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io, j.lo. e i ricchi e poveri

• venerdì, gennaio 1st, 2010

A New York avevano Jennifer Lopez. A Verona c’erano i Ricchi e Poveri.
La dimensione italiana del provincialismo è un cappio che a poco a poco, giorno dopo giorno, si stringe sempre di più intorno al mio collo.
Ma non è che mi interessa la metropoli in se stessa, o il cosmopolitismo. Forse non sarei nemmeno in grado di reggere la complessità, la zerificazione di in un contesto così eterogeneo.
Magari troverei un mio spazio, invece; non so dirlo; e non so neanche se il problema sia lì.

Il fatto è che noi e i nostri vestiti firmati, noi e l’asfissia dei nostri ragionamenti, noi e la mancanza d’ossigeno – vera e metaforica – delle nostre città, noi e l’incapacità di riconoscere identità al diverso se non per sottrazione, noi e l’incresciosa supponenza dei nostri pusillanimi leaderini culturali, noi e la ridicola aspirazione al «successo» dei nostri sedicenti intellettuali asseritamente non omologati, noi e i nostri eroi dappoco, noi e l’inettitudine ad elaborare e ad esprimere pensiero collettivo, noi e i nostri miseri orizzonti…
Il fatto è che noi fatti così, insomma, stiamo vivendo un’orribile transizione in cui non sappiamo più se abbia un senso la nostra vecchia idea di patriarcale o matriarcale (qui la differenza non fa differenza), se abbia un senso farsi carico dei nostri vecchi, della progressiva minuscolizzazione e monotematizzazione del loro mondo, del loro e nostro disorientamento generazionale.

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il barista

• mercoledì, dicembre 30th, 2009

Un caffè, gli dico.
Mi domanda: «Liscio, dottoressa?».
Sì, gli dico. Liscio.

Dietro la macchina del caffè, che è enorme, vedo due mani ma nessun volto né altri pezzi di .

Facciamo uno, dice lui, e non a .

No, uno e dieci, risponde la voce della donna a cui appartengono le due mani.
Ma dal primo gennaio, dice lui.
No, dice lei.
Ma è lo stesso, dice lui.
No che no l’è mia stesso, dice lei.
Lui mi guarda e abbozza, cercando con gli occhi la mia solidarietà. «Guarda come mi tratta», dice senza parlare.

L’uomo mette il piattino, il cucchiaino e la bustina di zucchero sul banco.
«La vedo stanca, dottoressa», mi dice.
Non ci siamo mai visti prima, penso.
Sono stanca, gli dico. Sono andata a letto molto tardi e mi sono svegliata troppo presto.
«E doman se ricomincia», mi dice.
Speriamo che l’anno prossimo sia meglio, gli dico.
«Ah», mi fa con un’aria scettica e pessimista.
Si nasconde per un attimo dietro la macchina del caffè dove ancora si muove quel invisibile di donna ruvida e aspra.
«Mi sa che riusciranno a far qualcosa solo le grandi aziende».

È successo una mezz’ora fa, e io sto ancora domandandomi cosa gli abbia fatto pensare che stessimo parlando di economia.
Mi ha detto che mi vedeva stanca (grazie, tra parentesi), non che mi vedeva povera.
Le grandi aziende. E lui, ovviamente, si vede piccolo.
Forse quando si sta con donne che si nascondono dietro le macchine del caffè, o dietro qualsiasi altra cosa, parlare di economia diventa inevitabile. O consolante.

Sì, vedrà: ce la faranno solo le grandi . Quanto le devo?
«Novanta».
Arrivederci.
»Arrivederci».

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corrispondenza sul post con la foto di francesco

• domenica, novembre 22nd, 2009

schiuma_di_movimento_in_mareHo ricevuto questa lettera.

Cara Federica,
ho visto e letto il tuo pezzo passando da Vibrisse e poi al tuo blog.
Dico «visto», perché mi ha colpito molto la . Tu e tuo fratello vi assomigliate molto.
Ho lavorato quattro anni in un centro disabili con un direttore molto bravo: Mario Paolini (fratello di Marco), pedagogista con buone idee e passioni. Ho avuto molto a che fare con tetraplegici (definiti in una scala di gravità della patologia, «gravissimi», bisognosi cioè di assistenza pressoché totale); dico questo in quanto, sempre dalla vista, mi pare che tuo fratello sia tetraplegico (gravissimo?).

Quanto letto, mi ha colpito molto di più.
Nonostante la mia pratica, benché consideri ogni persona un essere umano a sé, pur sapendo per prassi, per averci messo naso, mani, intelletto, sentimento, che questo vale anche per gli handicappati (sì lo so, inizia a scricchiolare tutto), ho sempre mantenuto delle riserve in riferimento a un tema così complesso.
Leggendo le tue parole queste riserve (le avevo messe a riposo: non mi occupo più di disabili da circa dieci anni) sono riemerse.

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il dolore e la rabbia

• venerdì, novembre 20th, 2009

pecore_cis_e_pecore_trans(Non credete di stare guardando il mio . Quello che vedete è il vostro.

Quello che già sapete di provare e quello che avete paura di provare un giorno).

Da quando ho pubblicato la foto con mio fratello e il post in cui parlavo un pochino di e della mia sto facendo i conti con reazioni che somigliano tremendamente a quelle con cui ho fatto i conti per tutta la mia vita fino ad ora.
Ne parlo tra un attimo, però.
Ora voglio dire della .

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handicap, emozioni e minimi eroi di comodo/2

• giovedì, novembre 19th, 2009

guerra_nei_cieliMi sono resa conto anch’io che se ho pubblicato la mia e di mio fratello è perché – in un modo che non so e per strade che per ora non saprei ripercorrere a ritroso – qualcosa dentro di è cambiato, s’è spostato, ed essendo rotolato sotto un’altra fonte di illuminazione ora preme per uscire, e vuole rendersi riconoscibile e nominabile.

Per adesso, è successo che ieri sera mi ha chiamato Marco, mio marito, mentre ero al lavoro.
«Ho letto», mi ha detto.
«Cos’hai letto?», gli ho chiesto.
«Il tuo post».
«…».
«La », ha detto. «Hai messo la . Cosa sta succedendo? Qui c’è qualcosa», ha detto.

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handicap, emozioni e minimi eroi di comodo

• mercoledì, novembre 18th, 2009

io_e_francescoMio fratello è entrato nella pubblica immediatamente dopo l’approvazione della legge 517 del 1977.

La legge – recependo il lavoro che portò al documento del ‘75 della commissione presieduta dalla famosa (famigerata?) Franca Falcucci – prevedeva l’inserimento dei bambini handicappati nella stessa dell’obbligo a cui avevano accesso tutti gli altri.

la meta

Ricordo le riunioni, i viaggi, le telefonate, le discussioni di mia madre nell’associazione di cui faceva parte. I congressi straordinari convocati per discutere la legge.
Che momento, nella mia vita personale.
Quando penso a tutto questo, mi rendo conto di quanta tenerezza posso provare per stessa e per la mia storia.
Sembrava che i miei e io avessimo una meta – l’ottenimento della legge e, di conseguenza, una nuova speranza di presenza di mio fratello nella vita – e che raggiungere le mete fosse una cosa possibile.

classi differenziali

Queste cose mi venivano in mente leggendo il pezzo che Repubblica dedica oggi ai tagli agli insegnanti di sostegno, suggerendo che l’obiettivo della governativa possa essere la ricreazione delle classi differenziali (cosa che peraltro scrivevo qui il 15 ottobre dell’anno scorso).

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