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la personaggità e i giochi di società

• mercoledì, febbraio 3rd, 2010

A margine di pensieri «sociali» che, sebbene piuttosto formalizzati già ora, prenderanno nelle prossime ore una struttura più solida, mi veniva da interrogarmi su un punto che rasenta il nichilismo.

Premessa: mi faccio un giro su e leggo in un thread – ma se ho capito male chiedo scusa – una garbata lamentela sul fatto che ora vanno sciaguratamente di moda i libri che hanno una storia che ha un inizio, uno svolgimento e una fine, e per essere letti non hanno bisogno del vocabolario.

Stavo cominciando a scrivere una domanda sotto quel thread.
Perché, volevo chiedere, una storia e una lingua comprensibile non vanno bene?
Perché una cosa non può essere bella e anche comprensibile?
Oppure: perché devo prendere per forza il vocabolario per capire cosa sta dicendomi un Autore – maiuscola obbligatoria – che non mi sta nemmeno raccontando una storia?

Volevo scrivere.
Poi mi son detta «Fede, lascia stare. È un gioco, e in quel gioco tu non c’entri».

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gli homeless come fatto estetico

• domenica, gennaio 17th, 2010

In genere, la stilista Vivienne Westwood non mi dispiace, per il suo gusto dissacrante e l’amore per l’eccesso disarmonico.

Adesso lancia in passerella ciò che i giornali definiscono il «look » spiegando anche – lo fa Repubblica.it – che è «meglio che ».

I modelli sono truccati da persone sporche, coi capelli tinti da ciò che dovrebbe ricordare la polvere che annoda e sbianca i capelli di chi vive per strada.

Io vorrei francamente sapere da quale punto di vista è meglio essere che , però: non credo che non aver niente con cui vivere sia un titolo di merito, né una condizione augurabile.
E se il punto di vista è quello morale non c’è comunque nessuna garanzia del fatto che un diventato banchiere si comporterebbe da invece che da banchiere.

E poi: come si comporta un ?
E ancora: chi non può lasciare nessuno sul lastrico perché non ne ha il potere è forse migliore di chi non intende lasciar nessuno sul lastrico perché non vuole?

Trattare le persone senza casa come un fenomeno estetico e di costume mi irrita, anche se riconosco che depotenziare la negatività di un’«immagine» (chiamiamola impropriamente così) può avere un senso.

Il fatto è che non mi piace l’idea di vedere per le strade i riccastri travestiti da e magari pensare che con quegli abiti essi siano anche convinti di compiere un’azione moralmente significativa.

E non mi piace neanche che i vestiti della Westwood costino così cari: forse, se costassero quanto costa uno straccio, l’operazione mi sembrerebbe più coerente.
Non che la coerenza sia in sé un valore.
Ma se fossi una mi incazzerei.

Mi viene in mente Gramsci.
«I popolani, per il Manzoni, non hanno vita interiore, non hanno personalità morale profonda; essi sono animali e il Manzoni è benevolo verso di loro proprio della benevolenza di una cattolica società di protezione di animali».
Magari non c’entra, ma a volte le associazioni di idee non perdonano.

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un indiano non può stare dalla parte dei cowboys

• martedì, novembre 10th, 2009

Non so quando troverò il tempo di descrivere per bene l’effetto che mi fa allontanarmi dal luogo dove vivo. A volte mi sembra che mi consenta di vedere le cose come in una prospettiva assonometrica (che è poi come mi capitava di sognare il mondo in un periodo speciale della mia vita), contemporaneamente percependo il dentro e il fuori delle cose, e il dentro e il fuori di me.

Uscire dal luogo dove vivo mi dà un punto di vista non solo fisicamente diverso. Per questo – e non dico niente di nuovo – l’esperienza del è cruciale.

Ma oggi io voglio usare il mio blog – che effettivamente è mio e dunque mi consente di dire quel che mi piace, anche se entro i limiti del penalmente e del moralmente lecito – per dire una cosa a un mio amico.

La cosa è questa, e per me è importante.
Non c’è alcun modo – ricordatelo, amico mio – per riuscire ad essere contemporaneamente da una parte e anche dall’altra.
È bello sognare che si possa stare dalla parte dei cowboys pur essendo indiani (o viceversa, che in fondo è più simpatico).
È bello pensare che «Do the right thing» di Spike Lee potesse finire anche in un altro modo.

È bello. Ma non è possibile.
Amico mio, ascolta qui.
Delle proprie omissioni si porta la responsabilità esattamente allo stesso modo in cui si porta la responsabilità delle proprie azioni.
Ognuno vive la sua realtà e ne porta il peso e la responsabilità.
Non si può contemporaneamente essere se stessi e essere un altro: è una questione non solo tecnico-fisica, ma anche e soprattutto morale.

Non si può chiedere indulgenza agli indiani per le cose che si fanno in quanto cowboys (visto che abbiamo invertito i termini).
Le cose da cowboy van fatte e basta.
Un indiano non può stare dalla tua parte.

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«io sono morale perché vi racconto bugie»

• lunedì, settembre 28th, 2009

il_fantasma_di_nataleCito da qui:
«Abbiamo introdotto un nuovo elemento nella politica italiana: la moralità. La moralità è quella di mantenere gli impegni elettorali. Abbiamo firmato un contratto con gli elettori che ci siamo impegnati a rispettare».

In molti sono rimasti colpiti dal fatto che Berlusconi, nella stessa sede in cui ha parlato della moralità, abbia preconizzato l’eternità del proprio potere.

A me però pare più rilevante la frase che ho copiato tra virgolette.

Non voglio infilarmi nella questione di cosa sia morale cosa no, né men che mai argomentare sui comportamenti di Berlusconi e sulla loro coerenza con il concetto di moralità.
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l’«utilizzatore finale»

• mercoledì, giugno 17th, 2009

facciamo_luceIn relazione alla vicenda politico-postribolare di cui tratta – con i guanti gialli, ipotizzando fin d’ora che possa essere tutto falso – il Corriere di oggi, segnalo l’incredibile difesa dell’avvocato di Berlusconi, , che dice questo:

«Qualsiasi ricostruzione si possa ipotizzare, ancorché fossero vere le indicazioni di questa ragazza e vere non sono, il premier sarebbe, secondo la ricostruzione, l’utilizzatore finale e quindi mai penalmente punibile».

A parte l’uso scorretto della congiunzione «ancorché» (eventualmente da sostituire con un «se anche»), l’avvocato Ghedini sta dicendo che se anche questa ragazza dice il vero – e cioè che è stata pagata per andare a feste berlusconiane, e che è stata pure ulteriormente ricompensata con la candidatura – beh, che male c’è?

In quel caso Berlusconi non sarebbe che l’«utilizzatore finale» dei servigi femminili per i quali la procura pugliese ipotizza – sembra – l’induzione alla prostituzione, e poiché egli non ne trarrebbe alcun vantaggio economico il suo comportamento non sarebbe penalmente rilevante.

Ghedini dev’essersi distratto, o forse crede che qualunque cosa faccia Silvio sia ben fatta, per definizione: ciò che infatti sostiene è che se la ragazza dice il vero e se si dimostrerà che la procura ha ragione, Berlusconi sarebbe solo un «utilizzatore finale» di prostitute.
Niente di penale.

Siamo così assuefatti a tutto, che la linea di difesa di Berlusconi si attesta sull’«e anche se per assurdo fosse un puttaniere?».

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idee un po’ così

• martedì, marzo 10th, 2009

un_uomo_leggeC’è qualcosa di peggio che avere a che fare con la stupidità, la disonestà, le persone che pensano d’esser così furbe da potersi tenere al riparo dalle minacce che turbano gli altri, i scemi?

C’è qualcosa di peggio che sopportare i senza poterglielo dire in faccia per pure ragioni di codice penale?

C’è qualcosa di peggio che dover tollerare i soprusi dei bastardi e degli incompetenti?

Di chi non capisce le responsabilità che ha nel condurre tutti verso una tragedia, un baratro?

Credo di no.
Le malattie, forse.
O la povertà nera.
Quella alla quale molti si stanno avvicinando mentre la lattina di cocacola senza collo se la ride e dice «consumate consumate».

L’uomo della foto è seduto sotto casa mia.
La foto è dell’altra notte, quando l’ho visto tornando dal lavoro mentre leggeva il giornale.
La cosa che mi ha sconvolto è che nel momento in cui passavo io stava leggendo le pagine di economia e finanza.
E allora ho pensato che questi tempi sono tempi orrendi.

Né mi ha tirato su di morale questo pezzo di Michele Serra, del quale non condivido l’ultimo capoverso: all’arco della cosiddetta opposizione non c’è nemmeno quella freccia che dice lui.

Che se lo lasci dire da me.
Qui a Verona le cose succedono prima che altrove, e noi in questa città – in ogni singolo consesso collettivo-comunitario – le stiamo vedendo tutte: è proprio finita, non c’è niente da fare.
Come d’altra parte testimoniano questo video in cui herr professor Califano ci insegna a vivere e questo pezzo che invito a leggere fino in fondo.

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