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una partita col corpo

• martedì, dicembre 8th, 2009

6_12_2009Domenica pomeriggio sono andata con mio figlio a vedere una partita di serie A2 femminile di .

Sono rimasta molto impressionata dall’incredibile bravura delle giocatrici, soprattutto nei fondamentali che una volta si ritenevano prerogativa maschile, come gli attacchi, i muri e le battute al salto.

Se questo è il «» pallavolistico, non mi stupisco che la nazionale femminile stravinca in campo internazionale.

Ma appena al di sotto di questi pensieri superficiali – e accanto al piacere profondo di essere con mio figlio a vedere una partita dello sport che così tanto ha significato per me – una corrente di struggimento e di malinconia ha percorso le mie fibre più nascoste.

Mi sembrava che nei miei muscoli e nel mio quei movimenti che vedevo fare alle atlete fossero ancora impressi come un’indelebile memoria di indimenticabili.
Un’alzatrice palleggiava, e io mi sentivo palleggiare.
Una seconda linea riceveva, e io sentivo il pallone che colpiva le mie braccia, e le mie gambe piegarsi per ammortizzare la violenza del colpo.
Una contesa a rete, e io sentivo il pallone tra le dita, ne apprezzavo sul palmo la curvatura e la consistenza.

Sono stati attimi di smarrimento, perché era come se non riuscissi a comprendere fino in fondo che il tempo era passato.
Ero ancora undicenne, o ventenne, nel rumore di una palestra, con la suola delle mie Tiger che faceva attrito sul parquet o sul linoleum, con le ginocchiere che stringevano un po’ ma in un modo così inevitabile e naturale che me ne accorgevo solo a partita finita.

Guardavo quelle atlete e non riuscivo a dar loro un’età.
Non perché non fosse evidente che avevano più o meno una ventina d’anni (erano in quel giro d’anni) ma perché io mi vedevo in loro ed ero io quella a cui mancava un’età.
Mi vedevo dentro quei movimenti, capace di quei movimenti, con quel , con quella struttura e quella elasticità, ma in qualche cassettino della mia consapevolezza io sapevo – e non volevo sapere – che quegli e quella specie di carica a molla, quella resistenza agli urti e all’usura intensiva, lasciato quello sport da tanti anni, io non ce li ho più.
Eppure, me li sentivo dentro, e sulla pelle, e nei muscoli.

Che sensazione.

(Foto Liborio e Matteo Piancastelli, da qui)

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bacon mi sta dicendo qualcosa

• domenica, novembre 15th, 2009

bacon_centenary_exhibition

Domenica scorsa, esattamente una settimana fa, sono andata a vedere la mostra che la Hugh Lane Gallery di ha dedicato a nel centenario della nascita, avvenuta – chissà perché lo ripetono veramente dappertutto – al 63 di Lr. Baggot Street.

Ho preso il catalogo, ho ascoltato interviste su Internet, ho letto, ho visto.
Ho letto qualcosa della sua vita, di cui non sapevo niente.
Il padre militare opportunista; la madre ricca, di origine irlandese; la nonna a cui era tanto legato.
La consapevolezza piuttosto precoce della propria omosessualità, l’assenza di educazione formale all’.

Il fatto che la notte precedente a una sua fondamentale mostra parigina apprese che il suo amante era stato trovato morto in albergo. E che un’altra volta, prima di un’altra mostra non ricordo dove, seppe che un altro amante era morto.

La vasca da bagno in cucina.
E lo studio.
Lo studio londinese pieno di cose, tutte accatastate l’una sull’altra.
Spizzichi e bocconi di una vita strana, di un uomo che – disprezzato come fu dal padre, forse – negli occhi non sembra portare nessuna luce di autocompiacimento.

Dopo la sua morte, l’erede donò lo studio intero alla Hugh Lane, il cui staff fotografò e catalogò ogni pezzo, ogni libro, ogni foto, ogni straccio, ogni tubetto di colore, ogni scatolina, ricreando poi al museo lo studio in ogni suo più minuto particolare.
Un lavoro certosino e in qualche misura anche feticista.

La mostra raduna opere famose, disegni, schizzi, ritagli di giornale, opere incomplete, foto, pezzi di immagini, appunti, biglietti, tele tagliate e private di molte delle loro parti a causa del fatto che a Bacon non piaceva com’erano venute. C’è anche l’autoritratto al quale stava lavorando quando morì, nel 1992.
Che orrore capire che la morte può arrivare quando ancora non hai finito di fare.

Sono rimasta molto impressionata da quel che ho visto, e da quel che ancora sento a una settimana dal momento in cui l’ho visto.
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