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per questa gente tutto è privato

• mercoledì, marzo 3rd, 2010

Consiglio la lettura di questo articolo, dal quale si apprende che il governo intende impedire – di fatto, ovvio; formalmente tutto resta uguale! – ai lavoratori di rivolgersi al giudice del .

Nell’ottica generale della privatizzazione del mondo, il sarà sottratto alle pronunce in nome del popolo italiano (cioè al giudice del ), e riportato nel pozzo nero delle dinamiche dei rapporti di sopraffazione e di potere.
All’assunzione, i lavoratori potranno essere costretti a firmare l’accettazione del fatto che le controversie con il datore di saranno risolte da un arbitrato.
Certo: il disegno di legge dice che sarà la contrattazione nazionale a individuare gli ambiti di applicabilità dell’arbitrato, ma dice anche che se entro un anno non si sarà l’accordo, allora, be’, che sarà mai, decide il ministero.
Il quale ha senz’altro ogni interesse a trovare un’intesa, no?
Addio articolo 18.

Quello che che m’impressiona di più, però, è l’ipocrita volgarità del commento che c’è in fondo al pezzo.
Parla Giuliano Cazzola, relatore del provvedimento ed ex sindacalista Cgil passato da tempo al fondamentalismo padronale:

Bisogna smetterla di considerare i lavoratori come dei “minus habens”, incapaci di scegliere responsabilmente e consapevolmente un percorso giudiziale o uno stragiudiziale (l’arbitrato, ndr), per dirimere le loro controversie di ».

La differenza di potere tra un datore di e un lavoratore gli sfugge completamente, anima bella.
Se ne frega, lui.
Tanto, può permetterselo.

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dal piombo al blog

• venerdì, febbraio 5th, 2010


L’incontro si tiene a Cagliari, alla Casa dello studente di via Trentino, alle 16.30 di domani, sabato 6 febbraio.
Parlano Miguel Martinez, Pino Cabras, Felice Capretta, Uto Pio, Michela Murgia, Claudia Zuncheddu, Glauco Benigni, e parlo pure io: di propaganda, notizie, proletarizzazione dei giornalisti, intellettuale, giovanilismo, , consacrazioni, censura, autocensura, rumore, citizen journalism, esami di maturità, agende politiche, parole d’ordine, e democrazia della paletta.

Modera Vito Biolchini.

Dalla presentazione dell’iniziativa:

Esiste l’open source anche per l’informazione, un ambito in cui da sempre si parla di “fonti”? Nell’era dei blog questo è un tema importante per la vita di tutti.

Oggi le notizie sono proposte sistematicamente senza riportarne né l’attendibilità, né la fonte. Spesso si riporta il commento ma si omette il fatto. Di più, l’informazione non riguarda ormai ciò che succede, ma il modo in cui se ne dà notizia. In questo senso la tanto decantata “società dell’informazione” appare assorbita dalla “società dello spettacolo”.

Tutto questo è possibile perché chi gestisce l’informazione decide anche che cosa si può raccontare e che cosa deve essere taciuto.
(…)
Su Internet circola qualunque notizia, ma vi circola anche il suo contrario, oltre a una miriade di dati che non ha per noi il minimo interesse: un rumore di fondo che spesso copre i suoni importanti.
(…)
Un blogger che rende pubblici i meccanismi e le fonti delle proprie analisi e inchieste, potenzia l’effetto delle “sue” notizie; perché quando la notizia è vampirizzata dalla blogosfera, ogni lettore può essere un “ripetitore intelligente”.

(Cliccare sull’immagine per ingrandire)

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l’authority di barbarella yè-yè

• martedì, gennaio 19th, 2010

Ero in macchina e m’è capitato di sentire per radio un pezzo della trasmissione di Barbara Palombelli.
L’ospite con la quale parlava era Fiorella Kostoris Padoa Schioppa.
A volte un cognome solo non basta a dire chi siamo.

La FKPS è stata presentata dalla moglie di Francesco Rutelli come «presidente dell’Authority Pari e dispare», come se il comitato presieduto dall’ex moglie dell’ex ministro del governo Prodi fosse un organismo istituzionale dotato di un effettivo potere ispettivo e di sanzione sulle disparità di trattamento fra uomini e nel mondo del .

In realtà, questa che la Palombelli chiama «authority» – se ne legge qualcosa qui – è, regolarmente costituita davanti a un notaio, un’associazione di private cittadine che non ha alcun titolo ad agire in nome e per conto di nessun organo istituzionale.
Possono eventualmente – ma non lo faranno – esercitare un sorta di vigilanza di carattere genericamente politico, e rivendicare a sé la funzione di una lobby informale.

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«donne, ce la potete fare»

• martedì, gennaio 12th, 2010

Da qui, dove si parla della creazione – toh – di un’authority che indaghi i motivi per cui le sono discriminate sul (quali mai saranno, eh, questi motivi tanto misteriosi da dover investire della ricerca un’intera commissione?), di carbone da dare alle aziende cattive (wow, che deterrente geniale) e di «moral suasion» (strepitoso) come metodo d’azione.
L’intrapresa coinvolge cartucce grosse, personagge di primo piano come Fiorella Kostoris Padoa Schioppa e la neo-super-amata dalla sinistra, Emma Bonino.

«Una carriera di successo è il risultato di vari elementi», osserva Anna Maria Tarantola, da un anno vicedirettore generale della Banca d’Italia. «Innanzitutto bisogna avere le qualità, coltivarle e avere la grinta di farle valere. Ma poi conta anche avere una rete familiare che possa dare il sostegno necessario, ed essere in un ambiente lavorativo che premi il merito».

Bisogna avere un casino di roba, insomma.
Non mi sogno nemmeno lontanamente di rilevare che tutte queste belle cosine sono caratteristiche che – forse, chissà – nessuno chiede a un uomo.
Mi limiterò a dire che la locuzione «carriera di successo» mi inquieta molto per la sua piatta adesione a modelli di successo di stampo televisivo.

Mi fermerò sulla soglia: dirò che porre la questione di dover «essere in un ambiente lavorativo che premi il merito» significa non tenere in conto un paio di cose.
Mi domando di che mondo parli questa donna, visto che ciò che per brevità qui accetto di chiamare «merito» nell’universo maschile non è affatto premiato, altrimenti non mi spiego la gran quantità di incapaci che governano molte situazioni.

Forse che il «merito» è una variabile su cui vengono misurate solo le ? E «merito» rispetto a cosa? All’interesse di chi? C’è un merito tout-court?
E la «grinta»? Cos’è la grinta? È forse la disperazione e l’accanimento monomaniacale con le quali le combattono la sporca guerra sul , quella per far fuori e uomini altrettanto «meritevoli»?

Puro marketing.
Datemi il carbone e facciamola finita, va’.

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sì, holderò the line

• sabato, dicembre 19th, 2009

Stasera va così.
Va che un sabato sera in redazione fa saltare le coordinate spazio-temporali di riferimento e ti risucchia in un vortice di autocompassione/compatimento.
Il mondo gira, le personcine sono a casa loro a cenare, gli amici vanno fuori, vanno al cinema, gli amanti fanno l’amore.
E tu sei al giornale a passare il pezzo sull’intenzione di Ratzinger di far santo Pio XII, e ti dimentichi di quanti sono – effettivamente – gli anni che hai.
Tra quattordici e quaranta va bene tutto.

Hold the line.
Sì.
La holderò.
Promesso

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addio anzianità (grazie p2?)

• venerdì, dicembre 18th, 2009

CONTRATTI: FIRMA UNITARIA PER CHIMICI, VIA ANZIANITÀ /ANSA
RINNOVO PER 200MILA: 135 EURO DI AUMENTO, C’È ANCHE LA CGIL

(ANSA) – MILANO, 18 DIC – Per la prima volta in Italia in una categoria così ampia stop agli scatti di anzianità automatici in busta paga, via libera a 135 euro di aumento minimo a regime, con altri 15 euro che vanno ai fondi pensione, occupazione e a sostegno degli stipendi nelle piccole aziende. Su queste basi è stato rinnovato, prima della scadenza di fine anno, il contratto nazionale dei lavoratori della chimica e della farmaceutica, in tutto più di 200mila, con la firma anche della Cgil.

La notizia c’è tutta anche così, ma mi viene in mente un link che stamattina mi ha segnalato Sabrina Campolongo: è un pezzo lungo, ma garantisco che merita ogni attenzione, e si lega benissimo con quest’Ansa di oggi.
Purtroppo.

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ku klux lega

• venerdì, novembre 27th, 2009

e_questa_sarebbe_una_proposta

Un tetto agli extracomunitari.
Finalmente un’idea come si deve.
Anzi: come osa dire il Corriere, finalmente «la proposta».

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azienda, identità e universi concentrazionari

• giovedì, novembre 12th, 2009

soli_in_uno_stagnoLeggevo sul Corriere l’articolo che tratta del libro in cui l’ex assistente personale del proprietario dell’Ikea parla dell’azienda in cui lavorava come di un luogo in cui vigevano pratiche razziste e vessatorie.

Mi ha colpito un commento, che parla di «retoriche del management», « totalitaria» e «universo concentrazionario aziendale».

È vero: quello che è successo, in Italia ma evidentemente anche altrove, è che l’unica forma di «collettivo» praticabile è diventato l’azienda, parola che non per caso io trovo sempre più spesso scritta con l’iniziale maiuscola, a significare deferenza e centralità.

Le mutevoli e insensate gerarchie interne al mondo chiuso e impermeabile delle aziende diventano fonte unica a cui attingere e da cui desumere la propria identità, sorgente preferenziale a cui chiedere conferme su di sé, auctoritas che conferisce legittimazione e diritto di vivere: se si è merde dentro l’organizzazione, ci si sente (ci si deve sentire) merde anche fuori.
Se, inaspettata o lungamente perseguita con metodi tangenziali e faticosi, nasce ciò che sembra una (provvisoria e utilitaristica) alleanza con il kapò momentaneamente vincente, si vive un’eccitazione parossistica da rivalutazione di sé.
Come cortigiane ammaestrate nell’arte della seduzione senza desiderio, i vertici o i segmenti intermedi delle gerarchie aziendali fanno lampeggiare scenari di delizie perpetue, dipingono tele in cui il loro amore per te ti eleva alla deificazione; e tu – dalla tua nuvoletta di zucchero filato – dimentichi che in azienda l’alleanza vale solo fino a quando si è utili al kapò.

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diritti al macero

• martedì, novembre 10th, 2009

e_adesso?In giro c’è parecchia gente che sostiene che e il suo governo non abbiano fatto niente di concreto; che si siano occupati solamente dei problemi finanziari o giudiziari del piccolo imperatore, lasciando il Paese, negletto, in uno stato pietoso.

Vorrei far notare alle persone che la pensano così – che sono poi le stesse secondo le quali la Lega è puro folklore – che l’ingresso in scena di una specie di polizia privata in divisa, allo scopo di neutralizzare i diritti sindacali (che sono diritti pubblici), attesta la morte dei diritti non solo sindacali, ma anche politici.

Fare gli interessi di – ammesso che sia questo il punto centrale della , se così posso chiamarla, di questo governo – è la stessa cosa che rendere inguardabile questo Paese perché implica di necessità la corruzione del suo armamentario istituzionale.
Per ottenere il primo scopo è necessario uccidere le e i nostri diritti.
Altro che «papi».

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una bella telefonata

• lunedì, ottobre 12th, 2009

nutrire_gli_sconosciutiMio padre è morto il 31 gennaio 1984. Aveva 49 anni compiuti otto giorni prima.
Lavorava in banca, e si chiamava Renzo.
Stamattina mi ha telefonato a casa un suo collega.
Mi ha chiesto se ero sua figlia, e appreso che sì, ero io, mi ha detto che ricorda sempre mio padre, che lo stimava molto.
È andato anche a trovarlo – mi ha detto – al cimitero di Arzignano, ma anche se gli avevano spiegato la strada fino alla sua tomba di famiglia non è riuscito a trovarlo ed è dovuto tornare indietro.

Mi ha chiesto di mia madre, che ricorda chiamarsi Rosa.
Per un sentimento che probabilmente a lui dev’essere sembrato pudore, di mio fratello non mi ha chiesto niente.
Mi ha raccontato che lui, ottantaduenne, vive con la moglie e che la figlia abita sotto di loro coi due figli, un maschio diciannovenne che studia ingegneria e una femmina di due anni più giovane che è una campionessa di pattinaggio sul ghiaccio.

Mi ricordo che mio padre parlava di lui, a casa.
Parlava sempre di tutti i colleghi. Ci faceva una testa di questi colleghi.
E Jader. E Arrigo. E Cesare. E Tizio. E Caio. E Adolfo. E Ennio.
In questo ho proprio preso da lui: mio figlio i miei colleghi li conosce tutti, uno per uno, anche quelli che non ha mai visto…

La telefonata del collega di mio padre è stata una cosa bella. Mi ha fatto ricordare che ho vissuto tante vite. E che mio padre era così tenacemente orgoglioso di da aver scolpito giorno dopo giorno perfino nelle coscienze dei suoi colleghi il concetto che la Federica aveva un valore che non si poteva discutere, no.
È l’eco di tutto questo, ciò che io ho sentito nella frase «ho visto che lei ha fatto una bella carriera, Federica».
Mi ha fatto molta tenerezza confrontare le mie ambizioni con quelle degli uomini della generazione di mio padre.

Quanto a lui, a mio padre, io non so dov’è, ammesso che sia da qualche parte.
Ma se da qualche parte c’è, gli mando un bacio.
Forse, per raggiungerlo dovrei mandare un bacio al mio cuore.
A volte sono sentimentale da far , eh…
(E il bello è che non lo direbbe nessuno)

Ps. Scrivendo questo post e scegliendo la foto – una bellissima foto scattata da Marco a Bray, a sud di Dublino – mi sono dimenticata che avevo messo il caffè sul fuoco. La mia adoratissima vecchia caffettiera col coperchio tenuto insieme dal fil di ferro è da buttare via, credo.
Quanto numerose e quanto gravi sono le conseguenze di un cuore molliccio…

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istat, lavoro addio

• mercoledì, settembre 23rd, 2009

il_lavoro_e_importanteA non sembra una bella cosa.

Un po’ in se stessa, un po’ perché mi piacerebbe conoscere i modi attraverso i quali il servizio è stato esternalizzato, un po’ perché mi domando il motivo per il quale proprio i dati sul siano quelli a partire dai quali l’Istat viene deprivato della facoltà di svolgere il proprio compito.

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