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la città che c’era, la musica che c’è

• giovedì, agosto 12th, 2010

De Curtis from Tannen Records on Vimeo.

Sulle immagini bellissime e a modo loro struggenti di un super8 del 1959 intitolato « all’alba», la musica di Lugana Addio dei .
A piace.
Altre notizie qui.
Loro, di sé, dicono questo.

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release (me)

• martedì, luglio 6th, 2010

Giusto perché su YouTube non c’è traccia di «Amber», un grande pezzo degli Afro Celt Sound System.
«Eireann» c’è, però. Vale.
E vale anche questa «Release» cantata (anche) da Sinéad O’Connor.

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le bolle di sapone

• giovedì, giugno 10th, 2010

Le notizie del giorno sono quattro, oggi.
La prima è che da Avoca ho comprato sei cucchiaini colorati, uguali a quelli che, più lunghi, avevo comprato l’anno scorso.
Sono piena di cucchiaini comprati da Avoca, a casa.

La seconda è che ho comprato il disco di un gruppino di ragazzi che suonavano musica irlandese reggaeggiante con qualche puntata nella russeggianteria (si vede che sono esperta).

La terza è che sono rimasta come una scema a guardare un tale che producendo enormi e oblunghe faceva ridere i bambini e commuovere , che sono notoriamente fragile e scema (mi pare di avere ottenuto la prova provata).

La quarta è che c’è il sole.
Non ci posso credere.
C’è il sole.
Il sole si è ricordato che esiste anche l’Irlanda.
Nei giorni passati c’è stato un freddo da paura.

A volerla dire tutta, potrei aggiungere una quinta notizia: l’ palestrato Declan respira male, è come se fosse sempre in affanno, fa strani rumori con la bocca come se stesse schioccando parti che normalmente nessun corpo possiede, e fa un sacco di rutti. Silenziosi, ma rutti.

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no one is walking too far ahead

• venerdì, maggio 14th, 2010

Sometimes you picture
I’m walking too far ahead
You’re calling to , I can’t hear
What you’ve said
Then you say go slow
I fall behind
The second hand unwinds

E c’è chi sa il perché.

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patti smith e la mia pelle

• venerdì, marzo 19th, 2010

.
.
Pelle d’oca che, adesso mentre l’ascolto, solleva il maglioncino.

L’estate in cui scoprii questo pezzo fu l’estate in cui mi resi conto che ero un essere umano di genere femminile, un essere umano ricoperto di pelle.

Scoprii che ero un’esseressa umana che non aveva fatto nessuna esperienza di se stessa ma – chissà perché – ascoltando quella canzone aveva capito all’improvviso, come in una folgorazione che non era stata annunciata da nient’altro e per molto a lungo ancora da nient’altro nemmeno sarebbe stata seguìta, che quell’esperienza di sé come femmina sarebbe arrivata, e avrebbe avuto un senso relazionale, tattile e carnale.

Non avevo nemmeno ancora uno stereo; l’ascoltavo da un mangiacassette, e mi era ben chiaro – per il senso che comunque avrebbe mai potuto avere – che la donna che la cantava poteva essere qualunque cosa ma certamente non una bomba estrogenica.

Eppure, , e Because the night, e Easter, e Dancing barefoot – dischi diversi, atmosfere degli stessi colori – mi dissero, mentre ero bambina, che sarei diventata una donna, e che la palingenesi sarebbe stata un’esperienza sensoriale.

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tradurre, tradimento ed emozione

• martedì, novembre 17th, 2009

another_time_another_placeDal blog di , ecco parte di un bellissimo testo di Raul Montanari sulla traduzione.

«Quando traduco da un’altra lingua sono costretto a tradirla, perché le parole dell’italiano coprono aree semantiche sfasate rispetto a quelle dell’inglese, del greco, del francese e così via.
Quindi traduco sbagliato.

Ma in realtà anche comunicando con una persona che parla la mia stessa lingua traduco, e spesso traduco sbagliato, perché i significati, le connotazioni, le vibrazioni emotive che lei associa alle parole possono essere molto diversi dai miei.

Una donna mi dice: “Ti amo” e intende dire: “Vorrei vivere con te. Vorrei fare un progetto con te”. Io le dico: “Ti amo”, e intendo dire: “Mi piace da matti fare l’amore con te. Mi sento bene vicino a te”.
Risultato: disastro.

Ma non è finita. Perfino comunicando con stesso traduco, e spesso traduco sbagliato.
Il significato delle mie stesse parole, e in particolare la loro aura valoriale ed emotiva, mutano man mano che le pronuncio.

La scrittura è bella per questo, perché a volte ti dice cose che sapevi di sapere ma non sapevi di avere parole per dire; perché rende credibili a te stesso i tuoi pensieri, e quando sei fortunato te li rende anche belli, molto belli.
Questo è un caso fortunato.
Consiglio veramente di andare a leggere. È un testo breve, vitale, e vero.

Se le parole tradiscono perfino chi le pronuncia, è del tutto evidente che comunicare è un atto emotivo che richiede gradi crescenti di fiducia (di affidamento, direi) a chi si rivolge a noi usando parole.

The Bloom of Youth (clicca per ascoltare)

Penso che le parole e la musica e i colori siano il dono più bello che ci sia.
C’è un brano suonato da Michael McGoldrick e John McSherry che si intitola «The bloom of youth», qualcosa che forse si potrebbe tradurre con «Il fiore degli anni».

Bene.
L’ho ascoltato poco fa tenendo in braccio Giovanni.
Senti, gli ho detto.
Senti con .
Prova a sentire se anche a te a un certo punto questo brano fa vedere un fiore che comincia a sbocciare, un ragazzo che dice a se stesso che il meglio della vita sta per arrivare, è lì, a un passo, che la gioia di vivere sta scoppiandogli nel cuore, ma ha ancora paura, gli ho detto.

E poi – gli ho sussurrato – all’improvviso sente che il momento è arrivato, che la vita è ai suoi piedi, tutta sua, piena di promesse, sì, io posso fare tutto, qualunque cosa, è tutto nelle mie mani.

Giovanni s’è commosso, aveva gli occhi lucidi.
Ho «tradotto» la musica, tradendola, e ne è nata un’ condivisa.
Sì. Funziona così.

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ho imparato una lezione, finalmente bella

• domenica, novembre 1st, 2009

Ieri sera sono stata a Villa di Serio, a Presente prossimo, a vedere o sentire (è proprio difficile da dire) Aldo Nove e .
Beh.
La recitazione delle loro «covers» (che in realtà sono anche di Tiziano Scarpa) è stata un’esperienza sensoriale ed emotiva travolgente.
Sono un tipo scettico e durino, io. Eppure a poco a poco ho sentito che ogni resistenza a partecipare veniva meno; che non stavo più assistendo, ma ero dentro.

Ascoltando Montanari e Nove leggere le loro poesie – alcune perfettamente irreggimentate nel magnifico paludamento delle forme classiche, eppure così rutilanti e tiranne – sopra la musica che aveva ispirato in loro quelle parole mi ha creato una specie di stato alterato di coscienza (no, non sono affatto impressionabile!) che mi ha fatto vivere la sensazione fisica della vertigine.

Anche se per sgombrare il campo da possibili equivoci va forse preliminarmente precisato che sono astemia, quel che voglio dire è questo.
Ieri sera io ho imparato una lezione, ed era – finalmente, dopo tante lezioni aspre e dure – una lezione bella.

Che:
1. nel mio Paese di merda;
2. in un mondo – quello letterario – così bizzarro e autoreferenziale da mettere spesso al mondo l’(in)virile spettacolo della garetta a chi ce l’ha più lungo;
3. in un nord così piagato dalla miseria del leghismo di massa;
4. in una stanza relativamente piccola, tra persone che non si conoscono;
5. in una situazione non teatrale, e cioè incapace per sua natura di creare complicità fisica d’affetti con il protagonista di una storia in quanto «portatore di trama»,

a è successo di:

a) divertirmi, nel senso proprio del termine; cioè di essere trasportata via in direzione – appunto – divergente, da un moto al quale non sarei stata in grado di opporre resistenza nemmeno se avessi voluto;
b) essere trascinata in un vortice sensoriale;
c) aver sentito parole urticanti e balsamiche, ma – come posso dire? – sintatticamente corrette, nel senso che non escludevano nessuno perché si rendevano materia per tutti. Erano parole che non se la tiravano, insomma; se dire cose simili a proposito delle parole ha senso (a volte, invece, la poesia – o forse le pretese poetiche – ci fanno sentire un po’ merde, perché ci sembra di non capirle);
d) aver toccato la fisicità che c’è nelle parole;
e) aver compreso esattamente – ne sono certa, perchè l’ho capito con la pelle – l’attimo in cui ai tre autori di «Nelle galassie oggi come oggi» è scattata la sovrapposizione fra musica altrui e parole loro.

Ah.
E in genere non amo la poesia.

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musica per consolarsi un po’

• sabato, febbraio 21st, 2009

currentStavo pensando che a ogni notizia sconfortante che inserisco qui nel blog potrei accoppiare – a scopo consolatorio – un brano musicale.

La notizia è che a Roma («la città è sede del Vaticano!») l’Atac ha bloccato le pubblicità del canale fondato da Al Gore, Current tv.

La musica consolatoria è questa: si intitola «», è suonata da un duo, , che ha una storia molto carina che si trova qui.

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ho cambiato idea! l’ultimo post del 2008 è questo!

• mercoledì, dicembre 31st, 2008

Ho cambiato idea.
L’ultimo post dell’anno sarà questo.
Con uno dei pezzi più belli del più grande di tutti.
Auguri anche a lui, che mi fa compagnia da quando avevo quindici anni e gli amici mi prendevano in giro perché ascoltavo questo tipo strano.

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oggi è il mio compleanno

• lunedì, ottobre 13th, 2008

Oggi è il mio compleanno.
Sì, sono una Bilancia (che notizione).

Ma non è tempo di bilanci – secondo ne ho fatti troppi, ne faccio in continuazione, vorrei che qualcuno mi fermasse e mi dicesse «okay, penso a tutto io: sei in buone mani, non devi più preoccuparti di niente» – ma è tempo di fare un sacco di cose e anche qualche progetto.

Il primo è andare a fare il caffè.
Il secondo è fare il tiramisu. Più tardi, però.

ps. Consiglio caldamente questa musichetta, che peraltro (messaggio criptato) è adattissima al mio compleanno… Però voglio una promessa: ascoltatela fino in fondo, perché ne vale la pena.

Aggiornamento serale: il tiramisu è venuto SPA-ZIA-LE.
L’ho solo assaggiato facendolo, però; e devo ancora guarnirlo.
D’altra parte, se avessi messo subito il cacao, esso cacao (!) ne sarebbe risultato antiesteticamente inumidito dalla crema al mascarpone sottostante…
Avete presente, no?, quell’aspetto lucido-cromatina dei tiramisu delle pizzerie.
Quindi, guarnizione con cacao e – ta-tàn – piccole meringhe (il colpo da maestro) solo un attimo prima di servirlo.
Se l’effetto è carino magari lo fotografo, così finalmente esprimo pubblicamente questa mia piccola vena di donna all’antica, che la vita ha occultato sotto lo strato di cacao (amaro, comunque) di certe pretese un po’ intellettuali.
ne farò una ragione, credo.

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sharon shannon’s «cavan potholes»

• mercoledì, settembre 10th, 2008

L’ho risentita stamattina su liveireland.com, m’è piaciuta moltissimo, l’ho comprata subito su iTunes store, e adesso posto qui il video.
La fisarmonicista è la grande Sharon Shannon.

Il brano si intitola «Cavan Potholes».
Vale la pena, garantisco.
Bellissimi gli incisi di tastiere e sax.
E alla fine del video non perdetevi il «thènch-iu-v’ri-mucc», con la «u».

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