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crisi dei giornalisti: c’è qualcuno là fuori?/2

• mercoledì, settembre 1st, 2010

Copio dai commenti a questo post alcune cose che ho scritto sul .
Le copio, integrando qua e là, perché mi dispiace che non siano anche qui, per così dire a casa mia.

A fare la differenza non basta un singolo giornalista, e non basta nemmeno un giornale, e non bastano nemmeno tre giornali.
È il sistema delle informazioni che, insieme, produce – non so definire meglio – l’«interferenza civile».
È il suo modo complessivo di funzionare, che induce nuovi sensi comuni nella consapevolezza collettiva.

Dunque, la crisi di coscienza dei giornalisti (simile a quella di cui ha parlato Mancuso, vedi post precedente a questo, ndr) va presa seriamente in esame.

Tanto più che dieci, cento, mille interventi di intellettuali/autori/scrittori sui giornali non alterano la temperatura dell’ambiente politico-sociale. Non creano «interferenza civile».
E anzi, proprio come noi giornalisti, anche gli intellettuali/autori/scrittori rischiano di fare la figura della foglia di fico che consente ai giornali di blaterare di pluralismo.

A modo loro, le redazioni sono universi chiusi, autoreferenziali e oserei dire quasi concentrazionari.
Ne deriva che quel che accade dentro questi universi è giustificabile esclusivamente alla luce di logiche legittimate dall’impermeabilità del sistema.
Nessuno, dal di fuori, esercita un’azione di controllo, se non in termini formali o – all’estremo opposto – in termini politici.

Un po’ come in carcere, per fare un esempio estremo che serve a farsi capire, più che a istituire un autentico paragone: se il capetto del braccio fissa una regola, quella regola vale indipendentemente dalla sua sensatezza, e produce conseguenze valide per tutti, anche se è contraria a qualunque regola sia vigente all’esterno della struttura chiusa.

A quest’obiettivo viene asservito chiunque, consapevolmente o no; e indipendentemente dal ruolo.
Un nerista, per esempio, sa che se descriverà la tal operazione di – facciamo – polizia nel tale quartiere come un’azione di contrasto al degrado, i suoi capi saranno tranquilli, lo considereranno affidabile, e nessuno penserà che è un piantagrane.

Lascio all’immaginazione altrui figurarsi quel che succede ai cronisti di .

Tutto questo per dire cosa?
Che con l’illusione di potere un giorno sedere alla destra del padre, e grati perché i potenti delle città danno loro del tu e magari li invitano a cena, i giornalisti accettano qualunque regola insensata, comprese quelle contrarie alla deontologia professionale.

Accettano di calpestare i colleghi che si ribellano alle insensate, per esempio.
Negano che esistano insensate.
Sostengono che quelle sono solo apparentemente insensate, perché in realtà dobbiamo tutti renderci conto del fatto che non è più tempo di rivoluzioni.
Ti dicono che bisogna fare i conti con la realtà.

Ti trattano da stupido idealista, per esempio.
Ti dicono che se continui a chiedere il rispetto di alcune minime garanzie di pervietà democratica, beh, allora faresti bene a rassegnarti all’idea che prima o poi dovrai andare a scrivere sui muri, e non più sulla carta.

Dunque.
Chi sente – à-la-Mancuso – la crisi di coscienza è, a seconda della convenienza del momento, un imbecille, un coglione, un illuso, un ingenuo, un sovversivo, la pietra dello scandalo, il capro espiatorio, la foglia di fico del pluralismo…

E se a sentire la crisi di coscienza sono in cento, sono cento imbecilli coglioni eccetera.
Se mille, mille coglioni espiatori.

Fra i giornalisti è successo quel che è successo fuori: s’è spezzata la «classe».
Non è una questione di privilegi, ma di funzione civile; di declino delle responsabilità; di accettazione della propria minorità di salariati e di del proprio diritto di parola.

Noi giornalisti siamo schiacciati dal potere di troppi, ciascuno dei quali ha il piacere di passare inosservato, e perciò non solo negherà di avere alcun potere sui giornalisti, ma sosterrà anche con entusiasmo e vivacità che la libertà di informazione è centrale, importante, nodale, cruciale, decisiva.

E questo – tutto questo – è solo un pezzetto del problema.
Minuscolo.

Aggiungo solo per completezza che queste cose accadono nei giornali indipendentemente dalla loro linea .
In un giornale che ami definirsi di sinistra, per esempio, l’operazione di polizia non la chiameranno (necessariamente, ma a volte si vede anche là) «azione di contrasto al degrado», ma magari scomoderanno le categorie giornalistico-sociologiche del «disagio», della «marginalità»…

Ma le parole d’ordine per riconoscersi fra simili ce le hanno tutti i giornali.
È quando cominci a usare parole diverse, è quando scendi dallo scivolo pre-lubrificato che prendono il via i guai che poi conducono alle crisi di coscienza.

Ma a quel punto sei già un coglione, un sovversivo, o – se serve – la testimonianza vivente del pluralismo della tua testata, perbacco.

La quantità di diritti e di calpestati dentro ai giornali dovrebbe diventare una questione democratica di questo Paese.
Quando si parla di libertà di stampa bisognerebbe non dimenticarne mai le precondizioni.
Bisognerebbe non dimenticare mai in quale terra viene piantato il seme della piantina della notizia; se sarà innaffiato d’acqua o di veleno.
Il frutto non può prescindere dalla qualità della terra e dalla qualità delle cure.

Venite a guardare dentro i giornali, persone che li leggete.
Riuscite a vedere quant’è importante parlarne?

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la casa dell’antimoralismo

• sabato, agosto 28th, 2010

Che bello il pezzo di Gad Lerner, oggi sulla Repubblica, a proposito dei «moralisti» nuovi nemici di Cl.

Ecco come li attacca Scola: «Diventa allora necessario liberare la categoria della testimonianza dalla pesante ipoteca moralista che la opprime riducendola, per lo più, alla coerenza di un soggetto ultimamente autoreferenziale».

(…)

Il percorso è chiaro: se la testimonianza si manifesta nell’osservanza religiosa, chi siamo noi per criticare i peccatori osservanti la pratica religiosa nella Chiesa che resta «santa al di là dei peccati, talora terribili, del suo personale»?

Il testo completo è qui.

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romiti e marchionne, che abisso

• sabato, agosto 28th, 2010

Riporto un pezzo dell’intervista che Cazzullo ha fatto sul Corriere di oggi all’ex amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti a proposito del «lodo Marchionne» (il non c’è, siamo tutti fratelli però io ho sempre ragione).

Non sono d’accordo su tutto – e vorrei ben vedere! – ma qui c’è un’idea di relazioni industriali, di ruoli e funzioni. Oserei dire che c’è perfino un’idea di Stato (non con questo che io intenda dare a Romiti la statura di statista, tanto più che forse molto di quel che c’è ora cominciò con-grazie a lui).
Là, dalle parti di Marchionne, sembra di stare in un giardino dove un gruppetto di ragazzi si son bevuti le fole degli anni Ottanta e come se fossero in pieno trip da cocaina volessero liberarsi di tutte le zavorre che ostacolano il loro libero volo nei cieli blu dove non ci son lacciuoli. Zavorre tipo, per esempio, il peso del loro stesso corpo.

Ecco qui.

Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli . Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».

Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po’ più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana. Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».

Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la Fiom.
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».

Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».

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giornalismo e repressione

• sabato, agosto 28th, 2010

Vado su Repubblica.it, stamattina, e vedo che l’apertura riguarda l’incidente in cui, in provincia di Caltanissetta, sono morte quattro persone, fra cui il vice questore aggiunto della polizia stradale di Palermo e il padre.

Vado sul Corriere.it e vedo che l’apertura è sulla stessa notizia.

La notizia c’è; non ho intenzione di negarlo.
Ed è anche vero che è agosto.
Però lo stesso mi è venuto inevitabile farmi una domanda.

Perché le notizie di «nera» – ma soprattutto quelle relative agli incidenti stradali – sono sempre state considerate (cinicamente, lo so) il «bene-rifugio» del di provincia caduto in fiacca di notizie (in estate, per esempio), e adesso la nera e gli incidenti stradali diventano le aperture dei nazionali?

Di sicuro la recente centralità del tema «straniero-meglio-se-irregolare-uguale-criminale-anche-in-macchina» ha prodotto c’è un effetto inerziale che ha spinto un po’ tutti a rifocalizzarci sul tema collaterale dell’incidente stradale.

Di sicuro, e forse ancora prima, c’era stata la smisuratamente lunga campagna sulle cosiddette «stragi del sabato sera», e conseguentemente l’attenzione era stata reindirizzata verso la questione dell’alcool e delle droghe.

Di sicuro – ripeto – è estate e le notizie scarseggiano.

Ma una cosa rimane vera, però.

Che l’idea di mondo che sta dietro a un che tanto enfatizza incidenti stradali indotti dalla velocità o dalle droghe o dall’alcool, indipendentemente da tutto il resto (e cioè anche da tutti i buoni motivi che in questo possano eventualmente essere reperiti ed esaminati), è indubitabilmente un’idea che si presta a percorrere la strada della soluzione-panacea repressiva.

Corri troppo in macchina e fai un incidente? Cambiamo la legge in senso restrittivo, a meno che non ci siano tre corsie e non splenda il sole.

Hai preso droga? Estendiamo i test a tutti i conducenti professionali dei mezzi di trasporto.

Hai bevuto? Portiamo a zero i tassi alcolemici tollerati per chi guida.

Hai ucciso italiani e tu che guidavi eri straniero? Cambiamo il codice penale e alziamo le pene per l’omicidio colposo.

Magari sbaglio, però mi piacerebbe che non dico diecimila, ma almeno cento dei miei colleghi si fermassero un momento, un giorno, davanti alla loro tastiera,  e lasciassero per un momento stare le questioni di carriera, il collega che minaccia di far loro le scarpe, il direttore che pretende cose assurde, la fonte che pretende di dirti cosa scrivere, il vicino di banco che s’è lavato poco, il lettore che ti considera una merda troppo pagata e vuole insegnarti il tuo lavoro, la freelance con la vocina che non vede l’ora che tu vada fuori dai piedi per prendere il tuo posto e se può darti una mano a cadere volentieri si presta, l’editore che vuole censurarti, la tua vocina interiore che ti dice «sta’ attento a ciò che scrivi, ricordati che hai famiglia»…

Be’, mi piacerebbe che cento miei colleghi si fermassero, si guardassero intorno, tirassero un respiro e si domandassero ma che cosa sto scrivendo? Come sto gerarchizzando le notizie? Che mondo sto mettendo in luce? Cosa tengo in ombra? Quel che emerge dal mio lavoro è sufficientemente conforme a ciò che a occhio nudo si vede, oppure a poco a poco, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, titolo dopo titolo, sto creando un universo alternativo che è funzionale a qualcuno?

Voglio veramente questo?

Se la risposta è sì, tutto a posto.

Ma se è no, non sarebbe ora che recuperassimo il senso delle nostre carte deontologiche, il senso civile del nostro lavoro? Che ridessimo credibilità e valore alla nostra parola?

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quella sporca decina

• mercoledì, agosto 25th, 2010

Occhio alla quantificazione dei «giacigli» (e alla nazionalità dei denunciati).

POLIZIA MUNICIPALE. NUOVO INTERVENTO AL (…): DUE DENUNCIATI

25/08/2010
Gli agenti della Polizia municipale hanno effettuato questa mattina un nuovo intervento contro le occupazioni abusive nell’area del (…).

Scoperti all’interno due cittadini rumeni di 50 e 47 anni, denunciati all’Autorità Giudiziaria per invasione ed occupazione abusiva.
Individuati anche una decina di giacigli, alcuni apparentemente utilizzati di recente.

Gli interventi di prevenzione e controllo proseguiranno nei prossimi giorni, anche per verificare che le disposizioni contenute nell’ordinanza del Sindaco vengano rispettate dalla proprietà.

Come scrivevo qui, il numero magico di dieci ha un suo perché: in assenza di quella «decina di giacigli», la denuncia può essere presentata esclusivamente dal proprietario dell’area.

In questo modo, invece, si può rientrare nella procedibilità d’ufficio. Per dimostrarlo, ecco l’articolo 633 del codice penale:

Invasione di terreni o edifici
Chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due anni o con la multa da lire duecentomila a due milioni.
Le pene si applicano congiuntamente, e si procede d’ufficio, se il fatto è commesso da più di cinque persone, di cui una almeno palesemente armata, ovvero da più di dieci persone, anche senza armi.

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io tarzan tu jane

• lunedì, agosto 23rd, 2010

Giulio Mozzi cita oggi una delle affermazioni che Zaia pubblica sul suo blog, e la commenta focalizzandosi sul tema dell’egoismo citato dal presidente della giunta regionale veneta.

L’affermazione è questa (ma che belli che sono: vogliono tenere insieme tutto: adesso anche Rosmini, così c’è anche tutt’una bella aura culturale).

[...] Oggi di non rispettoso ed egoistico, c’è il fatto incontestabile che tre, quattro regioni pagano il conto per tutte le altre [...]

A parte la questione dell’«oggi» (ieri era diverso? E se sì, cosa l’ha fatto cambiare? E fino a quando era diverso? Dieci anni? Venti? Sette?), a me pare di poter dire questo.

A casa mia due persone – Marco e io – pagano il conto per tutti gli altri.
Si sapeva fin dall’inizio che andava così.
L’unica vera cosa che giorno dopo giorno ci riconfermiamo è che vogliamo rimanere insieme perché ci piac(c)iamo e ci interessa stare insieme.

Zaia, come un’infinità di altri chiamiamoli esegeti, confonde secondo me la con l’effetto.

Chiamare federalismo ciò che, su queste basi «competitive» è invece un’effettiva separazione su base ideologica (e chissà quando pure con geografico/politici), è simile a dire «ti lascio perché con te mi sento solo» (per dirne una) a una donna che si sta lasciando per un’altra molto giovane da cui s’immagina di poter ricevere conferme sulla propria prorompente virilità.

E poi, questa cosa che nessuno si alza per dire «ma che diavolo stai dicendo? Ma su che diavolo di basi parli?» quando qualcuno parla di regioni che mangiano alle spalle di altre…

Ormai la vulgata è penetrata nel sottobosco dei pensieri. Nessuno contesta.
È l’ideologia vincente. Per discutere si parte da lì.
Complessità zero, contestualizzazione zero, Rosmini e padri del federalismo cattolico a parte, ovvio.
Io Tarzan tu Jane.

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nuovi democratici

• sabato, agosto 21st, 2010

Se la destra c’è già – mi domando a volte – perché la cosiddetta sinistra si sposta a destra sperando di intercettare il voto di quelli di destra?

Ecco cosa leggo sul Corriere di Verona.
Parla il segretario provinciale del Pd.
Si chiama Giandomenico Allegri.

«Un meccanismo che premia chi è residente sul territorio da più anni per l’assegnazione delle case popolari non è uno scandalo».

Posto che la dichiarazione non venga smentita, io penso che abbia ragione.
Non è uno scandalo.
È una stronzata razzista.

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la mia legge è la vendetta?

• venerdì, agosto 20th, 2010

L’Ansa oggi dà di che riflettere.

Nel Modenese, i cartelli su cui la provinciale dava le indicazioni necessarie a raggiungere il paesino nel quale il sindaco di Verona e il ministro Calderoli avrebbero tenuto i loro comizi sono stati strappati.

Sui cartelli sono anche state scritte cose come «Congelamento multe quote latte a vantaggio dei disonesti» e «140 milioni per aiutare Catania a uscire dal fallimento del Comune di Scapagnini (Pdl), tutto nel silenzio della ».

Ma ecco cosa dice il segretario leghista:

Riteniamo questo comportamento incomprensibile, anche perché noi della non ci siamo mai permessi questo tipo di azione nei confronti delle manifestazioni di altri partiti.

Il che vuol dire che il segretario leghista ragiona in questi termini: noi leghisti non l’abbiam mai fatto, dunque nessuno ha il diritto di vendicarsi.
Taciute, sotto quel virgolettato ci sono queste parole: «Noi che non abbiam mai strappato cartelli siamo in regola. Vogliamo solo le impronte ai rom e l’espulsione dal consesso civile di chiunque sia diverso eccetera. Ma noi siamo in regola!».

La ragione di legittimazione di un atteggiamento, insomma, è di tipo privatistico-negoziale.
La legge non esiste, se non nei termini un po’ western dell’occhio per occhio.
Tanto più che se noi leghisti l’avessimo fatto, be’, allora anche loro sarebbero stati legittimati a farlo.

Un buon esempio di logica esclusivamente formale: se il nostro non è denominato , allora vuol dire che è prescrizione di natura tecnica e ovviamente neutra. Strappare un cartello a uno che non ha mai strappato i cartelli degli altri, invece, è reato.

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l’ennesima lamentazione nordista

• venerdì, agosto 20th, 2010

Dall’Ansa:

REGIONI: CIAMBETTI, EQUITALIA POCO EQUA CON IL VENETO

(ANSA) – VENEZIA, 20 AGO – «Non si può rimanere indifferenti davanti alla sproporzione nelle concessioni da parte di Equitalia di rateizzazione per i contribuenti in difficoltà economica». Dati alla mano, dopo una prima analisi, l’assessore regionale al bilancio, Roberto Ciambetti, appare alquanto critico sui numeri diffusi da Equitalia nelle rateizzazioni del pagamento delle imposte.

«Il Veneto è preceduto da Regioni – spiega Ciambetti – come la Puglia, alla quale sono andate rateizzazioni per un totale di 936.854.749 Euro per 81.367 casi, o come la Campania, a cui sono stati concessi 1.490.642.482 Euro di rate per 110.864 casi. Per noi solo 651.555.623 Euro rateizzati per 48.246 casi». Sul totale delle rateizzazioni, il Veneto incide per poco più del 5 per cento: pochissimo rispetto a quanto diamo alla contabilità nazionale.

Pur presentandosi ai vertici in Italia per numero di imprese, export, pil prodotto e occupazione, il Veneto è solo ottavo nella graduatoria guidata
da Lazio e Lombardia
: temo che Equitalia non abbia guardato esattamente con la giusta attenzione ai problemi della nostra regione. «Aggiungo che aziende o famiglie in difficoltà in Veneto non mancano – attacca – e mi sarei aspettato dalla società di riscossione ben altro atteggiamento e attenzione».
L’assessore regionale avanza, quindi, una proposta: «Credo che una Regione dalle capacità economiche come il Veneto – conclude Ciambetti – non possa più tollerare disparità evidenti di trattamento: è necessario giungere a forme regionalizzate di riscossione delle imposte».

Io non sono del tutto sicura che dire che le asserite disparità di trattamento non si possono più tollerare sia qualcosa che si possa considerare come una motivazione sulla cui base si può avanzare ciò a cui l’Ansa annette la dignità di una proposta.

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opportunità, diritti e istituzioni

• domenica, agosto 15th, 2010

Obama parla del centro islamico di cultura e preghiera che dovrebbe sorgere sul sito del vecchio World trade center, benché in un luogo non visibile da Gound Zero.

Riporta il Guardian :

Obama si è detto consapevole che il sito dell’attentato dell’11 settembre – che egli ha definito un «terreno consacrato» – è un luogo «sensibile», ma ha detto che i musulmani hanno diritto di praticare la loro religione «come chiunque altro».

In un discorso tenuto ad una cena in cui alla Casa Bianca si celebrava il Ramadan, ha ripetuto: «Come cittadino, e come presidente, io credo fermamente nel fatto che in questo Paese chiunque abbia gli stessi diritti religiosi. E questo include il diritto di erigere un luogo di preghiera e un centro comunitario su suolo privato a Lower Manhattan, in conformità con le leggi e i regolamenti locali.

Questa è l’America, e la nostra dedizione alla della è incrollabile.

E queste, invece, sono altre parole di Obama riportate dal Los Angeles Times:

«Non ho espresso alcuna opinione né ne esprimerò intorno all’opportunità di stabilire la costruzione di una moschea in quel luogo. Ho parlato in modo estremamente specifico di un diritto che spetta alle persone fin dalla fondazione degli Stati Uniti. È questo ciò su cui si fonda il nostro Paese».

Mi domandavo se in Italia una distinzione così sostanziale ma così sfumata, così poco disponibile a tradursi in titolo di giornale, sarebbe comprensibile.
Con i tempi che corrono, intendo.

Giusto in queste ore un ministro della Repubblica straparla e dice che non proclamare le elezioni e cambiare semplicemente governo sarebbe «incostituzionale».

Il fatto che la Costituzione chiarisca bene che il presidente del Consiglio non viene eletto dagli elettori, ma incaricato dal presidente della Repubblica (e legittimato nel ruolo dal voto di fiducia della maggioranza parlamentare nei confronti del governo che egli ha formato) gli deve sembrare un formalismo da damerini effeminati e legulei che alle cene con gli amici non sono nemmeno capaci di fare una garetta di scoregge o un campionatino di rutti.

Non gli sembra rilevante – sempreché ne comprenda il senso – che una cosa è porre una questione di opportunità , e tutt’altra cosa è porre una questione istituzionale.

E nessuno dei miei colleghi che gli dica «ehi, ma che cosa stai dicendo?».

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orgollio e pregiudissio

• venerdì, agosto 13th, 2010

Alcuni dei cartelli di informazione turistica della mia città – quelli nei quali si pubblicizza la possibilità di celebrare qui, da stranieri, il proprio matrimonio con rito civile – erano scritti in un ridicolo inglese maccheronico. La loro comparsa in città, va aggiunto, risale a molti mesi fa.

I giornali l’hanno scritto (alcuni con un’aria di sufficienza) in questi giorni.

L’assessore alla cultura, invece di sentirsi toccata da un senso di vergogna (certamente non personale, è chiaro), ha replicato dicendo che invece di dirlo ai giornali, coloro che hanno notato gli errori avrebbero dovuto dirlo al Comune: perché il fatto che l’abbiano invece comunicato alla stampa fa sorgere il dubbio che l’intenzione fosse quella di ridicolizzare la città.
Colpa, a quanto pare, paragonabile per gravità al disfattismo secondo la dottrina Mussolini.

Ora.
Non tutti i cittadini sono così incolti e provinciali come l’assessore mostra di credere laddove sottintende che nessuno, prima che i giornali ne parlassero, s’era accorto degli errori.
Io, per esempio, credo che in parecchi abbiano capito che «merry» invece di «marry» era un errore.

Che l’assessore non ammetta che a ridicolizzare la città – sempre che il centro della questione stia qui – sono eventualmente stati i cartelli in sé stessi mi fa pensare che la prima molla che scatta è quella del vittimismo: oh povero me che sono tanto bravo e invece questi cattivi mi trattano male, e la seconda, invece, quella dell’«aùmm-aùmm» (qualunque cosa può succedere, ma che non si dica in giro e resti fra noi).

L’atteggiamento che non saprei definire se non qualificandolo intrinsecamente omertoso è comparso anche nella vicenda del concerto del cantante Morgan, al quale il Comune non ha concesso il teatro romano motivando il rifiuto con l’argomento che Morgan aveva confessato di avere usato la cocaina.

Se l’avesse usata riservatamente, ha detto il sindaco, nessuno avrebbe eccepito alcunché. E il presidente leghista della giunta regionale Zaia s’è spinto a dire che il veto a Morgan varrà in tutto il Veneto.
Certo: ci sono locali privati che potrebbero invitare Morgan a suonare. Ma chi dà a proprietari e gestori di questi locali la garanzia che invitare Morgan non complichi le loro relazioni con le amministrazioni locali?

Per leggere la reazione dell’assessore alla cultura, cliccare qui.

Per leggere l’affermazione del sindaco di Verona secondo cui la colpa grave di Morgan «è stata proprio dichiararlo pubblicamente… Se uno sniffa cocaina in privato non è un problema che ci riguarda, ma se lo dichiara, dando pubblicità al fatto, è decisamente una cosa diversa e noi non ci stiamo a veicolare questo tipo di messaggi», cliccare qui.

Per vedere i banner pubblicitari di società private di wedding planning pubblicati sulla home page del sito istituzionale che il Comune ha dedicato all’iniziativa «Sposami a Verona», cliccare qui.

Per domandarsi come si può tradurre «dove puoi sposarti», o anche se la formula «what you need to be married» ammetta come possibile risposta cose come «un bel fisico» e «un carattere accomodante», cliccare qui; per chiedersi perché si sia scelto «tariffs» invece che «fares», cliccare qui.

Per domandarsi perché un cittadino non Ue paga di più vale lo stesso link.

Segnalo infine una cosa deliziosa che si trova qui:

Promise of Love
Symbolic Ceremonies

The promise of love at Juliet’s house, a ceremony reserved for boyfriends or unmarried couples who just want to declare their feelings on the balcony most famous in the world.
A moment of intimacy to declare their love, every day during normal opening hours of the House.
In full respect of the normal tourist business and visitors.

Mi domandavo, per dirne una, boyfriends in che senso.
None of my (normal tourist) business, naturalmente…

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