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il chirurgo plastico e la città-fondale

• lunedì, agosto 23rd, 2010

In piazza Bra, nella mia città, c’è un anfiteatro edificato nel primo secolo dopo Cristo.
In origine non era così «nudo»; aveva un secondo anello, aveva decorazioni.
Ogni singola pietra di cui è composto è stata presa in mano e collocata in situ da mani di uomini di venti secoli fa che hanno faticato molto, immagino, affrontando pioggia e sole, e sollevando leve e manovrando argani.

Ogni pezzo è stato scelto da occhi e da mani di persone che vissero duemila anni fa. Ci son volte che a guardar quelle pietre mi domando – lo so: è un’idiozia – se quelli che le hanno messe là, una di fianco all’altra e una sopra l’altra, erano più simili ai veneti di oggi o ai romani di oggi, o se non c’entravano niente né con gli uni né con gli altri; se erano già un po’ rabbiosi con gli estranei o no…

Mi domando se il clima meteorologico era tanto diverso da ora. Come venivano pagati quegli operai. E se venivano pagati. Cosa s’aspettavano dalla vita. In quale parte di questa città vivevano, che rapporti avevano gli uni con gli altri.
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noi non possiamo capire

• lunedì, novembre 2nd, 2009

benedetta_tobagiHo letto il pezzo che Roberto ha dedicato oggi su Repubblica al libro di Benedetta Tobagi, la figlia del giornalista del Corriere della Sera ucciso dalla lotta armata.

Il libro si intitola «Come mi batte forte il tuo cuore», esce domani e voglio leggerlo.

Ogni volta, io affronto la lettura delle cose che scrive con il fermo intento di trovarci cose belle, di capire con il cuore quant’è bravo, di amare col cervello le sue parole.

E fino a un certo punto della lettura, in genere, ci riesco.

Mi dico «ehi, hai visto? Finalmente hai capito, adesso. Senti com’è vero, profondo e autentico questo sentimento. Guarda com’è intuitivo , come capisce. Senti com’è grande il suo cuore».

Poi trovo qualcosa che fa sfrizz-sfrizz, cioè il rumore di un pezzetto di ferro che senza lubrificante si strofina contro un altro pezzetto di ferro.
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la felicità pubblica e il tuo dentro

• giovedì, ottobre 22nd, 2009

un_salotto_specialeQuesto è un rovello di cui parlo spesso con le persone che mi sono vicine.

Nessuna di loro sembra avere argomenti abbastanza forti da convincermi, ma riesce a fare quella cosa magnifica che è consolarmi: cosa che però attiene alla felicità privata.

Allora.
Quello di cui io sono purtroppo convinta è che l’assenza – o la latitanza – di ogni minima ipotesi di «felicità pubblica» possibile sta umiliando entusiasmi e coscienze, e disidratando la terra che dovrebbe dare frutti.

E mi sta facendo del male da molto tempo, anche se continuo a cercare da me il mio foro d’uscita.

Nella sua autenticità scarnificata e sanguinante, questa frase riferita alla temperie del ’68 mi è sembrata meravigliosa e agghiacciante.
Perché se la felicità pubblica esiste, esiste anche il pubblico .

Quello che nasce dal fuori e spezza il tuo «dentro»; quello che agendo sul tuo dentro puoi solo governare per brevi tratti, e mai veramente sconfiggere.

«La questione di fondo è: che cosa realmente è accaduto? Secondo me, per la prima volta dopo tanto tempo è sorto un movimento politico spontaneo che non ha fatto soltanto una semplice azione di propaganda, ma ha agito e, per di più, ha agito sulla spinta quasi esclusiva di motivazioni morali.

Questa generazione ha scoperto quella che il diciottesimo secolo aveva chiamato «la felicità pubblica», il che vuol dire che quando l’uomo partecipa alla vita pubblica apre a se stesso una dimensione di esperienza umana che altrimenti gli rimane preclusa e che in qualche modo rappresenta parte di una “felicità” completa».


citata da
in «Il cinema, il Maggio e l’Utopia. Les amant réguliers. Percorsi attorno al ’68», Einaudi Stile libero (con dvd).

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la terra dei cachi

• sabato, luglio 18th, 2009

repubblica_o_del_colore

guardian_o_della_storia

Quel che per il Guardian è – muore uno degli ultimi veterani della – per Repubblica è una notiziola di .

Carino, no?

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merlo e il «carattere italiano»

• mercoledì, aprile 8th, 2009

case_italianeAl di là del punto generale che voleva asserire nel suo articolo – che in questo Paese manca una cultura antisismica eccetera – mi domando cosa intendesse dire Francesco Merlo (del quale ho avuto altre occasioni di parlare, in effetti) con questa frase:
«Pure Benedetto Croce perse i genitori in un e ne trasse un carattere italiano di grande equilibrio, di prudenza e di stabilità. Insomma i terremoti fanno purtroppo parte della del nostro paese, (…), magari nascosti negli anfratti del carattere nazionale».

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italiani brava gente dalla memoria corta

• venerdì, ottobre 10th, 2008

Andrea B. mi segnala questo pezzo di sul Corriere, e lo ringrazio.

una volta accadeva a noi

L’articolo racconta di molte delle persecuzioni razziste che gli emigranti italiani dovettero subire in giro per il mondo – in Francia, negli Stati Uniti, ma anche in Algeria e in Australia – e le mette a paragone con ciò che qui sta succedendo alle persone che vengono da altri Paesi (non da tutti gli altri Paesi, per la verità…).

ma sì: semplifichiamo!

L’argomento, per Stella, non è nuovo, e già entrò nel libro «Quando gli albanesi eravamo noi», che – per molti versi estremamente interessante – si inserisce però nella logica di semplificazione alla quale anche con il suo aiuto – di Stella, dico – ci stiamo tutti volentieri abituando.

petizioni di principio

Il libro e l’articolo di oggi finiscono per essere non uno strumento che scardina alla base la legittimità politica e culturale degli argomenti razzisti ma una di quelle generiche petizioni di principio che hanno certamente la virtù di sollevare indignazione ma certamente non la capacità di produrre processi di impossessamento collettivo di contenuti per qualche verso politici.

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