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parole per riccardo

• venerdì, febbraio 26th, 2010

È quasi un mese che, a 54 anni, è morto Riccardo, responsabile di lungo corso dell’ufficio dei correttori di bozze dell’Arena, uomo di grazia e di cultura, di origine toscana.

È arrivato il momento di pubblicare le che il 1° febbraio, nella chiesa di san Nicolò a Verona affollata di giornalisti (non è un particolare secondario), (che l’omelia ha scritto insieme al collega ), ha detto di lui, della sua vita e della sua morte, nel giorno in cui venne sepolto.

Siamo qui credenti e non credenti ma tutti pensanti, tutti con le nostre domande di senso… Tutti cercatori della bellezza, pellegrini dentro il mondo in cerca di autentiche.
La vita di è stata a servizio della .

Lui si è lasciato portare nel grembo della , per rinascere ogni mattina; che per lui era anche ritmo, era musica.
Questa ha saputo anche caricarsi sulle spalle, quando l’ha trovata sul ciglio della sua strada, ferita.
ha sperimentato quando questa sa curare la vita, sa guarire e rialzare. Sapeva però che era anche un dovere etico prendersi cura della , medicarla, rimetterla in piedi.

Ascoltiamo una poesia di Mario Luzi, poeta non a caso, toscano anche lui, che ci può suggerire una direzione per riflettere intorno alla :

Vola alta, , cresci in profondità
Tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi- segno che la cosa esclami
nel buio della notte
però non separarti da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

Luzi denuncia una corruzione della che venga ridotta a mero segno, destituita di senso, «non più spirito ma lettera, e lettera morta».
Qual è il rischio, si domanda il poeta toscano. Forse proprio quello di «svuotare» le , «quando non c’è più rispondenza né nell’oggetto che essa [la ] nomina né nell’uomo che riceve questa indicazione».

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calamosca

• sabato, febbraio 6th, 2010

Il del mare lo sento anche da dentro la stanza: più forte della ventilazione, che ora spegnerò.
che battono, acqua che ritorna, richiamata indietro.
E il faro, un po’ a destra, in alto.
La luce gira da destra a sinistra sulla superficie dell’acqua, e poi sparisce, e poi ritorna.
Una volta, due, tre.
Ssttt.
È la mia prima notte in Sardegna.

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buon viaggio

• lunedì, febbraio 1st, 2010

S’era rimpicciolito, come.
Era diventato magro e ricurvo.

Il collo era piegato verso il petto, gli occhi – se mai l’avevano fatto – avevano smesso di guardare avanti.

Borsa a tracolla, camminava lento, procedeva come in una sorta di raccoglimento tra sé e sé.
Niente di religioso. Una specie di rassegnazione riflessiva e anche fiera, ma piena di umiltà.
Che fuori moda.
La usano solo nel calcio, ormai, e torcendone il senso.

E fumava.
Da un po’ di tempo s’era messo a fumare moltissimo.
In fondo, se già sapeva che l’epilogo era vicino (e la furiosa intensità con cui s’era messo a fumare è l’unico indizio che me lo lascia credere), la sigaretta era un acceleratore, un piccolo piacere che non poteva più fargli alcun male.

Parlava piano, e ti guardava una volta, una volta sola, indipendentemente da quanto lunga fosse la conversazione che teneva con te; per timidezza, credo.
E comunque parlava poco.

L’ultima volta che l’ho visto era davanti alla macchinetta del caffè, al lavoro.
«Come va?», gli chiesi.
«Eh», mi rispose con quell’accento toscano. «Non va mica tanto bene».
Un’altra domanda era impossibile.
C’è chi sa aprire solo spiragli minuscoli; e la ritrosia va rispettata, anche se è difficile. Anche se pensi che potresti essere d’aiuto.

Stamattina il ha detto che la sua vita è stata dedicata alla e agli altri.
È vero.
Era il capo dei correttori di bozze, e aveva solo 54 anni.
Conosceva la sua lingua, l’amava molto e non se ne faceva scudo.

Non ti sputava in faccia la sua cultura. La portava con disagio, anzi.
Portava con disagio l’intero suo corpo, l’intera sua vita.
Perfino i vestiti, portava con disagio.
Non che si potesse immaginarlo al mare in costume, no.
Non è che la sua natura fosse quella di uomo scoperto.
Anzi.

È che qualcuno, in qualche momento della sua vita, deve avergli portato via qualcosa di importante, di decisivo.
E lui s’è trovato solo davanti al mondo, con un grandissimo peso sulle spalle, senza che nessuno gli avesse mai insegnato che a volte le spalle si possono scrollare, e si può scappare, e si può fuggire, e vivere, e cantare sulla spiaggia, e saltare, e urlare di gioia, e nuotare nell’acqua limpida, e volare sulle nuvole.

Ciao, .
Che la terra ti sia lieve.
Hai portato troppo peso.
Almeno la terra, adesso, ti deve rispettare.

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zitti, c’è pasolini

• giovedì, novembre 26th, 2009

«Io sono più di due anni che cerco di spiegarli e volgarizzarli questi perché. E sono finalmente indignato per il che mi ha sempre circondato. Si è fatto solo il processo a un mio indimostrabile refoulement cattolico. Nessuno è intervenuto ad aiutarmi ad andare avanti ed approfondire i miei tentativi di spiegazione.
Ora, è il , che è cattolico. Per esempio il di Giuseppe Branca, di Livio Zanetti, di Giorgio Bocca, di Claudio Petruccioli, di Alberto Moravia, che avevo nominalmente invitato a intervenire in una mia proposta di processo contro i colpevoli di questa condizione italiana che tu descrivi con tanta ansia apocalittica: tu, così sobrio.
E anche il tuo a tante mie lettere pubbliche è cattolico. E anche il dei cattolici di sinistra è cattolico».

«Tu hai privilegiato i neofascisti pariolini del tuo interesse e della tua indignazione, perché sono borghesi, La loro criminalità ti pare interessante perché riguarda i nuovi figli della borghesia.

Li porti dal buio truculento della cronaca alla luce dell’interpretazione intellettuale, perché la loro classe sociale lo pretende.

Ti sei comportato – mi sembra – come tutta la stampa italiana, che negli assassini del Circeo vede un caso che la riguarda, un caso, ripeto, privilegiato. Se a fare le stesse cose fossero stati dei “poveri” delle borgate romane, oppue dei poveri immigrati a Milano o a Torino, non se ne sarebbe parlato tanto in quel modo. Per razzismo».

, «Lettera luterana a Italo Calvino», 30 ottobre 1975, in «Pâté de Foi Bourgeois – » di Francesco Forlani, da Nazione indiana.

(Grazie a Barbara, che trova i nessi per le teste e i balsami per i cuori)

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enigmatiche certezze

• mercoledì, aprile 15th, 2009

se_lo_dice_lui

Come sarebbe a dire che «manca l’atto d’?».
Ma se quest’uomo e la donna con cui ha avuto la bambina si amano, come può permettersi – chiunque – di dire che «manca l’atto d’»?
Magari manca la capacità procreativa; ma questo non mi sembra che possa consentire di dire che «manca l’atto d’».
A volte, la virtù della

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il silenzio, l’urlo, l’ottimismo e il privilegio

• mercoledì, giugno 18th, 2008

Dalla sua parte, D’Avanzo ce l’ha eccome, qualche ragione.
Dice che non è ragionevole, sensato, ammissibile, obbligatorio, che si faccia tutti – o al più si strilli tutti, come se l’irreparabile fosse già avvenuto – di fronte a quella che per pura (e colpevole) rapidità viene denominata norma «salva-Silvio», e invece è in realtà molto di più, cioè è tutto quello che lui – D’Avanzo, dico – spiega sul suo pezzo di oggi.

Ha ragione.
Non è detto che si debba tacere, o strillare, come sulla scorta dell’argomento che ormai tutto è già successo e rimedio non c’è più.
Però.
Io so com’è – lo so perché c’ero, perché in tutti questi anni ci sono sempre stata, e perché le mie battaglie, se così posso dire, le ho sempre combattute, con passione e tenacia – vivere giorno per giorno, lentamente ma con dolorosa e costante consapevolezza, il progressivo impoverimento delle proprie facoltà di interferire con la realtà; la crescente diminuzione degli spazi possibili per «comunicarla», perfino. E col lavoro che faccio.

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un vecchio articolo

• lunedì, marzo 10th, 2008

dall’Arena del 4 settembre 2004 (di Federica Sgaggio)

Solo il di una foto sa dare alle .

Abbiamo visto. Dopo che si è visto, non serve altro. Le immagini riescono là dove le non possono: restituire una lettura manichea e radicale degli eventi. Niente come una foto sa muovere i fili del linguaggio binario di cui si nutre la contrapposizione fra “bene” e “male”. Ma niente come un’immagine sa mostrare la complessità, l’insensata e inevitabile contemporaneità delle cose che accadono: mentre una donna accarezza la faccia di un figlio che ha vissuto senza consolazione tre giorni e due notti di orrore, china su un corpo che di quell’ non sente più niente, altri piedi calpestano lo stesso suolo, altre mani si muovono nello stesso spazio. Ed è uno spazio così piccolo che nessuno crederebbe possa contenere tutta quella pluralità di sentimenti.

Le nonne raccontano che una volta i bambini morivano spesso, facilmente, per malattie che non lasciavano scampo anche se non avevano nemmeno un nome da lasciare a ricordo. Morivano così, senza un vero perché. E se una madre avesse pensato che quel figlio aveva il diritto di diventare adulto, ce n’era un’altra a ricordarle che non si dava alternativa.

Ma nei bambini che sperano di diventare grandi è sacro proprio il desiderio di diventare grandi; è sacra la fiducia nell’eternità dei loro giorni; è sacra la convinzione che arriverà un momento in cui della vita avranno compreso tutto cio che dev’essere compreso; avranno imparato tutto ciò che c’è da imparare; letto e visitato tutto quello che esiste da leggere e da visitare. In tre giorni e due notti i bambini della scuola di Beslan hanno avuto tutto il tempo di attraversare l’angoscia fra i due estremi: quello del “crescerò, imparerò” e quello indicibile del “non posso fare nient’altro che realizzare l’incredibile: che sono morto mentre ero bambino, e che mia madre e mio padre non hanno fatto niente”.

Sulla pelle della mano della madre che sfiora la fronte di quell’essere umano che fu suo figlio c’è tutta la consapevolezza del macabro valzer danzato da quel morto bambino. Ma le mancano le forze per pensarlo, le per dirlo, e un cuore che la ascolti. Ecco perché ha senso pubblicare quella foto: per far parlare quella donna riconoscendole il diritto di non cercare né la forza per pensare né le per dirlo.

Qui l’articolo in in forma originale

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