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lindos

• giovedì, settembre 2nd, 2010

Sono a Lindos.
Tra gli asini (a quattro zampe), vicino a una piscina, col mare in vista.
Non mi ricordavo che questo mare fosse così intensamente blu.
Mi sento meglio.

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buon compleanno, giovanni

• domenica, agosto 22nd, 2010

Undici anni fa a quest’ora mancavano pochi minuti al momento in cui mio figlio – per l’immaginazione che me ne sono sempre fatta, naturalmente non scientifica – grattò con le unghiette dei piedi e «ruppe le acque».

La sensazione di serena inevitabilità che ho provato in quel momento non l’ho riprovata mai più. Mai più, intendo, accoppiata con un sentimento di sincronia con l’universo e con una totale e incondizionata fiducia nel .

Andando all’ospedale, mentre Marco strombazzava per farsi largo, pensavo che di lì a poco avrei conosciuto mio figlio e la città mi sembrava trasfigurata e illuminata da questa mia consapevolezza.

L’ultima immagine prima dell’anestesia generale – era podalico, e il cesareo era stato qualificato d’urgenza – è stata un prato verdissimo e fresco. Il vento muoveva i fili d’erba e li faceva diventare lucidi.
«Siamo nelle vostre mani», ho detto ai medici in sala parto.

E quando mi sono svegliata avevo un figlio, e Marco era diventato un padre.

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la ragazza semplice di sempre

• sabato, agosto 14th, 2010

La verità, penso, è che le relazioni fra le persone hanno molti colori, ed è impossibile viverne di monocromatiche. Credo che la vita sia fatta così, e che si debba solo prenderne atto.

Un signore che si chiama Rossano Scaccini ha letto il romanzo «».
Il gli è piaciuto.
Mi ha scritto per dirmelo, ed è stato così gentile da volermi addirittura intervistare per il suo blog.
Grazie.

Dall’intervista viene fuori una tipa che a me sta simpatica.
Ecco.
L’ho detto.

Ps. Il titolo è falso: non sono né ragazza, né semplice.
Però dirlo fa tanto diva.

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amarezza

• lunedì, luglio 19th, 2010

A volte succedono cose che amareggiano proprio.
L’amarezza ha un nome proprio esatto: sulla lingua e nello stomaco resta veramente un gusto amaro.

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«vorrei fare il bambino ma sono andato avanti»

• domenica, luglio 11th, 2010

Tornando in auto dalla piscina, stasera, dopo aver visto la partita.
Io a mio figlio: «Ma perché se ti chiedo un favore garbatamente tu mi rispondi scompostamente, come se stessi tentando di dirmi “ma cosa vuoi da me? Io sono , ho cose importanti da fare e non è che posso stare qua a sentir gente che ha bisogno di piaceri e mi chiede per cortesia!”?».
Il babbo: «È tutto il che reagisci così. Reagisci con stizza come se volessi fare il figo e poi, quando ti si rimprovera, ti viene da piangere…».
Lui, il quasi undicenne, con voce quasi rotta: «Posso dire una cosa?».
Noi: «Sì».
«È che io vorrei fare il ma non mi ricordo più come si fa. Mi sembra di essere andato troppo avanti, ormai».

Io non so dove le trova, le parole.
Ho sentito tutta l’angoscia di crescere.
Mamma mia.

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la mia trinità maschile

• venerdì, giugno 11th, 2010

Ho sognato che io, Marco, Giovanni, mia madre e mia zia andavamo in un prato bellissimo, lucido di verde.
C’era un sole fantastico, il cielo era azzurro.
Noi donne eravamo vestite di chiffon, con cappelli a larghe tese, come se dovessimo andare a uno di quegli eventi mondani anglosassoni dove ci sono cavalli e affini.
Prima di celebrare quest’evento festoso che non sapevamo quale fosse, dovevamo però salutare meglio mio zio, il fratello di mia madre morto da poco, perché non eravamo soddisfatti di come l’avevamo salutato.

Allora un tale vestito in modo grottesco, come un cameriere sulla scena di una commedia, e truccato di nero sugli occhi, con le guance fucsia-rosse dei clown, ci ha portato la bara.
Gli era leggera, tanto che l’ha messa verticale senza sforzo davanti a noi.
Sul coperchio c’era una statua a grandezza naturale. Mi ricordava le cose etrusche, solo che questa statua era distesa sulla schiena.

Ha cominciato a guardarci muovendo gli occhi qua e là.
Poi ho realizzato che era tutto il volto a diventare espressivo, con la stessa concentrata e allegra lentezza con cui mio fratello – handicappato – comincia uno dei suoi lunghi sorrisi di affetto quando ci vede.
Il volto, come imprigionato in una fissità necessaria, è diventato luminoso.

Mi dava l’impressione che mio zio diventasse sempre più lieto, sempre più benevolo, sempre più indulgente.
Senza parlare diceva «lo so che avevate ragione, quando mi dicevate che non dovevo affrontare le cose così di petto e io mi arrabbiavo; so che dovevo essere più gentile con me stesso».
Che sguardo felice di vederci, e sereno, e paterno.

A un certo punto quella statua si è manifestata anche come , che è morto quando avevo 18 anni.
Non so che cosa mi ha fatto pensare che «contenesse» anche ; ma c’era anche lui.

Era la mia trinità maschile, insomma.
.
Mio zio, che mi ha portato non all’altare perché non mi sono sposata in chiesa, ma alla stanza del municipio dove mi aspettava Marco.
Mio fratello, l’unico dei tre vivo; una persona per la cui vita ho temuto fin da quando lui è nato, quando avevo cinque anni e un po’.
La mia trinità maschile di vivi-morti.

Il mio passato, porzione maschile.
Chissà qual è la cosa con cui sto facendo i conti inconsapevolmente.
Chissà perché questo sogno l’ho fatto a Dublino, che evoca la parte femminile e materna di me e della mia storia.

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l’esilio dal mondo dei piccoli

• mercoledì, giugno 9th, 2010

Oggi per mio figlio è stato l’ultimo di scuola delle elementari.
Immagino cosa debba essere stata l’intera mattinata: combattuto fra la gioia di sapersi certificato come un grandicello, l’angoscia di non sentirsi pronto, il dolore di lasciare i compagni e le maestre, l’ansia e la sorpresa di scoprirsi improvvisamente e in via definitiva privato a tradimento di un pezzo così importante dell’identità – scolaro delle elementari – senza che nessun «organismo sociale» dotato di autorità abbia ancora reso disponibile una minima identità di ripiego.

Io non c’ero, e questo non mi fa sentire né bene né fiera di me; però so che lui, come molti altri compagni, ha pianto, ed è arrivato perfino a ipotizzare la soluzione di una bocciatura collettiva.

Beh. Ho pianto un po’ anch’io.
Ho rivissuto il senso di esilio, di , che ho provato ad ogni cambio di status della mia vita, accompagnato dall’eccitazione per un percorso nuovo.

Alle elementari, poi, si entra con una concezione del tempo larghissima, vicina all’eternità. Un anno è per sempre; figuriamoci cinque.
E invece finiscono.
E invece cresci.
E invece non puoi più tornare in quella classe con quei compagni, perché sei diventato , e questo ti fa anche piacere ma ti proietta nella dimensione del cambiamento e quindi ti mette in crisi perché vorresti resistere, continuare ad essere piccolo.

Così come, da genitore, vorresti rimanere il genitore di uno scolaro, e non di uno studente. È anche – eccome – una sfida all’identità di una madre e di un padre, credo.

Se leggi il post da casa, Giovanni, un abbraccio speciale per te.
È vero che sei , ma sei piccolo.
Sei un piccolo .
E gli occhi di mamma e papà vedono in te anche il neonato che sei stato. Perfino l’ecografia, vedono, sovrapposta ai tuoi lineamenti di adesso.

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confessioni impegnative

• mercoledì, giugno 2nd, 2010

Qualche sera fa, già in pigiama e nel suo lettino, mezzo assonnato mio figlio mi ha chiesto: «Mamma, ma quand’è che hai cominciato a fare pensieri da ?».

‘Azzo.
Ci ho dovuto pensare.
«Preoccupazioni a parte, non ho ancora cominciato. Credo ancora alla magia delle cose».
S’è addormentato quasi subito.

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è morto mio zio

• mercoledì, aprile 28th, 2010

Questa sera è morto mio zio.
Ha aspettato che finisse la partita dell’Inter, che non era in grado di vedere e meno ancora di assaporare. Però ha aspettato.
Non poteva che essere così. L’ultima gioia se l’è presa da lì, magari inconsapevolmente.
I medici dicevano che era un paziente difficile. Chiedeva e voleva sapere, e ai medici a volte questa cosa sembra inaccettabile.
Penso che i medici dovrebbero fare un percorso di analisi su di sé durante gli studi, per attrezzarsi a non trasformare in rudezza o in contegno scostante il dolore latente e la disperazione esistenziale di lavorare sulla soglia fra la vita e la morte.

L’Inter va in finale di Coppa dei campioni per la prima volta da 38 anni.
Mio zio non poteva perdersi questa notizia.
Si chiamava Umberto.

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piccoli jet-lag

• giovedì, aprile 15th, 2010

Da qualche ho cambiato orario di . E anche , per la verità. Sempre nello stesso giornale, ma in un’altra redazione.
Dopo diciott’anni di notturno, sono in pieno jet-lag.
Mentale, fisico, emotivo.
Mi sento confusa, e l’unica cosa che fino ad ora mi è chiara è che – perlomeno per adesso – con questi orari mangio meno.
Non mi ritrovo più davanti ai distributori automatici di cibarie impacchettate a guardare le prigioni dei crackers dei biscotti e dei panini con l’aria persa e gli occhi vuoti e incerti.

Non sono ancora riuscita, come invece avrei voluto, ad andare al cinema o a cena fuori, né ho ancora invitato amici a cena.
Però ho già visto due dvd, uno dei quali è Nel Nome del Padre, con uno spaziale Daniel Day Lewis.

Bazzico molto meno , ma questo è un processo che era già cominciato prima.
Non c’è niente da fare: il volto che di sé presentano le persone su a volte mi indispettisce, mi irrita.
Ho perso il conto dei «nascondi» che ho cliccato.
Mi fa sentire meglio.

E io ho veramente bisogno, veramente, di sentirmi meglio.

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piesse coprolalico

• venerdì, aprile 2nd, 2010

Più che un post, una virgola.

Che giornatina di merda.
E io ho così tante .

Finito.

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