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un indiano non può stare dalla parte dei cowboys

• martedì, novembre 10th, 2009

Non so quando troverò il tempo di descrivere per bene l’effetto che mi fa allontanarmi dal luogo dove vivo. A volte mi sembra che mi consenta di vedere le cose come in una prospettiva assonometrica (che è poi come mi capitava di sognare il mondo in un periodo speciale della mia vita), contemporaneamente percependo il dentro e il fuori delle cose, e il dentro e il fuori di me.

Uscire dal luogo dove vivo mi dà un punto di vista non solo fisicamente diverso. Per questo – e non dico niente di nuovo – l’esperienza del è cruciale.

Ma oggi io voglio usare il mio blog – che effettivamente è mio e dunque mi consente di dire quel che mi piace, anche se entro i limiti del penalmente e del moralmente lecito – per dire una cosa a un mio amico.

La cosa è questa, e per me è importante.
Non c’è alcun modo – ricordatelo, amico mio – per riuscire ad essere contemporaneamente da una parte e anche dall’altra.
È bello sognare che si possa stare dalla parte dei cowboys pur essendo indiani (o viceversa, che in fondo è più simpatico).
È bello pensare che «Do the right thing» di Spike Lee potesse finire anche in un altro modo.

È bello. Ma non è possibile.
Amico mio, ascolta qui.
Delle proprie omissioni si porta la responsabilità esattamente allo stesso modo in cui si porta la responsabilità delle proprie azioni.
Ognuno vive la sua realtà e ne porta il peso e la responsabilità.
Non si può contemporaneamente essere se stessi e essere un altro: è una questione non solo tecnico-fisica, ma anche e soprattutto morale.

Non si può chiedere indulgenza agli indiani per le cose che si fanno in quanto cowboys (visto che abbiamo invertito i termini).
Le cose da cowboy van fatte e basta.
Un indiano non può stare dalla tua parte.

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inconsapevoli o irresponsabili?

• sabato, luglio 25th, 2009

ideologia_seconda_puntata

Ma si rende conto, il Corriere, che con un titolo come questo – ideologicamente legittimato dal catenaccio che accetta per buoni e indiscutibili gli asseriti criteri di «qualità» della didattica (quando tra l’altro il pezzo spiega invece che il peso maggiore l’ha avuto ciò che per il ministero è la qualità della ricerca) – getta ancora, e per l’ennesima volta, benzina sul fuoco dell’antimeridionalismo?
Ma si rendono conto i miei colleghi delle responsabilità enormi che hanno nel rendere questo Paese un luogo in cui i rapporti sociali e politici si conformano sempre di più alla legge della sopraffazione e dell’arroganza di chi si sente regolare e superiore su chi viene percepito inferiore e irregolare?

dev’essere in vacanza, mi sa; questa notizia sarebbe stata perfetta per la sua penna acuminata di giustiziere dei privilegi degli sporchi sudisti…

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io non sopporto l’ortodossia

• domenica, gennaio 18th, 2009

Due cose veloci.
La prima è che Gianantonio non si smentisce mai: di fronte alla complessità delle cose relative alla guerra fra Israele e Palestina, piuttosto che spiegarle (o anche tacere), decide di muovere le dita sulla tastiera per dire che – attenzione – c’è anche un di sinistra.
Ah che uomo ardito.
Ah che coraggioso.
Ah che bei baffi sexy.

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non riesce a stare zitto

• giovedì, novembre 13th, 2008

Da ieri arrivano lanci di agenzia crocettati (cioè identificati come notizioni) in cui Lui, Silvio, ci fa sapere cose come «: “Temo escalation con Russia, serve incontro”».

Invano Andreotti raccomanda a «di essere più cauto e di approfondire di più. O magari di soprassedere». Spiazzato dalla vittoria di Obama, Silvio tenta di scavarsi un ruolo. Anche se per farlo deve introdurre tensioni fra Russia e . Assumendosi, insomma, responsabilità anche gravi: se non per l’effettiva eco internazionale delle sue intemerate, almeno per il tipo di percezione delle cose che le sue uscite possono favorire in questo Paese.
Del resto, che senso ha stupirsene? Introdurre tensioni è la sua specialità.

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stella (polare) dell’antimeridionalismo

• domenica, ottobre 12th, 2008

Invito a leggere il pezzo di sul Corriere.
È un capolavoro.
Prende un punteruolo avvelenato, lui, e lo piazza direttamente alla gola del pitbull per spingerlo ad azzannare quelli l’odore (il lezzo, per lui) dei cui abiti gli ha fatto annusare.

e il modo ancor m’offende

Preliminarmente, andrà detto che non ho alcuna obiezione – non potrei averne, perché non ho fatto alcuna verifica, e dunque prendo per buono ciò che dice lui – sulla veridicità dei fatti che racconta, e che sono assolutamente, perfettamente, completamente, totalmente d’accordo con lui che la situazione dovrebbe proprio andar cambiata.
Ma sono sicura che per dire queste cose ci sia modo e modo.
E – a mio personalissimo e opinabile giudizio – ha scelto quello sbagliato.

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ho tanti amici negri

• lunedì, agosto 25th, 2008

Tra le cose che un essere umano non dovrebbe mai fare di lunedì mattina – forse neanche negli altri giorni – c’è di sicuro quella che io ho fatto stamattina: leggere un’intervista alla ministressa .

La ministressa Gelmini è una donna che riesce a dire che la sua professoressa di italiano alle medie era «siciliana e bravissima».
Santa donna.
È o non è la stessa cosa di quelli che dicono «no, io non sono razzista perché ho tanti amici meridionali» (o negri con la «g», o albanesi, o romeni…)?
In genere, dopo questa frase c’è sempre un «però».

Posto che in una parte spero piccola del cuore di chi legge alberghi almeno un po’ di quell’autolesionismo che occorre, invito a leggere l’intervista per alcuni buoni motivi che qui elenco.

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giornalisti, o tribuni della plebe?

• sabato, maggio 17th, 2008

L’altra sera l’avevo sentito mentre lo diceva in diretta tv ad e mi era sembrata una frase carina, gentile; ieri sera ho rivisto quelle affermazioni scritte e ho cambiato idea: non è una frase carina, ma una frase che a ripensarci mi pare brutta. Eccola; era più o meno così: «Vai avanti, perché la gente è dalla tua parte, la gente ti ama».

A dirla è stato Michele Santoro, che si rivolgeva affettuosamente a Marco Travaglio, attaccato in questi giorni da più fronti, e – per quel che riesco a vedere io che da qui non capisco i retroscena – in modo ingiusto.

Io comprendo che in situazioni professionalmente ed emotivamente difficili come quelle in cui vivono molti giornalisti (più di quanti si creda, e molto meno conosciuti di Travaglio e di Santoro), un giornalista possa essere indotto a manifestare solidarietà a un collega con parole come quelle di Santoro.
E capisco anche che per Travaglio non dev’essere bello portare il peso di essere l’«eroe», una specie di giustiziere, solo perché sa dove cercare alcune carte, sa leggerle, sa connettere i fatti, sa scriverli e sa spiegarli. E sarà anche stanco, immagino, di passare per uno di sinistra.

Però: perché dirgli che la gente è dalla sua parte? Che senso ha che la gente sia dalla parte di un giornalista? Il giornalista ha forse una sua parte?
Che cosa siamo diventati?
Siamo capipopolo?
Non so: questa cosa non mi piace.

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non lo fo per piacer mio

• domenica, maggio 4th, 2008

Quando le loro scelte escludono, a nascondersi dietro il paravento delle motivazioni «tecniche» non sono soltanto i pubblici amministratori.

Repubblica.it racconta di quel parroco che, a Castelnuovo del Friuli, ha opposto il suo risoluto diniego a che per il funerale di un ottantenne ex resistente la banda suonasse sul sagrato le canzoni partigiane, così come il morto aveva invece da tempo insistentemente chiesto ai familiari.

«Mi sono limitato ad applicare le direttive che regolano l’uso della musica e degli strumenti all’interno dei luoghi di culto», dice il parroco, «senza dare alcuna interpretazione ai canti che si sarebbero dovuti eseguire».

Lui si è «limitato» ad «applicare» e non ha dato «alcuna interpretazione».
Che è come dire che non è colpa sua, che lui non c’entra, che tutto ciò che ha fatto è stato dare adempimento a una «regola» (cioè, tra l’altro, una di quelle cose che, nel caso in cui non piacessero, potrebbero sempre venire teoricamente ignorate con l’argomento religioso dell’obiezione di coscienza, che per definizione non ammette replica).

Il vezzo si diffonde, e dà la dimensione della pacificata facilità con la quale è socialmente accettata la dimensione esistenziale, ma anche e comunitaria, dell’irresponsabilità: no, non è che ti proibisco una cosa perché io voglio proibirtela; la colpa non è mia: ho solo seguìto le di cui non sono responsabile.

Il che rappresenta la variante «civile» del ritornello militare e sinistro «ho soltanto eseguito gli ordini». L’argomento è tanto più irricevibile quando – cioè dannatamente spesso, nei contesti più vari – viene avanzato da chi si trova in una posizione di responsabilità.

E non può che portare, tra l’altro, a conseguenze di difficilissima digeribilità: se una scelta si pretende priva di contenuto ma solo rispettosa di una forma, non si dà alcuna possibilità – per mancanza di competitori – alla formazione di un’opinione alternativa nei contenuti, e l’unico territorio che si lascia alla libera disponibilità di chi non sia d’accordo è quello della contestazione nel metodo.

D’altra parte, se manca un’arena pubblica, dove si formano i contenuti civili?
Se si può contestare solo il metodo, le manifestazioni di protesta diventano solo una questione di buona educazione formale. Sicché se in un corteo si strilla un po’ troppo, chi può biasimare la polizia che manganella i manifestanti?

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