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emergency, voce del verbo «centrare»

• sabato, aprile 10th, 2010

Da qui:

centrare

Sillabazione/Fonetica [cen-trà-re]
v. tr. [io cèntro o céntro ecc.]
1 colpire nel centro: centrare il bersaglio
2 mettere, fissare nel centro; equilibrare: centrare una ruota | centrare un’immagine, un soggetto, (foto.) inquadrarli nel centro del mirino
3 nel gioco del calcio, inviare verso l’asse longitudinale del campo; traversare, crossare
4 (fig.) cogliere con precisione: centrare un problema; centrare un personaggio, interpretarlo bene, detto di attore.

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il piacere della parola che vola libera, potente e feconda

• sabato, marzo 20th, 2010

Grazie a James O’Neill (god bless you, man), ho scoperto i podcast di Stephen Fry, che ho gratuitamente scaricato da iTunes.

Quello sul linguaggio – mezz’oretta di ascolto a tratti un po’ ostico – è estremamente interessante per il gran numero di pieghe interiori che – tra mente, pancia e cuore – distende, sollecita e stiracchia.
Lo si trova qui.
Ne riporto un passaggio secondo me cruciale.

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cronaca semiseria di una disperante débâcle

• mercoledì, febbraio 10th, 2010

Per le mie letture è un periodo strano.
Veramente è un periodo strano per qualunque cosa abbia a che vedere con me.
Comunque, per limitarmi ai , sta succedendo questa cosa strana.
Va bene che – come tutti i pigri dentro – dopo aver letto «Come un romanzo» di Pennac avevo finalmente capito che interrompere la lettura di un libro che non piace è un diritto di qualunque lettore.
Però, insomma…

Qualche mese fa, dopo aver speso un paio d’anni e forse più ad acquistare e leggere quasi esclusivamente in inglese, a parte i volumi da considerarsi «capitali», ho deciso di fare una comperata di ; ultime uscite, o comunque recenti.
Un po’ di tutti i tipi: di genere, romanzi di formazione, volumetti mainstream, antologie, capolavori annunciati, tomi alti alti, librini esili scritti in corpo 14, sedicenti romanzi.
Apocalittici e integrati, insomma.

Ne ho cominciato uno.
Bello. Che bella frase.
Una bella frase ti fa appassionare a uno scrittore, fa nascere un sentimento.
Ma dopo la bella frase ci sono non frasi brutte – che sarebbe ancora niente – ma frasi insignificanti, gorgheggi sonori.
Niente .
Ok.
Chiudo il libro.
Passo a un altro.

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superfacebook

• lunedì, febbraio 1st, 2010

Succede una cosa curiosa, su .
Abbondano i superlativi.
C’è un fiorire di entusiasmoni.

Le donne sono tutte «bellissime» (con una certa qual prevalenza della variante «bellissima dentro», sottospecie che – sola – d’altronde garantisce eccellenza intellettuale); gli scrittori son tutti bravissimi e tutti fan loro i complimenti, anche quando postano poesiole così così; gli appuntamenti son tutti da non perdere, e «oggi sono recensito qui»; i tutti fantastici, gli spunti di riflessione sempre interessantissimissimi.
Sotto i thread aperti da nomi un po’ vippini c’è tutto un «uau».

Un Niagara di iperboli; un oceano di amori.
Bah…
Mi pare strano che gente che nella vita fatica a guardarti in faccia diventi super-espansiva su Fb.
Si sta formando una specie di galateo informale, ancora non codificato, di relazioni superlative e dopate da punti esclamativi sentimentali.

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lo stile e le storie

• lunedì, gennaio 11th, 2010

Ascoltando The Angel Share di Ailie Robertson con una tazza di latte bollente mescolato a miele e del – parola d’onore: non una cazzatina qualunque – per cercare di limitare i danni di un raffreddore da panico che spero non si abbassi a gola e bronchi, riflettevo su una cosa.

Riflettere forse è un verbo improprio, se non altro perché questo del fa 52 gradi (all’ombra o al sole è uguale) e l’assetto neuronale tende a risentirne con rapidità.
Però.
Stavo pensando all’importanza della storia, dell’intreccio, della , in un libro; se di o no, non fa differenza.

A me piace molto leggere cose scritte in una bella lingua, con una loro bella musica interna.
Ma molto di più mi piace leggere belle – intese come tragitto di fatti ed emozioni da «a» a «b» – ben scritte.
Mi piace «sentire» e capire nello stesso tempo.

Non sopporto l’, la prosa esangue, o al contrario il giro di frase barocco e sinuoso come un testiera di letto di ferro battuto.
Non mi piace vedere in trasparenza l’ di chi ha scritto.
Mi sembra inutile e senza eleganza.

Nella prosa – perché la poesia è un’altra faccenda – non mi piace una frase che può significare una cosa, oppure un’altra, o un’altra ancora.
Non mi piace l’ambizione al Perenne, al Sacro, al Divino.
Non mi piace la rarefazione.
Non mi piace l’orrido splatter ma neanche l’orrido-minimalista, quello che «l’orrore è nelle cose, io non devo fare altro che descriverle con il distacco di un obiettivo fotografico»; e neppure l’estroflessione dei visceri con gocciolamento di sangue annesso.

In quel che leggo mi piace che ci siano carne, e storia, e cose che succedono.
Non solo pensieri, o pensieri sulle cose che succedono, piccoline laggiù sullo sfondo, banali pre-testi che danno il la al genio.
Non mi capacito del motivo per cui quelli molto fighi pensano che le trame siano preoccupazioni volgari, da piccolo-borghese dell’universo letterario; che i con una siano letteratura bassa.

Ma forse non capisco per colpa del del .
Essere astemi ha i suoi svantaggi.
E pensare che tanta gente che scrive rende meglio da ubriaca…

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