Fiom è incomprensibile, Niente protezione a Spatuzza, Stop alle gravidanze da spiaggia, Pitti punta sullo stropicciato, Silvia Avallone Acciaio una scrittrice esordiente che vi sorprenderà Vanity Fair Rizzoli romanzo, G8 di Genova De Gennaro condannato, il maschio ideale si sente dalla voce, Gol and The City M.L Rodotà, Berlusconi resta ai minimi ma l’opposizione è al palo ministri, in testa Sacconi

Mi vien da vomitare.

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viva l’italia

• martedì, giugno 15th, 2010

Dico solo che a neanche 24 ore dal mio ritorno in Italia ho, nell’ordine:
a) sbranato compulsivamente una barretta di KitKat;
b) dimenticato di fare almeno tre cose piuttosto importanti;
c) tre vesciche ai piedi (e sono al lavoro; non ho camminato a lungo come a Dublino).

E a tener su la giornata c’è anche il pensiero di un concerto di a stasera. Sperando che non diluvi, ma vabbè.

Piesse: il presidente leghista della giunta regionale veneta Zaia dice che le previsioni meteo che parlano di danneggiano il turismo nella regione.
Perciò, dice, bisognerebbe dire che c’è il sole.
È un’ottima idea, credo; in deplorevoli e incresciose situazioni di incertezza valutativa, autorizza a dire senza esitazioni che i leghisti sono estremamente intelligenti.

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appunti da un’altra lingua

• domenica, giugno 13th, 2010

Era seduta di fronte a sulla Luas. Alta, sottile, caschetto biondo paglia con riga in mezzo, impermeabile verde, ballerine di vernice senza scarpe, occhiali di Donna Karan, sacchettini di Brown Thomas. Vecchia.
Quando ha chiuso l’ombrellino, ognuna delle pieghe si è accavallata sull’altra con una perfezione automatica e naturale. Lei non ha fatto niente di speciale; ha solo tirato il cordino per chiudere la corolla.

Mi domando perché quando li chiudo io, i miei ombrellini pieghevoli sembrano stracci indomiti e spiegazzati.
La domanda non è priva di senso: se perfino qui, in , dove gli italiani sono circondati dall’aura miracolosa di quest’ingombrante fama di eleganza naturale, io riesco a sembrare meno posh di una vecchia irlandese, qualcosa di strano secondo ci dev’essere.

La seconda giornata del seminario con è stata molto soddisfacente e piena. Temo che il mio giudizio sia influenzato dal fatto che a lei è piaciuto quel che sto scrivendo, e perfino la traduzione inglese che ne ho fatto (e più ci penso, più mi sembra incredibile), e dal tè che abbiamo preso al Gresham hotel (veramente lei ha preso vino bianco).
Però io non riesco a non pensare che questa donna i cui son stati tradotti in molti Paesi del mondo ha incontrato altre sette presentando se stessa con semplicità e calore, dando suggerimenti estremamente pratici e puntuali senza somigliare affatto a uno di quei manualetti del tipo «do it yourself» o – come vidi una volta in libreria – «Sarò presto tornitore» (che , che aspettativa).

E delle sette , nessuna sembrava minimamente impressionata dal fatto di avere davanti una come lei, che non è una Pippa Pippi qualunque.

Comunque, credo che l’insistenza sulla storia sia estremamente indicativa. La prima domanda è stata qual è la storia che vuoi raccontare.
Non «chi sei», «cosa fai», «parlami di te», «perché sei qui», «cosa ti aspetti da queste dieci ore».
No.
La domanda è «cosa vuoi raccontare, qual è la storia che bussa per uscire da te».

Mi piace.
Tra le sette, c’era una ragazza americana che è qui a Dublino da un anno e mezzo. Dopo aver fatto parte della campagna elettorale di Barack Obama non se l’è sentita di piatire un impiego governativo a Washington D.C. ed è venuta qui a lavorare con gli homeless.
Un’altra ha la madre spagnola e il padre di Cork, ma entrambi i genitori per ora sono nel Bahrein e lei sta qui, progettando di andare per un paio d’anni in Australia e di scrivere un libro sul paese basco durante il franchismo.

Un’altra ragazza, Sarah, sta scrivendo su Germania est e Germania ovest, la storia di due ragazzi, delle intercettazioni che venivano fatte nelle case dell’est.

Non so. C’è sempre qualcosa che, anche nei peggiori dei miei soggiorni dublinesi, si incarica di ricordarmi che nella mia vita c’è un altrove, c’è un cortiletto che ha senso per . Che c’è dell’aria da far respirare al mio cervello, che l’atrofia neuronale a cui esso sembra professionalmente condannato non è un destino necessario.

In questi dieci giorni ho sofferto di malinconia, e la mia testa ha continuato a girare tremendamente. Il tempo è stato mediamente orrendo. Ho visto negli occhi della gente che mi guardava la consapevolezza che stavano guardando una donna, e non una ragazza. L’ho realizzato profondamente per la prima volta, e questo – mi rendo ben conto – non mi fa granché onore.
Però attesta un’asincronia fra dentro e fuori che non è del tutto nociva né in se stessa improduttiva.
Penso di doverci lasciare lavorare un po’ la pancia.

In ogni caso, quel che volevo dire è che anche dieci giorni a modo loro difficili sono riusciti a restituirmi a stessa; mi hanno dato il senso di una direzione, e va benissimo che sia la direzione di una donna e non quella di una ragazza.
Dieci giorni a modo loro molto difficili mi hanno svitato dall’avvilente miseria delle mie relazioni professionali.
Faccio un lavoro che dovrebbe attivare il mio cervello, e invece tutto quel che sembrerebbe realmente fondamentale per una ragionevole sopravvivenza non troppo conflittuale della sua detentrice è il suo disinnesco, la sua collocazione in una custodia riparata dalla luce e dai rumori, e non si sa mai che un giorno – chissà – possa tornar buono, o essere venduto come nuovo.

Ma al mondo c’è anche , e c’è la ragazza di Obama, e c’è Sarah.
E, quel che più conta, ci sono io che vado a prendermele; ad ascoltarle, a parlare con loro. A farmi venire mal di testa per capirle, ad affrontare il terrore di volare. A cercarmi e a trovarmi mentre faccio uscire da ciò che solo una lingua straniera, con una sua grammatica, un suo registro, una sua struttura, sa trovarmi dentro.

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irish turkey

• lunedì, giugno 7th, 2010

Oggi, che in è festa nazionale, ho la gola gonfia e sembro un po’ un tacchino.
Un po’, ho detto.
Mi fa male ingoiare e il naso cola.
Forse ha sempre avuto ragione Lui, e noi giù a criticarlo: in Italia ci sono bel clima e cibo buono.
A delle belle gnocche interessa relativamente, ma va detto che – mi limiterò ai maschi – di irlandesi belli io non ne ho visti tanti. E vengo qui spesso.

Dovessi vederne uno, comunque, convocherò una conferenza stampa.
Promesso.

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kind of magic

• venerdì, maggio 14th, 2010

Son sicura che prima o poi lei torna lì.
Questione di magia.

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amabili bugie irlandesi (e non solo irlandesi)

• venerdì, maggio 7th, 2010

Purtroppo, però, non funziona come dice questo poppettino (del cui giro di basso invito a notare la somiglianza con quello di «With or without you» degli U2).

When times are hard and friends are few
And you need someone to help you through
Just call my name and I’ll come running to your side
Don’t be afraid don’t be afraid

I will be there
When you are lost in the night
No where to turn
I will be there
Don’t be afraid don’t be afraid

When morning comes and nothing’s changed
And the world outside plays the same old game
Just call on and I will ease your lonely heart
Don’t be afraid don’t be afraid

I will be there
When you are lost in the night
No where to turn
I will be there
Don’t be afraid don’t be afraid
I will be there
When every one that you believe still lets you down
I will be there
Don’t be afraid don’t be afraid

Cause I will be there don’t be afraid
I will be there don’t be afraid
I will be there

When morning comes and nothing’s changed
And the world outside plays the same old game
When everyone still lets you down
I will be there

When morning comes and friends are few
You need someone you need someone to help you through
I will be there don’t be afraid
I will be there don’t be afraid
I will be there

When you are lost in the night
No where to turn
I will be there
Don’t be afraid
Don’t be afraid
I will be there

When everyone that you believe still lets you down
I will be there
Don’t be afraid don’t be afraid
I will be there

When you are lost in the night
No where to turn
I will be there
Don’t be afraid don’t be afraid

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il sole e le bollicine

• mercoledì, febbraio 24th, 2010

, sole, .
Magari anche un po’ di , chissenefrega.
Camminare lentamente senza meta, con il solo obiettivo di vedere ciò che non vedrei se andassi di fretta.
Sentire i miei movimenti e il loro senso come se da ogni passo dovesse derivare la conferma della mia corporeità, della liscia intenzionalità del mio attraversare il mondo.
Accogliere negli occhi quel che c’è.
Sentirmi piena di vita, di bollicine effervescenti che salgono verso il e lo tengono allegro e trepidante.

Voglio il sole, e le bollicine.

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lo stile e le storie

• lunedì, gennaio 11th, 2010

Ascoltando The Angel Share di Ailie Robertson con una tazza di latte bollente mescolato a miele e whisky del – parola d’onore: non una cazzatina qualunque – per cercare di limitare i danni di un raffreddore da panico che spero non si abbassi a gola e bronchi, riflettevo su una cosa.

Riflettere forse è un verbo improprio, se non altro perché questo whisky del fa 52 gradi (all’ombra o al sole è uguale) e l’assetto neuronale tende a risentirne con rapidità.
Però.
Stavo pensando all’importanza della storia, dell’intreccio, della , in un libro; se di finzione o no, non fa differenza.

A piace molto leggere cose scritte in una bella lingua, con una loro bella interna.
Ma molto di più mi piace leggere belle storie – intese come tragitto di fatti ed emozioni da «a» a «b» – ben scritte.
Mi piace «sentire» e capire nello stesso tempo.

Non sopporto l’estetismo, la prosa esangue, o al contrario il giro di frase barocco e sinuoso come un testiera di letto di ferro battuto.
Non mi piace vedere in trasparenza l’autocompiacimento di chi ha scritto.
Mi sembra inutile e senza eleganza.

Nella prosa – perché la poesia è un’altra faccenda – non mi piace una frase che può significare una cosa, oppure un’altra, o un’altra ancora.
Non mi piace l’ambizione al Perenne, al Sacro, al Divino.
Non mi piace la rarefazione.
Non mi piace l’orrido splatter ma neanche l’orrido-minimalista, quello che «l’orrore è nelle cose, io non devo fare altro che descriverle con il distacco di un obiettivo fotografico»; e neppure l’estroflessione dei visceri con gocciolamento di sangue annesso.

In quel che leggo mi piace che ci siano carne, e storia, e cose che succedono.
Non solo pensieri, o pensieri sulle cose che succedono, piccoline laggiù sullo sfondo, banali pre-testi che danno il la al genio.
Non mi capacito del motivo per cui quelli molto fighi pensano che le trame siano preoccupazioni volgari, da piccolo-borghese dell’universo letterario; che i con una siano letteratura bassa.

Ma forse non capisco per colpa del whisky del .
Essere astemi ha i suoi svantaggi.
E pensare che tanta gente che scrive rende meglio da ubriaca…

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ortodossie irlandesi (e fondamentalismi comuni)

• domenica, gennaio 3rd, 2010

Girellavo per siti irlandesi per leggere qualcosa su questa legge che punisce la blasfemia, e ho trovato queste parole di Michael O’Leary:

“I think there will be great joy, I think there will be dancing in the street at the idea of O’Leary leaving Ryanair,” he said. “It will be a nicer, warmer, caring airline with gone. I think half our passengers would like to see dead and buried, actually, and eventually they’ll get what they want. Frankly, I couldn’t care less as long as they fly with us.”

Lui pensa che la metà dei passeggeri Ryanair gioirebbe nel vederlo morto e sepolto. Ma pensa anche che non gliene può fregare di meno, almeno fintantoché tutta quella gente continuerà a volare con la Ryanair.

Mi ricorda qualcuno di cui momentaneamente mi sfugge il nome.
Ho sempre adorato questa maschia arroganza.
Almeno quanto adoro il fondamentalismo, direi.

Continue reading ‘ortodossie irlandesi (e fondamentalismi comuni)’

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