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la mia trinità maschile

• venerdì, giugno 11th, 2010

Ho sognato che io, Marco, Giovanni, mia e mia zia andavamo in un prato bellissimo, lucido di verde.
C’era un sole fantastico, il cielo era azzurro.
Noi donne eravamo vestite di chiffon, con grandi cappelli a larghe tese, come se dovessimo andare a uno di quegli eventi mondani anglosassoni dove ci sono cavalli e affini.
Prima di celebrare quest’evento festoso che non sapevamo quale fosse, dovevamo però salutare meglio mio zio, il fratello di mia morto da poco, perché non eravamo soddisfatti di come l’avevamo salutato.

Allora un tale vestito in modo grottesco, come un cameriere sulla scena di una commedia, e truccato di nero sugli occhi, con le guance fucsia-rosse dei clown, ci ha portato la bara.
Gli era leggera, tanto che l’ha messa verticale senza sforzo davanti a noi.
Sul coperchio c’era una statua a grandezza naturale. Mi ricordava le cose etrusche, solo che questa statua era distesa sulla schiena.

Ha cominciato a guardarci muovendo gli occhi qua e là.
Poi ho realizzato che era tutto il volto a diventare espressivo, con la stessa concentrata e allegra lentezza con cui – handicappato – comincia uno dei suoi lunghi sorrisi di affetto quando ci vede.
Il volto, come imprigionato in una fissità necessaria, è diventato luminoso.

Mi dava l’impressione che mio zio diventasse sempre più lieto, sempre più benevolo, sempre più indulgente.
Senza parlare diceva «lo so che avevate ragione, quando mi dicevate che non dovevo affrontare le cose così di petto e io mi arrabbiavo; so che dovevo essere più gentile con stesso».
Che sguardo felice di vederci, e sereno, e paterno.

A un certo punto quella statua si è manifestata anche come mio padre, che è morto quando avevo 18 anni.
Non so che cosa mi ha fatto pensare che «contenesse» anche mio padre; ma c’era anche lui.

Era la mia trinità maschile, insomma.
Mio padre.
Mio zio, che mi ha portato non all’altare perché non mi sono sposata in chiesa, ma alla stanza del municipio dove mi aspettava Marco.
, l’unico dei tre vivo; una persona per la cui vita ho temuto fin da quando lui è nato, quando avevo cinque anni e un po’.
La mia trinità maschile di vivi-morti.

Il mio passato, porzione maschile.
Chissà qual è la cosa con cui sto facendo i conti inconsapevolmente.
Chissà perché questo sogno l’ho fatto a , che evoca la parte femminile e materna di e della mia storia.

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corrispondenza sul post con la foto di francesco

• domenica, novembre 22nd, 2009

schiuma_di_movimento_in_mareHo ricevuto questa lettera.

Cara Federica,
ho visto e letto il tuo pezzo passando da Vibrisse e poi al tuo blog.
Dico «visto», perché mi ha colpito molto la . Tu e tuo fratello vi assomigliate molto.
Ho lavorato quattro anni in un centro disabili con un direttore molto bravo: Mario Paolini (fratello di Marco), pedagogista con buone idee e passioni. Ho avuto molto a che fare con tetraplegici (definiti in una scala di gravità della patologia, «gravissimi», bisognosi cioè di assistenza pressoché totale); dico questo in quanto, sempre dalla vista, mi pare che tuo fratello sia tetraplegico (gravissimo?).

Quanto letto, mi ha colpito molto di più.
Nonostante la mia pratica, benché consideri ogni persona un essere umano a sé, pur sapendo per prassi, per averci messo naso, mani, intelletto, sentimento, che questo vale anche per gli handicappati (sì lo so, inizia a scricchiolare tutto), ho sempre mantenuto delle riserve in riferimento a un tema così complesso.
Leggendo le tue parole queste riserve (le avevo messe a riposo: non mi occupo più di disabili da circa dieci anni) sono riemerse.

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il dolore e la rabbia

• venerdì, novembre 20th, 2009

pecore_cis_e_pecore_trans(Non credete di stare guardando il mio dolore. Quello che vedete è il vostro.

Quello che già sapete di provare e quello che avete paura di provare un giorno).

Da quando ho pubblicato la foto con e il post in cui parlavo un pochino di e della mia famiglia sto facendo i conti con reazioni che somigliano tremendamente a quelle con cui ho fatto i conti per tutta la mia vita fino ad ora.
Ne parlo tra un attimo, però.
Ora voglio dire della .

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handicap, emozioni e minimi eroi di comodo/2

• giovedì, novembre 19th, 2009

guerra_nei_cieliMi sono resa conto anch’io che se ho pubblicato la mia e di è perché – in un modo che non so e per strade che per ora non saprei ripercorrere a ritroso – qualcosa dentro di è cambiato, s’è spostato, ed essendo rotolato sotto un’altra fonte di illuminazione ora preme per uscire, e vuole rendersi riconoscibile e nominabile.

Per adesso, è successo che ieri sera mi ha chiamato Marco, mio marito, mentre ero al lavoro.
«Ho letto», mi ha detto.
«Cos’hai letto?», gli ho chiesto.
«Il tuo post».
«…».
«La », ha detto. «Hai messo la . Cosa sta succedendo? Qui c’è qualcosa», ha detto.

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handicap, emozioni e minimi eroi di comodo

• mercoledì, novembre 18th, 2009

io_e_francesco è entrato nella pubblica immediatamente dopo l’approvazione della legge 517 del 1977.

La legge – recependo il lavoro che portò al documento del ’75 della commissione presieduta dalla famosa (famigerata?) Franca Falcucci – prevedeva l’inserimento dei bambini handicappati nella stessa dell’obbligo a cui avevano accesso tutti gli altri.

la meta

Ricordo le riunioni, i viaggi, le telefonate, le discussioni di mia nell’associazione di cui faceva parte. I congressi straordinari convocati per discutere la legge.
Che momento, nella mia vita personale.
Quando penso a tutto questo, mi rendo conto di quanta tenerezza posso provare per stessa e per la mia storia.
Sembrava che i miei e io avessimo una meta – l’ottenimento della legge e, di conseguenza, una nuova speranza di presenza di nella vita – e che raggiungere le mete fosse una cosa possibile.

classi differenziali

Queste cose mi venivano in mente leggendo il pezzo che Repubblica dedica oggi ai tagli agli , suggerendo che l’obiettivo della politica governativa possa essere la ricreazione delle classi differenziali (cosa che peraltro scrivevo qui il 15 ottobre dell’anno scorso).

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