
Le cose accadono in forza di un processo, e non perché qualcuno abbia agito su un interruttore on/off.
Mi è chiaro, insomma, che se tutto questo può accadere – se può accadere che un gruppo di ragazzi incravattati sostenga che in nome della libertà bisogna sopprimere due partiti, e conseguentemente dichiarare fuorilegge i loro aderenti se non addirittura i loro simpatizzanti – è perché cose minuscole l’hanno preparato facendo seguito l’una all’altra, ingrandendosi progressivamente, desensibilizzando la parte di corpo sociale su cui facevano frizione e rendendosi per questo praticamente impercettibili.
Però c’è una parte di me che si domanda senza sosta qual è stato il primo indizio anche fumoso al quale non ho dato colpevolmente bado; quand’è stato che – solo che lo si fosse avvertito rotolare – il processo si sarebbe potuto invertire.
Mi rendo conto che è una concezione volontaristica, un po’ titanica e perfino infantile della storia. Ma non posso smettere di domandarmi dove ho sbagliato; dove abbiamo sbagliato.
Com’è stato possibile che questi incravattati a cui non manca niente, dalla casa al fuoristrada, dal lavoro alle vacanze; che questi incravattati che a neanche trent’anni hanno visitato New York tre volte e han di certo fatto almeno una vacanza alle Maldive; che questi incravattati che osano scomodare l’amore come una categoria politica possano dichiararsi con tanta indifferenza e tanta sicumera per ciò che sono: fascisti che fan di sé la misura del mondo.
Non ti piace ciò che io faccio o penso? Sei violento, e io ti abolisco in nome dell’amore.
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