header image

romiti e marchionne, che abisso

• sabato, agosto 28th, 2010

Riporto un pezzo dell’intervista che Cazzullo ha fatto sul Corriere di oggi all’ex amministratore delegato della Fiat Cesare a proposito del «lodo Marchionne» (il conflitto non c’è, siamo tutti fratelli però io ho sempre ragione).

Non sono d’accordo su tutto – e vorrei ben vedere! – ma qui c’è un’idea di relazioni industriali, di ruoli e funzioni. Oserei dire che c’è perfino un’idea di Stato (non con questo che io intenda dare a la statura di statista, tanto più che forse molto di quel che c’è ora cominciò con-grazie a lui).
Là, dalle parti di Marchionne, sembra di stare in un giardino dove un gruppetto di ragazzi si son bevuti le fole degli anni Ottanta e come se fossero in pieno trip da cocaina volessero liberarsi di tutte le zavorre che ostacolano il loro libero volo nei cieli blu dove non ci son lacciuoli. Zavorre tipo, per esempio, il peso del loro stesso corpo.

Ecco qui.

Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».

Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po’ più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana. Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».

Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la .
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».

Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».

Tags: , , , , , , , , , ,

Post correlati


marchionne, o caro

• giovedì, agosto 26th, 2010

Dal palco di Comunione e liberazione, Marchionne dice: «Basta conflitti fra e padroni» (vedi qui), corroborando la legittimità della sua inedita e coraggiosa presa di posizione con un argomento evergreen: qualunque altro modo di vedere le cose, secondo lui, è un «vecchio schema» che naturalmente impedisce di gustare gli splendidi panorami che ci si preparano: cosa che egli immaginosamente chiama «nuovi orizzonti».

Ora.
Quando si tratta di conflitto, mi perdonerete la semplificazione, esistono solamente due possibilità.
La prima è che il conflitto esista, perché ce ne sono le condizioni.
La seconda è che il conflitto non esista, perché non ce ne sono le condizioni.

Continue reading ‘marchionne, o caro’

Tags: , , , , , , , ,

Post correlati


repetita

• giovedì, agosto 12th, 2010

Ci son volte che una si rilegge e dice a sé stessa «sì, questa cosa va detta adesso, questo è il momento giusto».
E così, quell’una pensa che forse può anche copiare un vecchio post che ha un suo perché esattamente adesso, mentre in testa le ronzano le questioni relative alle istituzioni, alla democrazia rappresentativa e alla democrazia diretta, a un tipo di giornalismo che diventa sempre più difficile da digerire senza sofferenza…

Ecco qui il vecchio post.

l’authority di barbarella yè-yè

Ero in macchina e m’è capitato di sentire per radio un pezzo della trasmissione di Barbara Palombelli.
L’ospite con la quale parlava era Fiorella Kostoris Padoa Schioppa.
A volte un cognome solo non basta a dire chi siamo.

La FKPS è stata presentata dalla moglie di Francesco Rutelli come «presidente dell’Authority Pari e dispare», come se il comitato presieduto dall’ex moglie dell’ex ministro del governo Prodi fosse un organismo istituzionale dotato di un effettivo potere ispettivo e di sanzione sulle disparità di trattamento fra uomini e donne nel mondo del lavoro.
Continue reading ‘repetita’

Tags: , , , , , , , , , , , , ,

Post correlati


ichino, i diritti della razza padrona

• giovedì, agosto 12th, 2010

Da qui:

La sfida di Marchionne ha il merito di farci toccare con mano quanto questa idea («quella secondo cui il contratto collettivo non può disporre del diritto del singolo lavoratore di aderire in qualsiasi momento a qualsiasi sciopero, anche se proclamato da un mini-sindacato», ndr) possa essere costosa per gli stessi lavoratori.

Traduzione: Marchionne ci sta facendo capire che i dei lavoratori non esistono più, perché chi li proclama o prova a chiederne il rispetto viene preso a mazzate così pesanti da comprendere immediatamente che la difesa dei suoi è troppo «costosa».

Ah.
A parlare è Pietro Ichino.
Senatore del partito democratico.

Tags: , , , , , ,

Post correlati


buona domenica

• domenica, agosto 1st, 2010

Francamente.
A me sembra pesantissimo assistere giorno dopo giorno alla demolizione di cose sempre diverse, di istituti sempre diversi, nella totale indolenza collettiva.
Pontificano su governi di unità nazionale, o su esecutivi tecnici, o su elezioni anticipate, ma non riescono a capire che qualunque cosa possa succedere, ora dopo ora tutto viene distrutto.
Ti distrai per venti minuti, ed ecco che hanno distrutto il contratto nazionale.
Per un’ora, e il titolo di studio non ha più valore legale.
Per un’ordinanza razzista, poi, basta la distrazione di cinque minuti.
E si sente solo il coro degli osanna.
Per ore.
Settimane.
Mesi.
A certificare la nostra sconfitta storica, epocale.

E noi qui a parlare di esecutivi tecnici, anzi no, di elezioni anticipate, anzi no, di chissà che.

Tags: , , , , , ,

Post correlati


la sanguisuga degli epici trentenni sono io

• venerdì, luglio 23rd, 2010

Postilla sui trentenni (suscettibili).
A parte l’ovvia considerazione che il mio post «con gli occhi dei trentenni» non può certamente riferirsi a ciascun trentenne ma rappresenta una generalizzazione in chiave polemica che prende di mira non tutti, ma quelli di loro che si sentono «ggiovani», vorrei solo dire che non riesco proprio a capire come mai gli insulti mainstream a chi si sente/è quarantenne vanno bene e le critiche ai trentenni mosse dalle periferie di un blog no.

In questa ridicola retorica del giovanilismo, liquidatoria, riduzionista e insultante per chi viene additato a usurpatore di posti di lavoro e di privilegi che sarebbero spettati ad altri, con la loro eccellenza e i loro sacrifici e l’epico sudore della loro fronte, c’è tutta l’idiozia di chi non vuol capire che c’hanno messo gli uni contro gli altri, e che da qualche parte qualcuno si gode lo spettacolo.

Volevo solo dire che io non ho fatto niente, mi son grattata la pancia, sono garantita, avrò una pensione ricca, possiedo case in città, al mare e in montagna, ho la terza media eppure per puro culo ho immeritatamente conquistato un posto di lavoro in un giornale senza fare alcun sacrificio, sono stata difesa dai sindacati, ho usurpato visibilità e a chi ha trent’anni.

Ebbene, lo confesso.
La sanguisuga dei trentenni sono io.
Le sanguisughe dei trentenni sono quelli come me.
Gli assassini dei trentenni sono i .
Non chi ha reso precarie le loro posizioni lavorative, no.
Io.
Non chi ha impoverito le loro scuole, no.
Io.
Non chi ha devastato il paesaggio della politica, no.
Io.

Che ho anche una colpa aggiuntiva: non sono nemmeno veramente di sinistra.
Non può essere che io lo sia, perché non mi piace il ronzare festante delle alacri apine facebookiane intorno al miele dell’insulsa retorica della modernità e del «dai, amici, firmiamo per cambiare il mondo».

Tags: , , , , , , ,

Post correlati


marchionne si stupisce

• giovedì, luglio 22nd, 2010

Qui parla Marchionne. Parla dello spostamento in Serbia di una parte della produzione della Fiat:

Perché lì e non in Italia la futura L0?
«Ci fosse stata serietà da parte del sindacato, il riconoscimento dell’importanza del progetto, del lavoro che stiamo facendo e degli obiettivi da raggiungere con la certezza che abbiamo in Serbia la L0 l’avremmo prodotta a Mirafiori. Fiat non può assumere rischi non necessari in merito ai suoi progetti sugli impianti italiani: dobbiamo essere in grado di produrre macchine senza incorrere in interruzioni dell’attività».

Insomma è questo un effetto indotto di ? Potrebbe voler dire che saranno riviste le decisioni prese per lo stabilimento campano?
«A abbiamo deciso di andare avanti e lo faremo con i sindacati che hanno scelto di condividere la responsabilità di fare in modo che la fabbrica sia governabile.
è un work in progress, abbiamo scelto di investire 700 milioni e se non funzionerà abbiamo altre alternative non in Italia.
Noi vogliamo restare competitivi nel settore dell’auto in un posto dove ci consentono di farlo.
Dico questo con tutta la calma possibile e continuo a stupirmi delle interpretazioni che vengono date alle mie parole.

Ha ragione.
È veramente strano che qualcuno possa vederci dentro un ricatto, o anche solo la negazione in radice di ogni diritto di sciopero.

Tags: , , , , , , ,

Post correlati


cambiare

• giovedì, luglio 8th, 2010

Un’amica ha lasciato il lavoro, aveva un contratto a tempo indeterminato e lavorava là da più di dieci anni.
Un amico smette di cercar strade pervie nei giornali italiani (gli sembrano lastricate maluccio), e progetta di andarsene a vivere nel sudest asiatico.
Un altro amico se n’è andato l’anno scorso dalla sua città, lasciando un posto precario ma pieno di promesse in un’agenzia prestigiosa, ha cambiato luogo, lavoro e identità.

C’è un momento in cui ti guardi allo specchio e ti chiedi: ma io voglio veramente questo?
Quale che sia, non è questa risposta a fare la differenza, perché la questione è se sei pronto a prendere atto del tuo «sì», del tuo «no», del tuo «sì, però», del tuo «no, però».
Se la è passata, o sta passando, o è lì e tu hai bisogno di lei perché lei è più affidabile di te.

Ma quando sei pronto, quello è un grande momento.
Lì ricomincia la .

Tags: , , , , , ,

Post correlati


noi siamo giovani, voi pieni di rughe e fate schifo

• mercoledì, luglio 7th, 2010

Voglio brevemente tornare sulla questione dello sciopero contro il disegno di legge sulla pubblicabilità delle intercettazioni perché c’è un punto che mi interessa affrontare.
Leggo su Facebook, oggi, una nota in cui Arianna Ciccone – a cui si deve l’appello a che editori e giornalisti si astengano dallo scioperare ma preferiscano casomai raddoppiare l’informazione – controreplica al segretario generale della Fnsi Franco Siddi.

Siddi aveva sostenuto che, per proclamare ed eventualmente revocare uno sciopero, il sindacato ha tempi e modi tipici di un’organizzazione complessa e (tendenzialmente) rappresentativa; e che perciò – anche a non voler entrare nel merito dell’appello – i pochi giorni che rimanevano fra l’appello e lo sciopero potevano non bastare a convocare gli organismi deputati a decidere (quelli che un gruppo su Facebook non ha in effetti generalmente bisogno di convocare per decidere alcunché, più simile com’è a una forma di «democrazia diretta» che a una di democrazia rappresentativa).

Arianna Ciccone coglie l’occasione per replicare sostenendo che non è vero che «la rete non è il mondo», e che anzi essa «è molto di più».

A parte che continuare a fare quelli che «noi siamo il futuro e voi siete il passato», o «noi siamo quelli “veri” della stampa e voi siete quelli “finti” della rete» non porta da nessuna parte (forse solo al consolidamento delle proprie identità nei pezzi di mondo di cui ci si sente riferimento), vorrei dire che c’è – nella controreplica – una frase fronte alla quale io non posso fare altro che disperarmi.
Sì.
Disperarmi.

Eccola: «Nella rete vivono migliaia di persone che non intendono essere messe a tacere. La loro maggioranza è fatta da giovani, per i quali il linguaggio dello sciopero, come minimo, è antiquato».

Giovanilismo.
Dileggio.
Ecco che cos’è.
«Il linguaggio dello sciopero» è antiquato.
Naturalmente, è antiquato perché non c’abbiamo il contratto e allora insomma non è che possiamo pensare di scioperare per difendere cioè i garantiti, noi che invece cioè non possiamo pianificare niente, cioè.

Sempre così.
Anche qui: le responsabilità sono orizzontali.
Se i giornalisti più giovani di me non hanno il lavoro è colpa mia che ce l’ho e perciò che cappero voglio, io che pretenderei anche di parlare.
Quanto agli editori, mica sono loro la nostra controparte. No.
Loro vorrebbero tanto far funzionare bene bene le cose, ma purtroppo ci sono i garantiti, le «sacche di inefficienza», oh, sì, le «sacche di inefficienza» di «voi garantiti», e allora noi poverini cosa dovremmo fare, eh, fare la lotta per voi, eh?
Viva la guerra fra i poveri.

Che tristezza.

Tags: , , , , ,

Post correlati


con lui marchionne tace

• giovedì, giugno 24th, 2010

La cosa incredibile è che non senta il dovere – politico, civile o morale, faccia un po’ lui – di dire niente. Niente.
Nominato ministro la settimana scorsa dopo due udienze alle quali, da imputato, non s’era presentato perché impegnato nell’attività parlamentare, ora invoca il «legittimo impedimento», e niente dice della prodigiosa concomitanza.

Gli di scioperano (perdendo la paga di un giorno, questo va pur ricordato) e si sentono dire da Marchionne che hanno deciso di restare a casa solo perché c’è la partita dell’Italia.
Un uomo politico appena nominato ministro evita un’udienza di un processo in cui è imputato (e in prospettiva evita l’intero processo), e nessun Marchionne – intendendo con «Marchionne» qualcuno che abbia il potere di modificargli la – dice alcunché.
Quelli che protestano, o anche solo rilevano la circostanza, hanno tutti meno potere di lui.

Significherà qualcosa.

Tags: , , , , , , , , ,

Post correlati


amici di emma e di sacconi

• martedì, giugno 22nd, 2010

Mi stavo domandando come vivano, coloro che hanno votato sì al referendum sull’intesa con la Fiat a d’Arco, il fatto che Sacconi osi dire che grazie a loro «da oggi il Paese è più moderno», e il fatto che la Marcegaglia dica che la verosimile vittoria del sì è espressione di «responsabilità».

Capisco che possano aver votato sì; lavoro da quasi vent’anni e le logiche di potere, di sopraffazione e di disponibilità schiavile che ho visto e vedo nei posti di lavoro mi indignano ma non mi stupiscono più.
Ma quando dovessi scoprire di essere d’accordo con Sacconi e con la Marcegaglia – o quantomeno di essere stata uno strumento che consente a entrambi di dichiararsi vincitori – io mi farei delle domande alle quali darei probabilmente risposte per me stessa molto dolorose.

Dice Sacconi che è stata «isolata la logica del conflitto».
Cosa vuol dire?
Il conflitto o è nelle cose o non è.
Non c’è una «logica» del conflitto; c’è una realtà del conflitto, oppure un’assenza di conflitto.
Parlare di «logica del conflitto» significa usare le parole in modo ideologico, insultante (il sottosenso è che c’è chi vuole creare un conflitto fasullo in assenza di un conflitto reale; il che significa essere disonesti) e – a rigore – insignificante.

L’ennesimo esempio di quanto le parole abbiano perso il loro senso originario.
Di quanto esse, grazie a noi, siano diventate schiave dei contenuti apparenti di cui le hanno riempite gli altri.
Di quanto, ucciso anche grazie a noi il loro senso originario, esse abbiano creato, nella loro nuova insignificanza, un nuovo universo parallelo e alternativo alla realtà.

E questo Sofri, a differenza di quello sulla querelle nata dal libro di Dal Lago, mi pare molto bello.

Tags: , , , , , , , , , ,

Post correlati