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viva l’italia

• martedì, giugno 15th, 2010

Dico solo che a neanche 24 ore dal mio ritorno in Italia ho, nell’ordine:
a) sbranato compulsivamente una barretta di KitKat;
b) dimenticato di fare almeno tre cose piuttosto importanti;
c) tre vesciche ai piedi (e sono al lavoro; non ho camminato a lungo come a Dublino).

E a tener su la giornata c’è anche il pensiero di un concerto di Michael McGoldrick a Bergamo stasera. Sperando che non diluvi, ma vabbè.

Piesse: il presidente leghista della giunta regionale veneta Zaia dice che le previsioni meteo che parlano di pioggia danneggiano il turismo nella regione.
Perciò, dice, bisognerebbe dire che c’è il sole.
È un’ottima idea, credo; in deplorevoli e incresciose situazioni di incertezza valutativa, autorizza a dire senza esitazioni che i leghisti sono estremamente intelligenti.

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appunti da un’altra lingua

• domenica, giugno 13th, 2010

Era seduta di fronte a me sulla Luas. Alta, sottile, caschetto biondo paglia con riga in mezzo, impermeabile verde, ballerine di vernice senza scarpe, occhiali di Donna Karan, sacchettini di Brown Thomas. Vecchia.
Quando ha chiuso l’ombrellino, ognuna delle pieghe si è accavallata sull’altra con una perfezione automatica e naturale. Lei non ha fatto niente di speciale; ha solo tirato il cordino per chiudere la corolla.

Mi domando perché quando li chiudo io, i miei ombrellini pieghevoli sembrano stracci indomiti e spiegazzati.
La domanda non è priva di senso: se perfino qui, in Irlanda, dove gli italiani sono circondati dall’aura miracolosa di quest’ingombrante fama di eleganza naturale, io riesco a sembrare meno posh di una vecchia irlandese, qualcosa di strano secondo me ci dev’essere.

La seconda giornata del seminario con è stata molto soddisfacente e piena. Temo che il mio giudizio sia influenzato dal fatto che a lei è piaciuto quel che sto scrivendo, e perfino la traduzione inglese che ne ho fatto (e più ci penso, più mi sembra incredibile), e dal tè che abbiamo preso al Gresham hotel (veramente lei ha preso vino bianco).
Però io non riesco a non pensare che questa donna i cui libri son stati tradotti in molti Paesi del mondo ha incontrato altre sette donne presentando se stessa con semplicità e calore, dando suggerimenti estremamente pratici e puntuali senza somigliare affatto a uno di quei manualetti del tipo «do it yourself» o – come vidi una volta in libreria – «Sarò presto tornitore» (che gioia, che aspettativa).

E delle sette donne, nessuna sembrava minimamente impressionata dal fatto di avere davanti una come lei, che non è una Pippa Pippi qualunque.

Comunque, credo che l’insistenza sulla storia sia estremamente indicativa. La prima domanda è stata qual è la storia che vuoi raccontare.
Non «chi sei», «cosa fai», «parlami di te», «perché sei qui», «cosa ti aspetti da queste dieci ore».
No.
La domanda è «cosa vuoi raccontare, qual è la storia che bussa per uscire da te».

Mi piace.
Tra le sette, c’era una ragazza americana che è qui a Dublino da un anno e mezzo. Dopo aver fatto parte della campagna elettorale di Barack Obama non se l’è sentita di piatire un impiego governativo a Washington D.C. ed è venuta qui a lavorare con gli homeless.
Un’altra ha la madre spagnola e il padre di Cork, ma entrambi i genitori per ora sono nel Bahrein e lei sta qui, progettando di andare per un paio d’anni in Australia e di scrivere un libro sul paese basco durante il franchismo.

Un’altra ragazza, Sarah, sta scrivendo su Germania est e Germania ovest, la storia di due ragazzi, delle intercettazioni che venivano fatte nelle case dell’est.

Non so. C’è sempre qualcosa che, anche nei peggiori dei miei soggiorni dublinesi, si incarica di ricordarmi che nella mia vita c’è un altrove, c’è un cortiletto che ha senso per me. Che c’è dell’aria da far respirare al mio cervello, che l’atrofia neuronale a cui esso sembra professionalmente condannato non è un destino necessario.

In questi dieci giorni ho sofferto di malinconia, e la mia testa ha continuato a girare tremendamente. Il tempo è stato mediamente orrendo. Ho visto negli occhi della gente che mi guardava la consapevolezza che stavano guardando una donna, e non una ragazza. L’ho realizzato profondamente per la prima volta, e questo – mi rendo ben conto – non mi fa granché onore.
Però attesta un’asincronia fra dentro e fuori che non è del tutto nociva né in se stessa improduttiva.
Penso di doverci lasciare lavorare un po’ la pancia.

In ogni caso, quel che volevo dire è che anche dieci giorni a modo loro difficili sono riusciti a restituirmi a me stessa; mi hanno dato il senso di una direzione, e va benissimo che sia la direzione di una donna e non quella di una ragazza.
Dieci giorni a modo loro molto difficili mi hanno svitato dall’avvilente miseria delle mie relazioni professionali.
Faccio un lavoro che dovrebbe attivare il mio cervello, e invece tutto quel che sembrerebbe realmente fondamentale per una ragionevole sopravvivenza non troppo conflittuale della sua detentrice è il suo disinnesco, la sua collocazione in una custodia riparata dalla luce e dai rumori, e non si sa mai che un giorno – chissà – possa tornar buono, o essere venduto come nuovo.

Ma al mondo c’è anche , e c’è la ragazza di Obama, e c’è Sarah.
E, quel che più conta, ci sono io che vado a prendermele; ad ascoltarle, a parlare con loro. A farmi venire mal di testa per capirle, ad affrontare il terrore di volare. A cercarmi e a trovarmi mentre faccio uscire da me ciò che solo una lingua straniera, con una sua grammatica, un suo registro, una sua struttura, sa trovarmi dentro.

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l’ira, la tigre e le storie

• sabato, giugno 5th, 2010

Mmh.
Ho mentito. Senza saperlo.
Io uno di quei due scrittori lo conoscevo.
È John Lynch, ed è un attore. L’ho visto in uno dei film che preferisco, «Nel nome del padre».

Ho il suo (secondo) libro, adesso. Autografato.
La madre è molisana, mi ha detto.
Per il sonno, non ho avuto la prontezza di chiedergli che cazzo ci faceva una molisana in Ulster. Sarebbe stato interessante saperlo.

Lui è cresciuto in Ulster. Ha raccontato di avere fin da piccolo radunato un vastissimo repertorio dei modi in cui si può morire.
Uno moriva strangolato, pugnalato, «sparato»…
Ha smesso di bere qualche tempo fa, ha raccontato, e allora ha cominciato a scrivere.
Lui l’ha detto meglio. Come lo scrivo io sembra una presa per il culo.

L’altro, un giovinotto biondo-rossiccio che aveva lasciato la mascella a casa o chissà dove, è .
Ho preso anche il suo libro, e ho anche il suo autografo.
È la storia di un quattordicenne, e a quanto pare ha a che vedere anche con la caduta della cosiddetta Celtic Tiger, ovvero il crollo economico della Tigre celtica, l’Irlanda.

Mi colpisce che lo scrivere sia stato prevalentemente definito, nell’incontro a cui ho assistito, come «storytelling», ovvero l’atto di raccontare storie.
A nessuno dei due scrittori né al tipo molto spiritoso che faceva le domande è venuto in mente di pensare che scrivere consista in un’azione differente da quella del raccontare.

Tutt’e due sono piuttosto famosi, da queste parti. Lynch lo è per un tipo di persona differente da quella che si appassiona a Murray, credo; ma entrambi sono famosi.
La sensazione che ho avuto è che nessuno dei due si presentasse come un personaggio.
Io non so se questa mia sensazione dipenda dal fatto che gli indicatori-base dell’attitudine di una persona sono differenti da luogo a luogo, da cultura a cultura.

Certo: Murray aveva un’aria da trentenne sapientino; ma è la stessa aria che avrebbe il primo della classe, e non il talento emergente della letteratura.
Niente di troppo simpatico lo stesso, ma la differenza c’è.
E dopo aver letto il suo (secondo) libro mi riservo comunque di cambiare idea.

Da queste parti – ho appreso – la prima cosa da fare, se sei uno che vuole pubblicare un libro, è trovarti un agente.
In Italia, mi pare di capire, l’agente ti si fila solo se hai pubblicato qualcosa che qualcun altro di importantino si è filato, e se qualcuno ti presenta.
Forse sbaglio, e neanche so se avere un agente è bene o male in sé.
In fondo, mi sa che non è nemmeno importante.

Sono a un tavolino di «The Queen of Tarts». Vedendomi così impegnata alla tastiera, sono così rispettosi verso la mia attività intellettuale, che percepiscono evidentemente faticosa, che non sono nemmeno venuti a chiedere se voglio qualcosa, e son qua da un po’.

Di fianco a me due donne sussurrano.
Vorrei dir loro che sono italiana e non capisco un cazzo, e dunque possono dire quel che vogliono, ché tanto non capisco. Ma in realtà non è del tutto vero.
Si confidano cose di uomini. Una delle due è serissima e triste, ha gli occhi lucidi. «E io allora gli ho detto che mai nella mia vita…». L’altra ascolta attentamente, la guarda negli occhi e tace. Ogni tanto dice tre sillabe.

Nel frattempo il cielo si è ingrigito.

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la deontologia non basta più

• venerdì, maggio 21st, 2010

A me la lettera della Busi (qui il testo) piace molto.
Non mi interessa se questo significa che un giorno si candiderà con qualche lista d’opposizione, perché se anche lo facesse quella scelta sarebbe la prova provata del fatto che un giornalista, oggi, per fare il suo lavoro è costretto a schierarsi.
La costrizione a schierarsi è intollerabile, fa male al cuore; ma onestamente non c’è alternativa, perché se non lo fai finisci come i docenti universitari del fascismo, che di fronte alle leggi razziali non dissero niente.
C’è chi riesce a guardarsi allo specchio lo stesso, perché è abituato a vedere la faccia di una persona immorale (e verosimilmente incapace) e chi invece non regge la propria vista se non fa come quei dodici che rifiutarono di aderire al manifesto della razza.

Rifiutare di sottoscrivere il manifesto della razza, oggi, richiede di necessità una presa di posizione.
Tenere la schiena diritta non è più possibile semplicemente invocando ragioni deontologiche, purtroppo.
Bisogna entrare nel .

E la Busi lo fa, domandandosi per esempio

dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio?

La lettera mi sembra seria. Non cerca l’applauso.
È l’ammissione di una sconfitta storica e professionale, e insieme la rivendicazione sommessa e fiera della propria alterità.

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roccella, vergognati. vergognati molto

• venerdì, maggio 21st, 2010

Leggete un po’ qui.
Fino in fondo, però.
Fino alle parole della sottosegretaria Roccella.

La notizia è che hanno chiuso una clinica a Cipro, e arriva, informa il Corriere, da qua.
Ci andavano – dice il Corriere – molte coppie italiane per l’ovodonazione.
Bene: la clinica è stata chiusa perché sembra che non ci sia la certezza dell’origine genetica degli congelati.
Cioè non si sa di chi sono gli .

E la Roccella osa dire che «il problema è delle coppie “che quando vanno all’estero devono sapere che possono andare incontro a incidenti del genere”».
Cioè. Una sottosegretaria usa l’argomento di «mal che si vuole non duole».

Tenetemi ferma.
Potrei sputare in faccia a qualcuno, sganciare pugni, tirare calci, bestemmiare.
In Italia non si può dar corso a fecondazioni eterologhe perché l’han deciso loro, i cattolici (ma lo saranno davvero?) che tengono in ostaggio le nostre , e questa qui ci viene a dire che le coppie dovrebbero sapere che andando all’estero, ecchessarammai, c’è questo rischio?

Ma cara Roccella: è troppa fatica per la tua testolina riccia e per il tuo piccolo cuore rattrappito, pensare che se all’estero si arricchiscono alle spalle delle coppie italiane scegliendo magari scorciatoie deontologicamente scandalose, è colpa vostra, che avete costretto all’esilio le coppie italiane, cacciandole dal loro Paese?

E guardando le cose da un’altra parte: se pensavate davvero che all’estero fossero tutti peracottari e che i nostri medici italiani fossero bravissimi meravigliosi fantastici correttissimi e professionalissimi, perché avete costretto i medici italiani a non esercitare la loro assoluta maestria? Perché avete costretto le coppie a ricorrere a stranieri peracottari?

Ma se solo questa inqualificabile donna capisse ciò che dice.
Se solo riflettesse prima di parlare.

Anzi, mi devo correggere.
Se solo tacesse, per dio.
Se la smettesse di parlare, di dire, di intervenire.
Se tacesse.

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celli e la lettera al figlio sull’espatrio

• lunedì, novembre 30th, 2009

il_paese_dei_cachi_lo_so_son_aranceCon una di quelle operazioni che francamente fatico a giudicare limpide, Repubblica pubblica oggi una lettera che Pierluigi Celli, ex direttore generale e ora direttore generale della Luiss, scrive al figlio laureando.

Dal contesto della lettera escludo che la pubblicazione sul quotidiano fosse l’unico modo che questo padre aveva per dire al figlio ciò che gli stava a cuore, e cioè, in estrema sintesi, «figlio mio, lascia l’Italia, che è un Paese di merda».

«Merda» non lo dice, ma il succo è questo.
Qui, gli dice, c’è una «Società» (non ho capito la maiuscola) «divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza».

E uno dice: mmh, però, il compagno Celli.

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piccoli regali per le terga dei barboni

• venerdì, novembre 27th, 2009

per_il_culo_dei_barboni

Il mio sindaco è un uomo alla moda che intercetta le tendenze.
Segnalo questo pezzo del blog di Daniele Sensi, e – rubandogli una foto – ne cito un brandello.

«Proprio non ci dormono la notte al pensiero che i senzatetto, in cerca di un po’ di ristoro, possano andare a sedersi negli spazi pubblici».

Qui il buon senso non lo scomoda nessuno, eh?
Nessuno si domanda dove diavolo possa andare ad appoggiare il suo corpo una persona che non ha la casa.
Questo non è buon senso: è radicalismo politico.
Anzi: già che ci sono, perché non me li porto a casa mia?

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propongo il sondino naso-gastrico

• lunedì, novembre 23rd, 2009

cose_belle

«Non mi è mai piaciuta questa ritualità che blocca l’Italia».

«Non possiamo imporre ai lavoratori quando mangiare, ma ho scoperto che le ore più produttive sono proprio quelle in cui ci si accinge a pranzare».

Sbaglia.
Si potrebbe benissimo.
Potremmo avere tutti un cateterino in gola, azionato da una chiavetta a valvola comandata dalla direzione del personale, così finalmente si mangia a scaglioni.
Con il vantaggio accessorio che non chiacchieriamo più sul lavoro.

Ah.
Questo è un ministro.

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la rai mi legge dentro

• sabato, ottobre 24th, 2009

grande_rai

Volevo guardare l’intervista a Raul Montanari e Marco Simoncelli andata in onda il 9 ottobre all’Era glaciale, il programma di Daria Bignardi.
Il mio provider è Tiscali.
Mi trovo a Verona.
Ma la grandissima – tanto da Safari quanto da Firefox – mi dice questo:

Spiacente, la visione di questo filmato è consentità solo agli utenti nel territorio italiano.
Sorry, this content is reserved to the users in the Italian country».

La grandissima – ne sono certa – vede il futuro. Sa che espatrierò.
E non le fa piacere.

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di marrazzo e d’altre cose (grazie, paterlini)

• sabato, ottobre 24th, 2009

passerottoE adesso Marrazzo.
E D’Avanzo che gli dice «parla, di’ la verità!».

E siccome le sue «debolezze», scrive, «sono ora lì, nude, sotto gli occhi di tutti», tu «governatore» (proprio tu, D’Avanzo.
Proprio tu, a usare una parola che non corrisponde a nessuna figura istituzionale.
Proprio tu, a usare scorciatoie linguistiche di sapore ideologico) hai «l’obbligo di affrontarle, in pubblico e a viso aperto».

che scoop

Si sentiva veramente la mancanza di un altro di questi scoop giornalistici che servono egregiamente a due bellissimi scopi, entrambi molto di moda.

la trappola del «gossip»

Il primo obiettivo è far dire alla gente (lo dicono anche persone molto avvertite e sveglie che, per dire, incontro alla Fnac con le braccia cariche di libri non scritti da nuove o vecchie Liale) che «ormai i giornali non si possono più leggere, perché contengono solo gossip» (così, dicono: «gossip», e non si rendono conto che solamente usare quel termine invece dell’italiano significa che ci son cascati anche loro).

«son tutti uguali!»

Il secondo obiettivo è far dire alla gente che in politica tutti sono uguali.
Quest’affermazione, a seconda del livello di compiaciuta provocatorietà simil-sgarbiana che a ciascuno piaccia coltivare, si divide normalmente in due sotto-affermazioni divergenti.
Una è «guarda che schifo, noi sì che siamo morali».
La seconda è «fanno quel che facciamo/vorremmo fare anche noi» (corollario: «L’essere umano fa schifo, che cazzo possiamo farci, signora mia?»).

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«camminiamo fra i frantumi e i detriti»

• domenica, ottobre 18th, 2009

«Non capisci. Non vedi. Non vuoi vedere. Non vedi che tutto si sta disgregando sotto i nostri occhi? Tutto è a pezzi, in rovina. Camminiamo tra i frantumi e i detriti. Non c´è più nulla che regga. Tutti blaterano. Tutti parlano per dire male. Non c´è pietà né comprensione. Dappertutto c´è rancore, odio, , senza che, in realtà, nulla distingua le idee degli uni da quelle degli altri. I magistrati calunniano i magistrati, gli uomini di chiesa gli uomini di chiesa. Tutti infieriscono contro tutti».

Carlo Fruttero
(da Repubblica, via Dagospia).

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