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passati, presenti e futuri

• sabato, agosto 28th, 2010

Come si cambia, nella vita.
Questo è un passaggio di un pezzo di Roberto Saviano uscito il 17 aprile 2005 su .
Non credo di avere male interpretato.

Sempre meno si riflette su quanto costa scrivere di certe cose ed in certi territori.

Anche guardando i giganti non ricevo conforto.

Rushdie ha subìto molteplici attentati, più di trenta persone sono morte in operazioni terroriste che avevano lui come obiettivo.

Ma Salman Rushdie ora può scrivere su qualsiasi giornale della terra, riceve stipendi e guardie del corpo.

Ciò che ha pagato e paga è ampia­mente ripagato.

O quantomeno confortato: «La fatwa mi ha concesso il maggiore eco possibile alle mie parole, mi ha reso uno scrittore libero, perché tutto posso dire e chiunque vuole può ascoltarmi».

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appunti da un’altra lingua

• domenica, giugno 13th, 2010

Era seduta di fronte a me sulla Luas. Alta, sottile, caschetto biondo paglia con riga in mezzo, impermeabile verde, ballerine di vernice senza scarpe, occhiali di Donna Karan, sacchettini di Brown Thomas. Vecchia.
Quando ha chiuso l’ombrellino, ognuna delle pieghe si è accavallata sull’altra con una perfezione automatica e naturale. Lei non ha fatto niente di speciale; ha solo tirato il cordino per chiudere la corolla.

Mi domando perché quando li chiudo io, i miei ombrellini pieghevoli sembrano stracci indomiti e spiegazzati.
La domanda non è priva di senso: se perfino qui, in , dove gli italiani sono circondati dall’aura miracolosa di quest’ingombrante fama di naturale, io riesco a sembrare meno posh di una vecchia irlandese, qualcosa di strano secondo me ci dev’essere.

La seconda giornata del seminario con è stata molto soddisfacente e piena. Temo che il mio giudizio sia influenzato dal fatto che a lei è piaciuto quel che sto scrivendo, e perfino la traduzione inglese che ne ho fatto (e più ci penso, più mi sembra incredibile), e dal tè che abbiamo preso al Gresham hotel (veramente lei ha preso vino bianco).
Però io non riesco a non pensare che questa donna i cui libri son stati tradotti in molti Paesi del mondo ha incontrato altre sette presentando se stessa con semplicità e calore, dando suggerimenti estremamente pratici e puntuali senza somigliare affatto a uno di quei manualetti del tipo «do it yourself» o – come vidi una volta in libreria – «Sarò presto tornitore» (che gioia, che aspettativa).

E delle sette , nessuna sembrava minimamente impressionata dal fatto di avere davanti una come lei, che non è una Pippa Pippi qualunque.

Comunque, credo che l’insistenza sulla storia sia estremamente indicativa. La prima domanda è stata qual è la storia che vuoi raccontare.
Non «chi sei», «cosa fai», «parlami di te», «perché sei qui», «cosa ti aspetti da queste dieci ore».
No.
La domanda è «cosa vuoi raccontare, qual è la storia che bussa per uscire da te».

Mi piace.
Tra le sette, c’era una ragazza americana che è qui a Dublino da un anno e mezzo. Dopo aver fatto parte della campagna elettorale di Barack Obama non se l’è sentita di piatire un impiego governativo a Washington D.C. ed è venuta qui a lavorare con gli homeless.
Un’altra ha la madre spagnola e il di Cork, ma entrambi i genitori per ora sono nel Bahrein e lei sta qui, progettando di andare per un paio d’anni in Australia e di scrivere un libro sul paese basco durante il franchismo.

Un’altra ragazza, Sarah, sta scrivendo su Germania est e Germania ovest, la storia di due ragazzi, delle intercettazioni che venivano fatte nelle case dell’est.

Non so. C’è sempre qualcosa che, anche nei peggiori dei miei soggiorni dublinesi, si incarica di ricordarmi che nella mia vita c’è un altrove, c’è un cortiletto che ha senso per me. Che c’è dell’aria da far respirare al mio cervello, che l’atrofia neuronale a cui esso sembra professionalmente condannato non è un destino necessario.

In questi dieci giorni ho sofferto di malinconia, e la mia testa ha continuato a girare tremendamente. Il tempo è stato mediamente orrendo. Ho visto negli occhi della gente che mi guardava la consapevolezza che stavano guardando una donna, e non una ragazza. L’ho realizzato profondamente per la prima volta, e questo – mi rendo ben conto – non mi fa granché onore.
Però attesta un’asincronia fra dentro e fuori che non è del tutto nociva né in se stessa improduttiva.
Penso di doverci lasciare lavorare un po’ la pancia.

In ogni caso, quel che volevo dire è che anche dieci giorni a modo loro difficili sono riusciti a restituirmi a me stessa; mi hanno dato il senso di una direzione, e va benissimo che sia la direzione di una donna e non quella di una ragazza.
Dieci giorni a modo loro molto difficili mi hanno svitato dall’avvilente miseria delle mie relazioni professionali.
Faccio un lavoro che dovrebbe attivare il mio cervello, e invece tutto quel che sembrerebbe realmente fondamentale per una ragionevole sopravvivenza non troppo conflittuale della sua detentrice è il suo disinnesco, la sua collocazione in una custodia riparata dalla luce e dai rumori, e non si sa mai che un giorno – chissà – possa tornar buono, o essere venduto come nuovo.

Ma al mondo c’è anche , e c’è la ragazza di Obama, e c’è Sarah.
E, quel che più conta, ci sono io che vado a prendermele; ad ascoltarle, a parlare con loro. A farmi venire mal di testa per capirle, ad affrontare il terrore di volare. A cercarmi e a trovarmi mentre faccio uscire da me ciò che solo una straniera, con una sua grammatica, un suo registro, una sua struttura, sa trovarmi dentro.

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l’ira, la tigre e le storie

• sabato, giugno 5th, 2010

Mmh.
Ho mentito. Senza saperlo.
Io uno di quei due scrittori lo conoscevo.
È John Lynch, ed è un attore. L’ho visto in uno dei film che preferisco, «Nel nome del ».

Ho il suo (secondo) libro, adesso. Autografato.
La madre è molisana, mi ha detto.
Per il sonno, non ho avuto la prontezza di chiedergli che cazzo ci faceva una molisana in Ulster. Sarebbe stato interessante saperlo.

Lui è cresciuto in Ulster. Ha raccontato di avere fin da piccolo radunato un vastissimo repertorio dei modi in cui si può morire.
Uno moriva strangolato, pugnalato, «sparato»…
Ha smesso di bere qualche tempo fa, ha raccontato, e allora ha cominciato a scrivere.
Lui l’ha detto meglio. Come lo scrivo io sembra una presa per il culo.

L’altro, un giovinotto biondo-rossiccio che aveva lasciato la mascella a casa o chissà dove, è Paul Murray.
Ho preso anche il suo libro, e ho anche il suo autografo.
È la storia di un quattordicenne, e a quanto pare ha a che vedere anche con la caduta della cosiddetta Celtic Tiger, ovvero il crollo economico della Tigre celtica, l’.

Mi colpisce che lo scrivere sia stato prevalentemente definito, nell’incontro a cui ho assistito, come «storytelling», ovvero l’atto di raccontare .
A nessuno dei due scrittori né al tipo molto spiritoso che faceva le domande è venuto in mente di pensare che scrivere consista in un’azione differente da quella del raccontare.

Tutt’e due sono piuttosto famosi, da queste parti. Lynch lo è per un tipo di persona differente da quella che si appassiona a Murray, credo; ma entrambi sono famosi.
La sensazione che ho avuto è che nessuno dei due si presentasse come un personaggio.
Io non so se questa mia sensazione dipenda dal fatto che gli indicatori-base dell’attitudine di una persona sono differenti da luogo a luogo, da cultura a cultura.

Certo: Murray aveva un’aria da trentenne sapientino; ma è la stessa aria che avrebbe il primo della classe, e non il talento emergente della .
Niente di troppo simpatico lo stesso, ma la differenza c’è.
E dopo aver letto il suo (secondo) libro mi riservo comunque di cambiare idea.

Da queste parti – ho appreso – la prima cosa da fare, se sei uno che vuole pubblicare un libro, è trovarti un agente.
In Italia, mi pare di capire, l’agente ti si fila solo se hai pubblicato qualcosa che qualcun altro di importantino si è filato, e se qualcuno ti presenta.
Forse sbaglio, e neanche so se avere un agente è bene o male in sé.
In fondo, mi sa che non è nemmeno importante.

Sono a un tavolino di «The Queen of Tarts». Vedendomi così impegnata alla tastiera, sono così rispettosi verso la mia attività intellettuale, che percepiscono evidentemente faticosa, che non sono nemmeno venuti a chiedere se voglio qualcosa, e son qua da un po’.

Di fianco a me due sussurrano.
Vorrei dir loro che sono italiana e non capisco un cazzo, e dunque possono dire quel che vogliono, ché tanto non capisco. Ma in realtà non è del tutto vero.
Si confidano cose di uomini. Una delle due è serissima e triste, ha gli occhi lucidi. «E io allora gli ho detto che mai nella mia vita…». L’altra ascolta attentamente, la guarda negli occhi e tace. Ogni tanto dice tre sillabe.

Nel frattempo il cielo si è ingrigito.

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senza luce (ma con rosa rossa)

• giovedì, aprile 22nd, 2010

Sono andata in libreria a sentire Luigi Bernardi parlare del suo romanzo «Senza luce» (che consiglio).
La serata è stata carina.
Le file dalla seconda in poi erano occupate dal parterre che ci si aspetta in simili occasioni.
La prima fila era fantastica: una tipa d’una certa età che dormicchiava; un’altra con un cappello da baseball; e un ragazzo anch’egli a testa coperta.
Il ragazzo, sentito che Bernardi parlava del bar di cui ha scritto nel suo libro, gli ha fatto una domanda: «Scusi, io il libro non l’ho ancora letto: però mi spiega cosa c’entra il bar?».
Aveva l’aria di volerglielo chiedere in tutt’un altro modo – tipo «ma che cazzo c’entra il bar col tuo fottuto libro? Cazzo vuoi sapere, tu, dei bar?» – però non ho capito perché.

Reduci come eravamo da alcune considerazioni intorno all’insensatezza della scrittura come missione, o come terapia, o come modo per cambiare il mondo, a me quei tre tipi son piaciuti un casino.
E la torta alla fine della presentazione era spaziale.
Alla fine, fuori dalla libreria è passato un tipo che vende fiori, e ho preso una rosa rossa per Marco.
Poi è passato un ragazzo brasiliano – neanche male, ma un po’ fuori – che chiedeva soldi, «anche un centesimo», ma se n’è andato danzellando con l’unica cosa che uno di noi chiacchieranti è stato disposto a dargli, cioè una sigaretta.

Sono tornata a casa prima che fosse troppo tardi.
Non dico di orario.
Dico prima che mi venisse da pensare che Verona è una grande metropoli.

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il piacere della parola che vola libera, potente e feconda

• sabato, marzo 20th, 2010

Grazie a James O’Neill (god bless you, man), ho scoperto i podcast di Stephen Fry, che ho gratuitamente scaricato da iTunes.

Quello sul linguaggio – mezz’oretta di ascolto a tratti un po’ ostico – è estremamente interessante per il gran numero di pieghe interiori che – tra mente, pancia e cuore – distende, sollecita e stiracchia.
Lo si trova qui.
Ne riporto un passaggio secondo me cruciale.

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nessun der-rìda/2: logos, debiti e padri

• giovedì, marzo 18th, 2010

, «La farmacia di Platone», Jaca Book, 1985, pagina 63.

Bisogna dunque procedere all’inversione generale di tutte le direzioni metaforiche, non chiedere se un possa avere un , ma capire che ciò di cui il pretende di essere non può stare in piedi senza la possibilità essenziale del .

Il debitore a un , cosa vuol dire? Come per lo meno leggerlo nell’alveo del testo platonico che qui ci interessa?

La figura del , come è noto, è anche quella del bene (agathon). Il rappresenta ciò cui egli è debitore, il che è anche un capo, un capitale e un bene. O piuttosto il capo, il capitale, il bene.

Annotazione mia a margine, a matita: «L’affermazione “il debitore a un ” non è forse l’esatto contrario dell’affermazione “il rappresenta ciò cui egli è debitore”?».

Io comincio a pensare (che intuizione sublime e rivoluzionaria…) che l’atto del comprendere debba essere, a volte, un moto viscerale e non cerebrale.
Solo che è estremamente difficile delimitare i contesti in cui le debbano subentrare a supplenza del cervello e viceversa.

Mi sa che il problema fra me e «La farmacia di Platone», anni fa, sia stato qui.
Ora il suo discorso sul rapporto fra scrittura e parola come elementi il primo non vitale né fecondo e la seconda – come posso dire? – fertile, «spermatica» e generativa mi interessa molto; e mi prende le , appunto.
È che da ragazzina mi consideravo vivente dal collo in su, e le mica c’erano.
Se c’erano, facevano molto male, quindi era meglio dedicarsi alla testa.

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nessun der-rìda/1: la dif-ferenza

• venerdì, marzo 12th, 2010

Credevo di averlo perso, che fosse semplicemente scivolato fuori dalla mia vita in uno dei miei cento traslochi.

O che un giorno, magari, avesse autonomamente deciso di andarsene da me, forse consapevole di quanto fortemente io l’avevo detestato.

E invece, dieci minuti fa, l’ho ritrovato.

, «La farmacia di Platone», Jaca Book, prima edizione italiana 1985, prima edizione originale 1972.
Uno dei testi che ho studiato per l’esame di Storia della .
E l’ho odiato.
Vero che poi con Foucault si rappacificò. Ma non posso dimenticare che ci bisticciò: in questo doveva esserci un perché.
E comunque so benissimo che sto commettendo empietà.

La quarta di copertina dice che il testo di Derrida può essere letto, «sulla scia di Heidegger, come uno dei momenti più rigorosi e fecondi della critica alla metafisica della presenza attualmente al centro del dibattito filosofico».

In tutti questi anni, le parole di Derrida che mi sono tornate costantemente in mente come una sorta di incubo-mantra sono quattro (quattro e mezzo): «La dif-ferenza della differenza».
Su quelle quattro parole e mezzo avevo sputato sangue. Adesso mi riesce difficile credere di non essere stata semplicemente in grado di lasciarle lì com’erano, ascoltandone il suono, e di andare avanti.
Ma in realtà io non sono mai stata capace di mollare una cosa che non capivo. Mi son sempre posta il problema di dover capire tutto.
Ho sempre pensato che fosse mio dovere.

Memore dei miei sforzi, della concentrazione assoluta con la quale ho letto e riletto, sottolineato, gerarchizzato, schematizzato, vergato punti interrogativi a margine dei passaggi più oscuri, ipotizzato possibili interpretazioni alternative alle parti che percepivo più ambigue, ho preso due decisioni.

La prima è che mi rimetto a studiare quel libro – con la mia calma, però – per vedere che cosa mi dice e come mi parla a tanti anni di distanza.
La seconda è che stasera inaugurerò una nuova rubrica che mi farà sentire giovane e stupida come quando ho studiato quel testo.

La rubrica si chiama «Nessun der-rìda», e riporterà brevi stralci del testo «La farmacia di Platone» (che analizza il dialogo platonico «Fedro» sul rapporto tra scrittura e parola), accompagnati o no dalle annotazioni che al tempo in cui studiai il testo scrissi accanto a quegli stralci.

La citazione con cui inaugurerò la rubrica è questa:

Il pharmakon è il movimento, il luogo e il gioco, (la produzione de) la differenza. È la dif-ferenza della differenza. Tiene in riserva, nella sua ombra e nella sua veglia indecise, i differenti e le controversie che la discriminazione vi iscriverà. Le contraddizioni e le coppie di opposti si sollevano dal fondo di questa riserva diacritica e dif-ferente. Già dif-ferente, questa riserva, per «precedere» l’opposizione degli effetti differenti, per procedere le differenze come effetti, non ha quindi la semplicità puntuale di una coincidentia oppositorum».

(Pagine 110-111)

Sul margine sinistro di pagina 110, accanto a «è la dif-ferenza della differenza», a matita c’è scritto «Mi sento una povera scema».
È senza dubbio la mia scrittura.
In qualche modo devo averla risolta, comunque, perché all’esame mi diedero 30.

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indiani, scrittori, qualità e piccoli empirei

• venerdì, marzo 5th, 2010

Quando parla di «opere di qualità» e di «autori e testi di qualità», di quali opere e di quali autori e testi parla? In quale modo, con quali criteri, ed eventualmente con quali procedure e attraverso quali concorsi ed esami, eccetera, distingue le «opere di qualità» dalle opere che non sono tali, gli «autori e testi di qualità» dagli autori e dai testi che non sono tali? In subordine: in che cosa consiste la «qualità» delle opere, degli autori e dei testi?

E poi (il neretto è mio, ndr):

Quando domanda se «nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia [...] gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro», qual è il preciso significato che essa assegna qui al sostantivo «scrittori»? Ovvero: con quali criteri distingue chi è «scrittore» da chi non è tale?

In subordine: ritiene che gli «scrittori», qualunque sia il significato da essa qui assegnato alla parola, abbiano in quanto scrittori, una particolare cosa «loro» da dire? Se sì, quale? Infine: se ritiene che vi sia una «oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia», come spiega essa il fatto che molti cittadini italiani ritengono invece che non vi sia alcuna «crisi» in atto, tantomeno «oggettiva e evidente»?

Da qui, con riferimento a quest’altra cosa.

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giallo? che bvutto colove lettevavio

• martedì, febbraio 16th, 2010

Ho come capito una cosa: che il fatto che da qualche parte sulla copertina di «Due colonne taglio basso» ci fosse scritto che quello era un giallo mi ha proprio fatto del male.
Non dentro; intendo che non mi ha mica ferita.
Solo che leggere questa cosa che si tratta di un giallo ha autorizzato i più fini fra gli esegeti metropolitani e provinciali a considerarlo una cosetta che, sì, vabbè, insomma, c’è già stato Scerbanenco, e comunque il noir italiano ha fatto il suo tempo, e in ogni caso che palle sto nordest, ah, tratta di giornalismo?, ma dai!, veramente?, eh, in effetti le persone son curiose di come funziona nei giornali, comunque c’è già Carlotto, non capisco che bisogno ci sia, e poi c’è una pletora di minus habentes che si cimenta col genere…

Eppure, a parte la storia, c’è anche un modo di scrivere, dentro.
Ci sono scelte.
Ci son giri di frase.
C’è una sintassi.
Ci son dei dialoghi.
C’è la scelta di parole, ci sono ritmi.
Ci sono cose che succedono e significano.
C’è la famiglia; ci son padri e madri; ci sono amori non rosa né rosé; c’è costume; c’è incesto; c’è aborto; c’è relazione di ; c’è il rapporto femminilità-virilità; c’è uno scenario; ci son vite, personaggi, luoghi; ci sono corpi e segnali.
Ma niente.

«Ah, giornalismo? Eh, interessante». Tutto spostato sul contenuto, come se fosse una specie di articolo di giornale.
Alcuni, addirittura, spiegano che «fare noir, oggi, significa cedere alle sirene del mercato e andare alla ricerca dei grandi numeri».
Vai a dirgli che t’è venuto così di ammazzare qualcuno sulla carta.
No, quelli raffinati non possono proprio vedere un libro sulla cui copertina c’è scritto «giallo» (o noir) qualcosa di diverso da «Novella 2000».
Ti guardano con un’arietta tipo «oddio, forse questa mendicante vorrebbe confondersi con me che c’ho tutta questa bella ariosa, complessa, stratificata, classica, scolpita, ruvida ed elegante, scabra eppure fiorita, uno con la mia classe cos’ha da spartire con questa tipa che ha scritto un giallo? I nostri son veri, con ferite dell’anima, non han mica bisogno di coltelli per alludere alle ferite».
E se poi provi a dire che nella cosa che hai scritto c’è più che un giallo, beh, ti dicono «ah, chissà come mai non c’è mai nessuno che dice che ha scritto solo un giallo: cos’è? Vi vergognate?».

I livelli differenti di lettura ce li hanno solo le loro cose, anche se sono cose «gialle».
In effetti sono cose loro, e le cose loro hanno per definizione diversi livelli di lettura.
Tutto il resto è edificato a un solo piano.
Piano terra.
Ovvio.
Savàsandìr.

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cronaca semiseria di una disperante débâcle

• mercoledì, febbraio 10th, 2010

Per le mie letture è un periodo strano.
Veramente è un periodo strano per qualunque cosa abbia a che vedere con me.
Comunque, per limitarmi ai libri, sta succedendo questa cosa strana.
Va bene che – come tutti i pigri dentro – dopo aver letto «Come un romanzo» di Pennac avevo finalmente capito che interrompere la lettura di un libro che non piace è un diritto di qualunque lettore.
Però, insomma…

Qualche mese fa, dopo aver speso un paio d’anni e forse più ad acquistare e leggere quasi esclusivamente libri in inglese, a parte i volumi italiani da considerarsi «capitali», ho deciso di fare una comperata di libri italiani; ultime uscite, o comunque libri recenti.
Un po’ di tutti i tipi: libri di genere, di formazione, volumetti mainstream, antologie, capolavori annunciati, tomi alti alti, librini esili scritti in corpo 14, sedicenti .
Apocalittici e integrati, insomma.

Ne ho cominciato uno.
Bello. Che bella frase.
Una bella frase ti fa appassionare a uno scrittore, fa nascere un sentimento.
Ma dopo la bella frase ci sono non frasi brutte – che sarebbe ancora niente – ma frasi insignificanti, gorgheggi sonori.
Niente trama.
Ok.
Chiudo il libro.
Passo a un altro.

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superfacebook

• lunedì, febbraio 1st, 2010

Succede una cosa curiosa, su Facebook.
Abbondano i superlativi.
C’è un fiorire di entusiasmoni.

Le sono tutte «bellissime» (con una certa qual prevalenza della variante «bellissima dentro», sottospecie che – sola – d’altronde garantisce eccellenza intellettuale); gli scrittori son tutti bravissimi e tutti fan loro i complimenti, anche quando postano poesiole così così; gli appuntamenti son tutti da non perdere, e «oggi sono recensito qui»; i libri tutti fantastici, gli spunti di riflessione sempre interessantissimissimi.
Sotto i thread aperti da nomi un po’ vippini c’è tutto un «uau».

Un Niagara di iperboli; un oceano di amori.
Bah…
Mi pare strano che gente che nella vita fatica a guardarti in faccia diventi super-espansiva su Fb.
Si sta formando una specie di galateo informale, ancora non codificato, di relazioni superlative e dopate da punti esclamativi sentimentali.

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