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nessun der-rìda/2: logos, debiti e padri

• giovedì, marzo 18th, 2010

Jacques Derrida, «La farmacia di Platone», Jaca Book, 1985, pagina 63.

Bisogna dunque procedere all’inversione generale di tutte le direzioni metaforiche, non chiedere se un logos possa avere un padre, ma capire che ciò di cui il padre pretende di essere padre non può stare in piedi senza la possibilità essenziale del logos.

Il logos debitore a un padre, cosa vuol dire? Come per lo meno leggerlo nell’alveo del testo platonico che qui ci interessa?

La figura del padre, come è noto, è anche quella del bene (agathon). Il logos rappresenta ciò cui egli è debitore, il padre che è anche un capo, un capitale e un bene. O piuttosto il capo, il capitale, il bene.

Annotazione mia a margine, a matita: «L’affermazione “il logos debitore a un padre” non è forse l’esatto contrario dell’affermazione “il logos rappresenta ciò cui egli è debitore”?».

Io comincio a pensare (che intuizione sublime e rivoluzionaria…) che l’atto del comprendere debba essere, a volte, un moto viscerale e non cerebrale.
Solo che è estremamente difficile delimitare i contesti in cui le viscere debbano subentrare a supplenza del cervello e viceversa.

Mi sa che il problema fra e «La farmacia di Platone», anni fa, sia stato qui.
Ora il suo discorso sul rapporto fra e parola come elementi il primo non vitale né fecondo e la seconda – come posso dire? – fertile, «spermatica» e generativa mi interessa molto; e mi prende le viscere, appunto.
È che da ragazzina mi consideravo vivente dal collo in su, e le viscere mica c’erano.
Se c’erano, facevano molto male, quindi era meglio dedicarsi alla testa.

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nessun der-rìda/1: la dif-ferenza

• venerdì, marzo 12th, 2010

Credevo di averlo perso, che fosse semplicemente scivolato fuori dalla mia vita in uno dei miei cento traslochi.

O che un giorno, magari, avesse autonomamente deciso di andarsene da , forse consapevole di quanto fortemente io l’avevo detestato.

E invece, dieci minuti fa, l’ho ritrovato.

Jacques Derrida, «La farmacia di Platone», Jaca Book, prima edizione italiana 1985, prima edizione originale 1972.
Uno dei testi che ho studiato per l’esame di Storia della filosofia.
E l’ho odiato.
Vero che poi con Foucault si rappacificò. Ma non posso dimenticare che ci bisticciò: in questo doveva esserci un perché.
E comunque so benissimo che sto commettendo empietà.

La quarta di copertina dice che il testo di Derrida può essere letto, «sulla scia di Heidegger, come uno dei momenti più rigorosi e fecondi della critica alla metafisica della presenza attualmente al centro del dibattito filosofico».

In tutti questi anni, le di Derrida che mi sono tornate costantemente in mente come una sorta di incubo-mantra sono quattro (quattro e mezzo): «La dif-ferenza della differenza».
Su quelle quattro e mezzo avevo sputato sangue. Adesso mi riesce difficile credere di non essere stata semplicemente in grado di lasciarle lì com’erano, ascoltandone il suono, e di andare avanti.
Ma in realtà io non sono mai stata capace di mollare una cosa che non capivo. Mi son sempre posta il problema di dover capire tutto.
Ho sempre pensato che fosse mio dovere.

Memore dei miei sforzi, della concentrazione assoluta con la quale ho letto e riletto, sottolineato, gerarchizzato, schematizzato, vergato punti interrogativi a margine dei passaggi più oscuri, ipotizzato possibili interpretazioni alternative alle parti che percepivo più ambigue, ho preso due decisioni.

La prima è che mi rimetto a studiare quel – con la mia calma, però – per vedere che cosa mi dice e come mi parla a tanti anni di distanza.
La seconda è che stasera inaugurerò una nuova rubrica che mi farà sentire giovane e stupida come quando ho studiato quel testo.

La rubrica si chiama «Nessun der-rìda», e riporterà brevi stralci del testo «La farmacia di Platone» (che analizza il dialogo platonico «Fedro» sul rapporto tra e parola), accompagnati o no dalle annotazioni che al tempo in cui studiai il testo scrissi accanto a quegli stralci.

La citazione con cui inaugurerò la rubrica è questa:

Il pharmakon è il movimento, il luogo e il gioco, (la produzione de) la differenza. È la dif-ferenza della differenza. Tiene in riserva, nella sua ombra e nella sua veglia indecise, i differenti e le controversie che la discriminazione vi iscriverà. Le contraddizioni e le coppie di opposti si sollevano dal fondo di questa riserva diacritica e dif-ferente. Già dif-ferente, questa riserva, per «precedere» l’opposizione degli effetti differenti, per procedere le differenze come effetti, non ha quindi la semplicità puntuale di una coincidentia oppositorum».

(Pagine 110-111)

Sul margine sinistro di pagina 110, accanto a «è la dif-ferenza della differenza», a matita c’è scritto «Mi sento una povera scema».
È senza dubbio la mia .
In qualche modo devo averla risolta, comunque, perché all’esame mi diedero 30.

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indiani, scrittori, qualità e piccoli empirei

• venerdì, marzo 5th, 2010

Quando Nazione indiana parla di «opere di qualità» e di «autori e testi di qualità», di quali opere e di quali autori e testi parla? In quale modo, con quali criteri, ed eventualmente con quali procedure e attraverso quali concorsi ed esami, eccetera, Nazione indiana distingue le «opere di qualità» dalle opere che non sono tali, gli «autori e testi di qualità» dagli autori e dai testi che non sono tali? In subordine: in che cosa consiste la «qualità» delle opere, degli autori e dei testi?

E poi (il neretto è mio, ndr):

Quando Nazione indiana domanda se «nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia [...] gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro», qual è il preciso significato che essa assegna qui al sostantivo «scrittori»? Ovvero: con quali criteri Nazione indiana distingue chi è «scrittore» da chi non è tale?

In subordine: Nazione indiana ritiene che gli «scrittori», qualunque sia il significato da essa qui assegnato alla parola, abbiano in quanto scrittori, una particolare cosa «loro» da dire? Se sì, quale? Infine: se Nazione indiana ritiene che vi sia una «oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia», come spiega essa il fatto che molti cittadini italiani ritengono invece che non vi sia alcuna «crisi» in atto, tantomeno «oggettiva e evidente»?

Da qui, con riferimento a quest’altra cosa.

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giallo? che bvutto colove lettevavio

• martedì, febbraio 16th, 2010

Ho come capito una cosa: che il fatto che da qualche parte sulla copertina di «Due colonne taglio basso» ci fosse scritto che quello era un giallo mi ha proprio fatto del male.
Non dentro; intendo che non mi ha mica ferita.
Solo che leggere questa cosa che si tratta di un giallo ha autorizzato i più fini fra gli esegeti metropolitani e provinciali a considerarlo una cosetta che, sì, vabbè, insomma, c’è già stato Scerbanenco, e comunque il noir italiano ha fatto il suo tempo, e in ogni caso che palle sto nordest, ah, tratta di giornalismo?, ma dai!, veramente?, eh, in effetti le persone son curiose di come funziona nei giornali, comunque c’è già Carlotto, non capisco che bisogno ci sia, e poi c’è una pletora di minus habentes che si cimenta col genere…

Eppure, a parte la storia, c’è anche un modo di scrivere, dentro.
Ci sono scelte.
Ci son giri di frase.
C’è una sintassi.
Ci son dei dialoghi.
C’è la scelta di , ci sono ritmi.
Ci sono cose che succedono e significano.
C’è la famiglia; ci son padri e madri; ci sono amori non rosa né rosé; c’è costume; c’è incesto; c’è aborto; c’è relazione di potere; c’è il rapporto femminilità-virilità; c’è uno scenario; ci son vite, personaggi, luoghi; ci sono corpi e segnali.
Ma niente.

«Ah, giornalismo? Eh, interessante». Tutto spostato sul contenuto, come se fosse una specie di articolo di giornale.
Alcuni, addirittura, spiegano che «fare noir, oggi, significa cedere alle sirene del mercato e andare alla ricerca dei grandi numeri».
Vai a dirgli che t’è venuto così di ammazzare qualcuno sulla carta.
No, quelli raffinati non possono proprio vedere un sulla cui copertina c’è scritto «giallo» (o noir) qualcosa di diverso da «Novella 2000».
Ti guardano con un’arietta tipo «oddio, forse questa mendicante vorrebbe confondersi con che c’ho tutta questa bella lingua ariosa, complessa, stratificata, classica, scolpita, ruvida ed elegante, scabra eppure fiorita, uno con la mia classe cos’ha da spartire con questa tipa che ha scritto un giallo? I nostri son romanzi veri, con ferite dell’anima, non han mica bisogno di coltelli per alludere alle ferite».
E se poi provi a dire che nella cosa che hai scritto c’è più che un giallo, beh, ti dicono «ah, chissà come mai non c’è mai nessuno che dice che ha scritto solo un giallo: cos’è? Vi vergognate?».

I livelli differenti di lettura ce li hanno solo le loro cose, anche se sono cose «gialle».
In effetti sono cose loro, e le cose loro hanno per definizione diversi livelli di lettura.
Tutto il resto è edificato a un solo piano.
Piano terra.
Ovvio.
Savàsandìr.

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cronaca semiseria di una disperante débâcle

• mercoledì, febbraio 10th, 2010

Per le mie letture è un periodo strano.
Veramente è un periodo strano per qualunque cosa abbia a che vedere con .
Comunque, per limitarmi ai , sta succedendo questa cosa strana.
Va bene che – come tutti i pigri dentro – dopo aver letto «Come un romanzo» di Pennac avevo finalmente capito che interrompere la lettura di un che non piace è un diritto di qualunque lettore.
Però, insomma…

Qualche mese fa, dopo aver speso un paio d’anni e forse più ad acquistare e leggere quasi esclusivamente in inglese, a parte i volumi italiani da considerarsi «capitali», ho deciso di fare una comperata di italiani; ultime uscite, o comunque recenti.
Un po’ di tutti i tipi: di genere, romanzi di formazione, volumetti mainstream, antologie, capolavori annunciati, tomi alti alti, librini esili scritti in 14, sedicenti romanzi.
Apocalittici e integrati, insomma.

Ne ho cominciato uno.
Bello. Che bella frase.
Una bella frase ti fa appassionare a uno scrittore, fa nascere un sentimento.
Ma dopo la bella frase ci sono non frasi brutte – che sarebbe ancora niente – ma frasi insignificanti, gorgheggi sonori.
Niente trama.
Ok.
Chiudo il .
Passo a un altro.

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superfacebook

• lunedì, febbraio 1st, 2010

Succede una cosa curiosa, su .
Abbondano i superlativi.
C’è un fiorire di entusiasmoni.

Le donne sono tutte «bellissime» (con una certa qual prevalenza della variante «bellissima dentro», sottospecie che – sola – d’altronde garantisce eccellenza intellettuale); gli scrittori son tutti bravissimi e tutti fan loro i complimenti, anche quando postano poesiole così così; gli appuntamenti son tutti da non perdere, e «oggi sono recensito qui»; i tutti fantastici, gli spunti di riflessione sempre interessantissimissimi.
Sotto i thread aperti da nomi un po’ vippini c’è tutto un «uau».

Un Niagara di iperboli; un oceano di amori.
Bah…
Mi pare strano che gente che nella vita fatica a guardarti in faccia diventi super-espansiva su Fb.
Si sta formando una specie di galateo informale, ancora non codificato, di relazioni superlative e dopate da punti esclamativi sentimentali.

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lo stile e le storie

• lunedì, gennaio 11th, 2010

Ascoltando The Angel Share di Ailie Robertson con una tazza di latte bollente mescolato a miele e whisky del Connemara – parola d’onore: non una cazzatina qualunque – per cercare di limitare i danni di un raffreddore da panico che spero non si abbassi a gola e bronchi, riflettevo su una cosa.

Riflettere forse è un verbo improprio, se non altro perché questo whisky del Connemara fa 52 gradi (all’ombra o al sole è uguale) e l’assetto neuronale tende a risentirne con rapidità.
Però.
Stavo pensando all’importanza della storia, dell’intreccio, della trama, in un ; se di o no, non fa differenza.

A piace molto leggere cose scritte in una bella lingua, con una loro bella interna.
Ma molto di più mi piace leggere belle storie – intese come tragitto di fatti ed emozioni da «a» a «b» – ben scritte.
Mi piace «sentire» e capire nello stesso tempo.

Non sopporto l’estetismo, la prosa esangue, o al contrario il giro di frase barocco e sinuoso come un testiera di letto di ferro battuto.
Non mi piace vedere in trasparenza l’autocompiacimento di chi ha scritto.
Mi sembra inutile e senza eleganza.

Nella prosa – perché la poesia è un’altra faccenda – non mi piace una frase che può significare una cosa, oppure un’altra, o un’altra ancora.
Non mi piace l’ambizione al Perenne, al Sacro, al Divino.
Non mi piace la rarefazione.
Non mi piace l’orrido splatter ma neanche l’orrido-minimalista, quello che «l’orrore è nelle cose, io non devo fare altro che descriverle con il distacco di un obiettivo fotografico»; e neppure l’estroflessione dei visceri con gocciolamento di sangue annesso.

In quel che leggo mi piace che ci siano carne, e storia, e cose che succedono.
Non solo pensieri, o pensieri sulle cose che succedono, piccoline laggiù sullo sfondo, banali pre-testi che danno il la al genio.
Non mi capacito del motivo per cui quelli molto fighi pensano che le trame siano preoccupazioni volgari, da piccolo-borghese dell’universo letterario; che i con una trama siano bassa.

Ma forse non capisco per colpa del whisky del Connemara.
Essere astemi ha i suoi svantaggi.
E pensare che tanta gente che scrive rende meglio da ubriaca…

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medici e farmacisti: quando i lettori fanno «oh»

• giovedì, novembre 26th, 2009

grate_senza_gratitudineLe e la servono ad aprirsi, ad aprire strade e sentieri nei roveti del mondo.
A costruire vicinanze, a creare relazione, a illuminare frammenti di vita, a dar alle emozioni e materia ai sentimenti.
A sospingere nelle salite, a trattenere nelle discese.

Servono a creare alternative immaginarie dentro le quali passeggiare con il cuore leggero e gli occhi aperti; o trascinarsi con angoscia ad occhi chiusi usando le mani per orientarsi.
A mettersi nelle mani delle persone che leggono.
A prendere posto dietro le che abbiamo scritto.

Le mie due adorate maestre delle elementari, e le due fenomenali insegnanti del liceo (le medie, ahimé, hanno finito per non fare testo) mi hanno insegnato che il primissimo dovere di chi scrive è farsi capire, essere inequivoco.
È un imperativo etico. Così l’hanno insegnato; così l’ho recepito.

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tradurre, tradimento ed emozione

• martedì, novembre 17th, 2009

another_time_another_placeDal blog di Enrico Gregori, ecco parte di un bellissimo testo di Raul Montanari sulla traduzione.

«Quando traduco da un’altra lingua sono costretto a tradirla, perché le dell’italiano coprono aree semantiche sfasate rispetto a quelle dell’inglese, del greco, del francese e così via.
Quindi traduco sbagliato.

Ma in realtà anche comunicando con una persona che parla la mia stessa lingua traduco, e spesso traduco sbagliato, perché i significati, le connotazioni, le vibrazioni emotive che lei associa alle possono essere molto diversi dai miei.

Una donna mi dice: “Ti amo” e intende dire: “Vorrei vivere con te. Vorrei fare un progetto con te”. Io le dico: “Ti amo”, e intendo dire: “Mi piace da matti fare l’amore con te. Mi sento bene vicino a te”.
Risultato: disastro.

Ma non è finita. Perfino comunicando con stesso traduco, e spesso traduco sbagliato.
Il significato delle mie stesse , e in particolare la loro aura valoriale ed emotiva, mutano man mano che le pronuncio.

La è bella per questo, perché a volte ti dice cose che sapevi di sapere ma non sapevi di avere per dire; perché rende credibili a te stesso i tuoi pensieri, e quando sei fortunato te li rende anche belli, molto belli.
Questo è un caso fortunato.
Consiglio veramente di andare a leggere. È un testo breve, vitale, e vero.

Se le tradiscono perfino chi le pronuncia, è del tutto evidente che comunicare è un atto emotivo che richiede gradi crescenti di fiducia (di affidamento, direi) a chi si rivolge a noi usando .

The Bloom of Youth (clicca per ascoltare)

Penso che le e la e i colori siano il dono più bello che ci sia.
C’è un brano suonato da Michael McGoldrick e John McSherry che si intitola «The bloom of youth», qualcosa che forse si potrebbe tradurre con «Il fiore degli anni».

Bene.
L’ho ascoltato poco fa tenendo in braccio Giovanni.
Senti, gli ho detto.
Senti con .
Prova a sentire se anche a te a un certo punto questo brano fa vedere un fiore che comincia a sbocciare, un ragazzo che dice a se stesso che il meglio della vita sta per arrivare, è lì, a un passo, che la gioia di vivere sta scoppiandogli nel cuore, ma ha ancora paura, gli ho detto.

E poi – gli ho sussurrato – all’improvviso sente che il momento è arrivato, che la vita è ai suoi piedi, tutta sua, piena di promesse, sì, io posso fare tutto, qualunque cosa, è tutto nelle mie mani.

Giovanni s’è commosso, aveva gli occhi lucidi.
Ho «tradotto» la , tradendola, e ne è nata un’emozione condivisa.
Sì. Funziona così.

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lia mills mi piace e questo e’ un gran posto

• sabato, novembre 7th, 2009

Velocissimo.
Il seminario e’ bellissimo.
Lia Mills e’ bravissima.
Raccontero’ meglio in un altro momento, si’. Pero’ intanto voglio dire che quando si prende distanza dal luogo in cui ci si sente confitti, si percepisce nitidamente che la vita riprende a fluire.
Che intensita’, comunque.
E’ bello stare in un posto dove persone che non si conoscono si dicono cose importanti e si ascoltano con calore.
E’ un workshop IWC sull’autobiografia e sul memoir.
Che bella esperienza.

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ho imparato una lezione, finalmente bella

• domenica, novembre 1st, 2009

Ieri sera sono stata a Villa di Serio, a Presente prossimo, a vedere o sentire (è proprio difficile da dire) Aldo Nove e .
Beh.
La recitazione delle loro «covers» (che in realtà sono anche di Tiziano Scarpa) è stata un’esperienza sensoriale ed emotiva travolgente.
Sono un tipo scettico e durino, io. Eppure a poco a poco ho sentito che ogni resistenza a partecipare veniva meno; che non stavo più assistendo, ma ero dentro.

Ascoltando Montanari e Nove leggere le loro poesie – alcune perfettamente irreggimentate nel magnifico paludamento delle forme classiche, eppure così rutilanti e tiranne – sopra la che aveva ispirato in loro quelle mi ha creato una specie di stato alterato di coscienza (no, non sono affatto impressionabile!) che mi ha fatto vivere la sensazione fisica della vertigine.

Anche se per sgombrare il campo da possibili equivoci va forse preliminarmente precisato che sono astemia, quel che voglio dire è questo.
Ieri sera io ho imparato una lezione, ed era – finalmente, dopo tante lezioni aspre e dure – una lezione bella.

Che:
1. nel mio Paese di merda;
2. in un mondo – quello letterario – così bizzarro e autoreferenziale da mettere spesso al mondo l’(in)virile spettacolo della garetta a chi ce l’ha più lungo;
3. in un nord così piagato dalla miseria del leghismo di massa;
4. in una stanza relativamente piccola, tra persone che non si conoscono;
5. in una situazione non teatrale, e cioè incapace per sua natura di creare complicità fisica d’affetti con il protagonista di una storia in quanto «portatore di trama»,

a è successo di:

a) divertirmi, nel senso proprio del termine; cioè di essere trasportata via in direzione – appunto – divergente, da un moto al quale non sarei stata in grado di opporre resistenza nemmeno se avessi voluto;
b) essere trascinata in un vortice sensoriale;
c) aver sentito urticanti e balsamiche, ma – come posso dire? – sintatticamente corrette, nel senso che non escludevano nessuno perché si rendevano materia per tutti. Erano che non se la tiravano, insomma; se dire cose simili a proposito delle ha senso (a volte, invece, la poesia – o forse le pretese poetiche – ci fanno sentire un po’ merde, perché ci sembra di non capirle);
d) aver toccato la fisicità che c’è nelle ;
e) aver compreso esattamente – ne sono certa, perchè l’ho capito con la pelle – l’attimo in cui ai tre autori di «Nelle galassie oggi come oggi» è scattata la sovrapposizione fra altrui e loro.

Ah.
E in genere non amo la poesia.

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