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lindos

• giovedì, settembre 2nd, 2010

Sono a Lindos.
Tra gli asini (a quattro zampe), vicino a una piscina, col mare in vista.
Non mi ricordavo che questo mare fosse così intensamente blu.
Mi sento meglio.

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passati, presenti e futuri

• sabato, agosto 28th, 2010

Come si cambia, nella .
Questo è un passaggio di un pezzo di uscito il 17 aprile 2005 su Nazione indiana.
Non credo di avere male interpretato.

Sempre meno si riflette su quanto costa scrivere di certe cose ed in certi territori.

Anche guardando i giganti non ricevo conforto.

Rushdie ha subìto molteplici attentati, più di trenta persone sono morte in operazioni terroriste che avevano lui come obiettivo.

Ma Salman Rushdie ora può scrivere su qualsiasi giornale della terra, riceve stipendi e guardie del .

Ciò che ha pagato e paga è ampia­mente ripagato.

O quantomeno confortato: «La mi ha concesso il maggiore eco possibile alle mie parole, mi ha reso uno scrittore libero, perché tutto posso dire e chiunque vuole può ascoltarmi».

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gianna, il sesso, i figli e la natura

• giovedì, agosto 26th, 2010

Su Gianna Nannini e la sua , due parole ben centrate sull’argomento specioso della «naturalità»:

Cosa dovremmo fare, noi e uomini del XXI secolo, nei 45 anni che nel frattempo abbiamo guadagnato rispetto ad Adamo ed Eva e ai nostri bisnonni, se non sperimentare “nuove naturalità”?

Il testo integrale di Gennaro Carotenuto è qui.

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cambiare

• giovedì, luglio 8th, 2010

Un’amica ha lasciato il lavoro, aveva un contratto a tempo indeterminato e lavorava là da più di dieci anni.
Un amico smette di cercar strade pervie nei giornali italiani (gli sembrano lastricate maluccio), e progetta di andarsene a vivere nel sudest asiatico.
Un altro amico se n’è andato l’anno scorso dalla sua città, lasciando un posto precario ma pieno di promesse in un’agenzia prestigiosa, ha cambiato luogo, lavoro e identità.

C’è un momento in cui ti guardi allo specchio e ti chiedi: ma io voglio veramente questo?
Quale che sia, non è questa risposta a fare la differenza, perché la questione è se sei pronto a prendere atto del tuo «sì», del tuo «no», del tuo «sì, però», del tuo «no, però».
Se la è passata, o sta passando, o è lì e tu hai bisogno di lei perché lei è più affidabile di te.

Ma quando sei pronto, quello è un grande momento.
Lì ricomincia la .

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è morto mio zio

• mercoledì, aprile 28th, 2010

Questa sera è morto mio zio.
Ha aspettato che finisse la partita dell’Inter, che non era in grado di vedere e meno ancora di assaporare. Però ha aspettato.
Non poteva che essere così. L’ultima gioia se l’è presa da lì, magari inconsapevolmente.
I medici dicevano che era un paziente difficile. Chiedeva e voleva sapere, e ai medici a volte questa cosa sembra inaccettabile.
Penso che i medici dovrebbero fare un percorso di analisi su di sé durante gli studi, per attrezzarsi a non trasformare in rudezza o in contegno scostante il dolore latente e la disperazione esistenziale di lavorare sulla soglia fra la e la morte.

L’Inter va in finale di Coppa dei campioni per la prima volta da 38 anni.
Mio zio non poteva perdersi questa notizia.
Si chiamava Umberto.

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tre anatre in piazza

• lunedì, marzo 22nd, 2010

Dopo una giornata molto difficile, in cui per l’ennesima volta ho misurato quanta energia ci voglia a resistere al venir presi per i fondelli da gente che vale meno di zero, infinitamente meno di zero, e a cercare cionondimeno di tenere la barra a dritta perché nella occorre respirare l’aria e non gli afrori delle oscene deiezioni delle persone squallide, violente, arroganti e volgari…

Be’.
Dopo una giornata così, tornavo poco fa dal lavoro con per mano.
E in piazza Bra abbiamo visto tre anatre volate via dal fiume.
Che cosa strana!

Zompettavano ondeggiando, cercavano il prato vicino alla fontana.
Tre anatre in piazza, sul porfido.
Di notte.

A volte anche una città sa fare sorprese che ti fanno tornare bambino.
Perfino dopo una giornata trascorsa a tapparsi il naso dalle flatulenze dei niente umani.

La è fantastica.

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un libro da leggere a morsi

• lunedì, marzo 22nd, 2010

Scrivo sotto un’alterazione di temperatura emotiva.
Ho appena finito di leggere «Trilogia della città di K.» di Agota Kristof.

Da molto tempo non leggevo un libro a morsi; questo l’ho fatto a brandelli, l’ho masticato, ne ho sputato pezzi, l’ho imbevuto nel latte quand’era troppo duro.

In giro ho letto che si tratta di una storia di guerra; della storia di due fratelli devastati dalla guerra.
A me sembra che la guerra di cui la Kristof scrive sia semplicemente la .

I tre distinti romanzi di cui si compone la trilogia sono molto diversi fra loro, ma la mano sicura con cui la loro composizione architettonica è stata creata non parla di studio ingegneristico: parla di alchimia carnale.

Il primo, «Il grande quaderno», è come una grandissima lama che entra molto affilata nel burro senza alcuno sforzo.
Lo leggi senza pause, il coltello trapassa il burro, e poi ti accorgi che il burro era la tua pancia.
Scritto alla prima persona plurale, voce narrante una e bina, sembra acqua e quando è scesa nello stomaco ti rendi conto che era arsenico.

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un pensiero tangenziale che mi inclina

• domenica, febbraio 14th, 2010

Me ne andrò a dormire, tra un po’, molto pensierosa, e turbata, dopo la visione – qui – del film veramente bello di Alina Marazzi «Un’ora sola ti vorrei».
È una storia densa per dire della quale (ammesso che del mio parere si senta la mancanza, e sono certa di no) non riesco né voglio trovare altri aggettivi, perché tutto quel che c’era da dire e da mettere in fila l’ha detto e messo in fila la regista, nel 2002.
Che il diavolo mi fulmini se parlerò di dolore e di sofferenza. O di asciuttezza, assenza di effusione.

Per una cinica e poco permeabile associazione di idee i cui nessi mi scappano appena mi azzardo a cercare di toccarne le estremità sottili, c’è una sola cosa che mi sento di dire: che mi manca il .
Mi manca tanto, come un paradiso perduto da generazioni precedenti, la libertà di osare.
Quel senso di «sì, lo scaffale è lontano, ma le cose che ci sono dentro sono anche per me».

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lapsus divino

• martedì, febbraio 9th, 2010

Berlusconi scrive alle suore, perché loro sì che amavano Eluana. Mica come quel senza cuore di Beppino. Loro, d’altra parte, non si sottraggono: «Che Eluana fosse viva era un’evidenza», dice una delle suore. «Quando la si chiamava per nome reagiva con una quasi impercettibile agitazione che però noi, abituate a starle accanto, coglievamo. E la sua pelle sembrava assaporare le carezze».
Non solo poteva ancora riprodursi; era addirittura immersa nella sensualità e nella sensorialità.

E lui, Berlusconi, dice di provare «dolore per non aver evitato la morte» di Eluana.
Per uno come lui che sostiene di credere nell’esistenza di dio, questa frase è un grave lapsus: ci crede eccome, lui, all’esistenza di dio.
Solo che pensa di essere lui.

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la personaggità e i giochi di società

• mercoledì, febbraio 3rd, 2010

A margine di pensieri «sociali» che, sebbene piuttosto formalizzati già ora, prenderanno nelle prossime ore una struttura più solida, mi veniva da interrogarmi su un punto che rasenta il nichilismo.

Premessa: mi faccio un giro su Facebook e leggo in un thread – ma se ho capito male chiedo scusa – una garbata lamentela sul fatto che ora vanno sciaguratamente di moda i che hanno una storia che ha un inizio, uno svolgimento e una fine, e per essere letti non hanno bisogno del vocabolario.

Stavo cominciando a scrivere una domanda sotto quel thread.
Perché, volevo chiedere, una storia e una lingua comprensibile non vanno bene?
Perché una cosa non può essere bella e anche comprensibile?
Oppure: perché devo prendere per forza il vocabolario per capire cosa sta dicendomi un Autore – maiuscola obbligatoria – che non mi sta nemmeno raccontando una storia?

Volevo scrivere.
Poi mi son detta «Fede, lascia stare. È un gioco, e in quel gioco tu non c’entri».

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il potere più dolce e terrificante del mondo

• mercoledì, ottobre 28th, 2009

gambeBarbara Gozzi commenta questa notizia terrificante e si domanda a chi appartiene il di una donna.

Io penso che il di una donna non valga per sé, come luogo fisico della sua identità.
Credo che lo si sia scambiato con un un luogo socialmente e politicamente rilevante nel quale altri ritengono di poter impunemente entrare.
È un luogo concavo, il posto da cui chiunque al mondo è uscito. È un posto che scatena la rabbia di chi non ha fatto i conti con il proprio , forse, perché vorrebbe esser nato in cielo, in un luogo senza odore, senza contrassegni identitari.

La facoltà di procreare e di prolungare i destini dell’umanità ad infinitum risulta intollerabile a chi ritiene di non averla, di non poterla esercitare in modo così diretto, o a chi – pur avendola, in quanto donna – non riesce ad accettarla perché è il potere più dolce e terrificante che ci sia al mondo.

E questo primario che ha gridato «assassine» a tre che nel corridoio dell’ospedale di Melzo svolgevano le pratiche necessarie a poter abortire è un uomo che sarà corroso dal suo inutile e tragico livore fino alla sua morte.

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