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un pensiero tangenziale che mi inclina

• domenica, febbraio 14th, 2010

ne andrò a dormire, tra un po’, molto pensierosa, e turbata, dopo la visione – qui – del film veramente bello di Alina Marazzi «Un’ora sola ti vorrei».
È una storia densa per dire della quale (ammesso che del mio parere si senta la mancanza, e sono certa di no) non riesco né voglio trovare altri aggettivi, perché tutto quel che c’era da dire e da mettere in fila l’ha detto e messo in fila la regista, nel 2002.
Che il diavolo mi fulmini se parlerò di dolore e di sofferenza. O di asciuttezza, assenza di effusione.

Per una cinica e poco permeabile associazione di idee i cui nessi mi scappano appena mi azzardo a cercare di toccarne le estremità sottili, c’è una sola cosa che mi sento di dire: che mi manca il privilegio.
Mi manca tanto, come un paradiso perduto da generazioni precedenti, la libertà di osare.
Quel senso di «sì, lo scaffale è lontano, ma le cose che ci sono dentro sono anche per ».

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lapsus divino

• martedì, febbraio 9th, 2010

scrive alle suore, perché loro sì che amavano Eluana. Mica come quel senza cuore di Beppino. Loro, d’altra parte, non si sottraggono: «Che Eluana fosse viva era un’evidenza», dice una delle suore. «Quando la si chiamava per nome reagiva con una quasi impercettibile agitazione che però noi, abituate a starle accanto, coglievamo. E la sua pelle sembrava assaporare le carezze».
Non solo poteva ancora riprodursi; era addirittura immersa nella sensualità e nella sensorialità.

E lui, , dice di provare «dolore per non aver evitato la morte» di Eluana.
Per uno come lui che sostiene di credere nell’esistenza di dio, questa frase è un grave lapsus: ci crede eccome, lui, all’esistenza di dio.
Solo che pensa di essere lui.

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la personaggità e i giochi di società

• mercoledì, febbraio 3rd, 2010

A margine di pensieri «sociali» che, sebbene piuttosto formalizzati già ora, prenderanno nelle prossime ore una struttura più solida, mi veniva da interrogarmi su un punto che rasenta il nichilismo.

Premessa: mi faccio un giro su Facebook e leggo in un thread – ma se ho capito male chiedo scusa – una garbata lamentela sul fatto che ora vanno sciaguratamente di moda i che hanno una storia che ha un inizio, uno svolgimento e una fine, e per essere letti non hanno bisogno del vocabolario.

Stavo cominciando a scrivere una domanda sotto quel thread.
Perché, volevo chiedere, una storia e una lingua comprensibile non vanno bene?
Perché una cosa non può essere bella e anche comprensibile?
Oppure: perché devo prendere per forza il vocabolario per capire cosa sta dicendomi un Autore – maiuscola obbligatoria – che non mi sta nemmeno raccontando una storia?

Volevo scrivere.
Poi mi son detta «Fede, lascia stare. È un gioco, e in quel gioco tu non c’entri».

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il potere più dolce e terrificante del mondo

• mercoledì, ottobre 28th, 2009

gambeBarbara Gozzi commenta questa notizia terrificante e si domanda a chi appartiene il di una donna.

Io penso che il di una donna non valga per sé, come luogo fisico della sua identità.
Credo che lo si sia scambiato con un un luogo socialmente e politicamente rilevante nel quale altri ritengono di poter impunemente entrare.
È un luogo concavo, il posto da cui chiunque al mondo è uscito. È un posto che scatena la rabbia di chi non ha fatto i conti con il proprio , forse, perché vorrebbe esser nato in cielo, in un luogo senza odore, senza contrassegni identitari.

La facoltà di procreare e di prolungare i destini dell’umanità ad infinitum risulta intollerabile a chi ritiene di non averla, di non poterla esercitare in modo così diretto, o a chi – pur avendola, in quanto donna – non riesce ad accettarla perché è il più dolce e terrificante che ci sia al mondo.

E questo primario che ha gridato «assassine» a tre che nel corridoio dell’ospedale di Melzo svolgevano le pratiche necessarie a poter abortire è un uomo che sarà corroso dal suo inutile e tragico livore fino alla sua morte.

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due domande (e mezzo) ai letterati

• lunedì, ottobre 26th, 2009

Son giorni e giorni che mi ronzano in testa due domande (con una sottodomanda molto rozza).

Ma tutte queste persone che scrivono su Facebook e sui blog e sui siti e sui para-blog e sui para-siti che il tal libro è capitale, il talaltro capitalissimo, che il tal trattatello è imperdibile, che la tal scuola di pensiero intorno al tal periodo del Tal Sommo Autore, che i che si vendono tanto, insomma, farebbero anche un po’ schifo (in genere lo scrive chi vende molti , sembrerebbe), che la poetica di Pinczyk Pallinczycz è la prova più compiuta di quanto la letteratura abbia da dire in ordine ai temi del rapporto fra la tra-scendenza e l’im-maginario della vi-sione de-centrata del nichil-ismo storiciz-zante…
Beh.
Tutte queste persone:
a) quando ca*** trovano il tempo di leggere tutto quel che dicono di leggere (non dubito, eh)?
b) Quando vivono? Che rapporto c’è tra loro e la vita fatta di lavatrici da fare, piatti da lavare, preoccupazioni per la salute eccetera?
b.1. (che poi è la sottodomanda molto rozza, ma io la faccio indifferenziatamente a maschi e femmine. Anzi, ora che ci penso, un po’ di più ai maschi; dunque, forse, è un po’ meno rozza) Che rapporto hanno col sesso? Con quello «agito» (orribile uso transitivo del verbo agire, okay), intendo?

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malinconie da staminali

• mercoledì, ottobre 21st, 2009

direzioni_tormentoseDa qualche tempo, un’amica trentenne è in crisi con il fidanzato.

«In certi momenti», mi scrive via mail, «vorrei allontanarmi da lui; in altri mi sembra di essermi già allontanata sentimentalmente, e in altri ancora spero in un riavvicinamento. E tutto questo mi mette tristezza».

Io penso che questi siano sentimenti «da giovane».
Capisco che pensarlo possa apparire poco consolante – soprattutto, ma non solo, per chi triste si sente a trent’anni – ma in realtà è l’unico pensiero che permette di non dimenticare che ogni via è aperta; che a trent’anni si può tutto, si è totipotenti come le cellule staminali.
La malinconia, credo, è solo la meravigliosa malinconia da eccesso di che tutti abbiamo provato almeno una volta, ma secondo molte di più.
È necessario sopportarla, e non piace.
Ma quel che la origina è una bella cosa: è il fatto che percepiamo la vastità del campo che possiamo arare, quasi senza confini.

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una bella telefonata

• lunedì, ottobre 12th, 2009

nutrire_gli_sconosciutiMio padre è morto il 31 gennaio 1984. Aveva 49 anni compiuti otto giorni prima.
Lavorava in banca, e si chiamava Renzo.
Stamattina mi ha telefonato a casa un suo collega.
Mi ha chiesto se ero sua figlia, e appreso che sì, ero io, mi ha detto che ricorda sempre mio padre, che lo stimava molto.
È andato anche a trovarlo – mi ha detto – al cimitero di Arzignano, ma anche se gli avevano spiegato la strada fino alla sua tomba di famiglia non è riuscito a trovarlo ed è dovuto tornare indietro.

Mi ha chiesto di mia madre, che ricorda chiamarsi Rosa.
Per un sentimento che probabilmente a lui dev’essere sembrato pudore, di mio fratello non mi ha chiesto niente.
Mi ha raccontato che lui, ottantaduenne, vive con la moglie e che la figlia abita sotto di loro coi due figli, un maschio diciannovenne che studia ingegneria e una femmina di due anni più giovane che è una campionessa di pattinaggio sul ghiaccio.

Mi ricordo che mio padre parlava di lui, a casa.
Parlava sempre di tutti i colleghi. Ci faceva una testa di questi colleghi.
E Jader. E Arrigo. E Cesare. E Tizio. E Caio. E Adolfo. E Ennio.
In questo ho proprio preso da lui: mio figlio i miei colleghi li conosce tutti, uno per uno, anche quelli che non ha mai visto…

La telefonata del collega di mio padre è stata una cosa bella. Mi ha fatto ricordare che ho vissuto tante vite. E che mio padre era così tenacemente orgoglioso di da aver scolpito giorno dopo giorno perfino nelle coscienze dei suoi colleghi il concetto che la Federica aveva un valore che non si poteva discutere, no.
È l’eco di tutto questo, ciò che io ho sentito nella frase «ho visto che lei ha fatto una bella carriera, Federica».
Mi ha fatto molta tenerezza confrontare le mie ambizioni con quelle degli uomini della generazione di mio padre.

Quanto a lui, a mio padre, io non so dov’è, ammesso che sia da qualche parte.
Ma se da qualche parte c’è, gli mando un bacio.
Forse, per raggiungerlo dovrei mandare un bacio al mio cuore.
A volte sono sentimentale da far schifo, eh…
(E il bello è che non lo direbbe nessuno)

Ps. Scrivendo questo post e scegliendo la foto – una bellissima foto scattata da Marco a Bray, a sud di Dublino – mi sono dimenticata che avevo messo il caffè sul fuoco. La mia adoratissima vecchia caffettiera col coperchio tenuto insieme dal fil di ferro è da buttare via, credo.
Quanto numerose e quanto gravi sono le conseguenze di un cuore molliccio…

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e voi, quanti schiavi conoscete?

• domenica, settembre 13th, 2009

Minuto 3.
Silvano Agosti: «Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede, quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà».

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i figli mi amano più della repubblica

• venerdì, febbraio 20th, 2009

hospital1(…) «Si figuri, senatore, che io pensavo di affidare commosso una lettera autografa ai miei cari. Una paginetta con la mia grafia mancina, che si sarebbe chiusa con un sommesso “vi voglio bene”. Sicuro che loro vorranno sempre e comunque il mio, di bene. Certo più di lei, senatore Calabrò. E persino più della Repubblica.

Mi congratulo, comunque, senatore Calabrò. Perché in poche pagine che trasudano disprezzo per la vita umana vorreste farci credere che la tutelate. Perché ci rubate la libertà illudendoci di darcela. Perché perché avete scritto una legge che alimenta già dentro di sé il tacito consiglio di violarla. In privato, s’intende».

Marco Cattaneo parla della cosiddetta «dichiarazione anticipata di trattamento».
È un bel post, sì.
Grazie, Andrea.

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perché questa lentezza, signor englaro?

• mercoledì, febbraio 11th, 2009

fa_male1

Perché la vicenda di Eluana è dovuta avvenire in pubblico?
È veramente, come dice Ezio Mauro (grazie, Anna) – e come dicono molti altri, in realtà – il prezzo pagato da un padre al risultato che «solo così, portata in pubblico, la tragedia di quella figlia» potesse servire «a qualcosa, a qualcuno»?
È veramente il prezzo pagato a che quei 17 anni potessero acquistare «un senso per tutti, quasi un insegnamento»?
A Mauro «sembra un gesto d’amore, supremo, che nasce dal profondo di una desolazione e di un abbandono, perché l’una e l’altro non siano del tutto inutili, visto che già sono purtroppo inevitabili».

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• martedì, febbraio 10th, 2009

contrasti_accesi

Ringrazio Andrea per avermi segnalato questo post. È l’indignazione quieta di chi non ha bisogno della .

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