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crisi dei giornalisti: c’è qualcuno là fuori?

• martedì, agosto 31st, 2010

Molto è stato scritto, soprattutto in rete ma non solo, sulla questione che su Repubblica ha sollevato il teologo-scrittore ; ovvero la crisi di coscienza di un autore che, di fronte alla notizia che la Mondadori potrebbe essersi giovata davanti al fisco del doppio ruolo di Berlusconi, si domandava se cambiare casa editrice o restare a Segrate.

Ne hanno scritto moltissimi, sostenendo tesi che in qualche caso mi sono risultate più convincenti che in altri, ma questo non importa.

Però sulla scorta di un commento che Enrico Macioci ha lasciato sotto l’intervento di Antonio Moresco che il blog Vibrisse ha ripreso da Il primo amore, mi si è mossa una cosa.

Premessa.
Credo che pochi sarebbero disposti a negare che il miserabile stato del Paese dipenda assai più dall’indefesso lavoro di alterazione delle percezioni collettive messo in opera dai giornalisti che non dalle ipotetiche mistificazioni degli scrittori/autori/«intellettuali».

Bene.
A questo punto, però, registro un paradosso.
Nessun giornale sarebbe disposto a dare alla mia (mia per dire: nel senso che la condividiamo in tanti) crisi di coscienza la stessa visibilità che la Repubblica ha dato a .

Praticamente, meno «influente» è la crisi di coscienza per lo stato del Paese, più i giornali ne parlano.

Ci dev’essere un perché se la nostra «crisi» di giornalisti non fa notizia.
Di sicuro i giornalisti non san parlare di sé (forse nemmeno degli altri? Non lo so); ma secondo me c’è pure che tenere i giornalisti al di fuori del – facciamo – «ceto intellettuale» è una cosa che fa comodo a molti.

Ai giornalisti per primi, lo ripeto.
Agli editori, anche.
Ma anche a tutti coloro che ai giornalisti sono lieti di lasciare la bassa manovalanza, perché loro c’hanno invece da discettare di massimi sistemi.

Voglio specificare che non alludo a nessuno.
Dico solo che il processo è questo: giornalisti fuori, «intellettuali» dentro.
E anche per colpa della mia categoria (lo ripeto).

Concludo con una domanda sciocca, perdonatemi.
Chi dà voce alle crisi di coscienza dei giornalisti?
C’è qualcuno, là fuori?

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un titolo un po’ così

• lunedì, agosto 30th, 2010

Visto che si tratta di una petizione per salvare una donna dalla , richiamare nel titolo l’invito dello scrittore a far pietre delle nostre parole potrebbe non sembrare la più felice delle scelte giornalistiche.
Nemmeno se l’appello dovesse sottintendere l’invito a controlapidare chi vorrebbe lapidare , forse.

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c’è morto e morto

• mercoledì, agosto 11th, 2010

La notizia non è che ci sia stata una vittima di (tanto, direbbero qui dalle mie parti, là s’ammazzano in continuazione, e finché s’ammazzano fra loro va tutto bene…).

La notizia è che la vittima di era parente di una donna la cui storia è stata raccontata da Saviano in «Gomorra».

Il fatto che di quella famiglia si fosse parlato in un libro che ha venduto milioni di copie ed è stato tradotto in molte lingue diventa condizione necessaria a che la notizia venga in primo luogo riferita per tale (come notizia, intendo), e in secondo luogo per tale percepita dal lettore.

Capisco che la circostanza che la zia sia stata involontario personaggio del libro di Saviano rappresenti un elemento della notizia, ma non sono sicura che ne rappresenti l’elemento principale, quello senza il quale la notizia non ha un titolo poiché in fondo non è nemmeno notizia.

Quand’ero piccola, mio nonno aveva dei meravigliosi cani da caccia – un fantastico setter irlandese, dio quanto mi piaceva, e un setter gordon; ha sempre avuto cani, lui, fino a quand’è morto – e li portava a correre in montagna tutte le volte che poteva.

Per loro preparava i cibi con estrema attenzione; li curava con dedizione totale. Uno di loro l’ha perfino operato quando gli si conficcò una scheggia (diede anche i punti), e di un altro ingessò una zampa fratturata, recuperandone in pieno la funzionalità.

Nel frigo di casa, uno dei ripiani era stato tolto per fare spazio ai contenitori nei quali mio nonno teneva gli alimenti per i cani, sicché le dimensioni del frigorifero ne risultavano di molto ridotte.
Questa cosa mia nonna non la poteva sopportare, e bofonchiava bonariamente quasi ogni giorno.

Me la ricordo benissimo mentre – mescolando qualcosa sui fornelli o aprendo il forno per controllare i peperoni ripieni o la parmigiana di melanzane – guardava i figli con un’aria rassegnata e diceva: «E cché vvulìt fa’. Chìll, pur’ ‘e can ten(e)n a’ sciòrt».
Cioè: «E che ci volete fare: anche i cani soggiacciono alle regole della fortuna e della sfortuna» («sciòrt» è il destino, la «sorte»).

Tutto questo lungo ricordo per dire che non solo i cani ten(e)n a sciòrt.
Anche i morti.
E mi scuso per il cinismo.

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baciamo le mani (o le parole degli altri)

• mercoledì, luglio 7th, 2010

Riporto da qui un pezzetto della lettera che, firmata da alcuni dei nomi cospicui – e francamente insospettabili – dell’accademia italiana è indirizzata a Berlusconi e alla ministra Gelmini:

Riconosciamo pienamente che il ddl è basato su valori di efficienza e di merito, valori fortemente compromessi anche per gravi responsabilità di noi accademici, ma siamo allo stesso tempo convinti che nella sua forma attuale esso non possa imprimere la svolta necessaria, né creare il contesto adeguato per un uso virtuoso dell’autonomia universitaria.

Efficienza e merito.
Virtuoso.
Riconosciamo.
Eppure, accidenti, cara ministra, è ancora troppo poco.
Fai di più, forza.
Spingi.

Mi domandavo: quanto dista – concettualmente – il conformismo delle parole d’ordine ideologiche dal fascismo come contenuto politico?

E quanto grande diventa, giorno dopo giorno, la responsabilità di Repubblica.it nella demolizione scientifica e sistematica della politica come mediazione fra istanze? Nell’elevazione della democrazia della paletta a modus operandi unificato?
Nella canonizzazione di «personaggi» che, utilizzati come testimonial, intravvedono nella loro presenza su Repubblica un’ulteriore chance di accreditamento di se stessi all’olimpo dei Pensatori Maiuscoli Che Contano Nel Paese?

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il cuore in ombra

• sabato, marzo 27th, 2010

Ho appena finito di leggere l’ultimo romanzo di Maria Stella Conte, «Il cuore in ombra», Baldini Castoldi Dalai.

La sensazione più nitida che me ne è rimasta è la perplessità.

La storia c’è, e ha fascino e appeal.
È la vicenda sentimentale e sessuale di una donna la cui madre, abbandonata dal marito, s’è ammazzata proprio dopo che lei, la figlia, l’aveva incitata a farlo, in un accesso d’ira, o forse solamente di dolore.

La protagonista, che si chiama Qu, sta con una ragazza che si chiama Brina, e contemporaneamente col fratello di Brina, Sebastian, sposato e impotente ma capace di relazione sessuale solo sotto le condizioni estreme a cui Qu lo introduce.

Nella storia c’entra anche un padre.
Alla fine, nell’ultima linea, compare un io narrante che non riesco a collocare, nemmeno mettendolo in relazione al personaggio della ragazza con la frangia e la pelle lunare (sarà forse il doppio di Qu?).

Da un certo momento in poi, la dinamica narrativa crea un’attesa di tipo noir, e quest’attesa, bella, spinge alla lettura.
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sostanzialisti, estorsori, eversori (non lo dico io)

• domenica, marzo 7th, 2010

Articolo 629 del codice penale vigente.

Estorsione

Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni (…).

Federico Geremicca, qui (con qualche minuscola traccia di qualunquismo – mi permetto di dire – nel penultimo capoverso dell’editoriale):

L’altra notte, per chiedergli di non firmare il decreto, si sono sdraiati in piazza del Quirinale un centinaio di uomini e donne del «popolo viola»: ieri mattina, se non lo avesse firmato, avrebbe trovato migliaia di bandiere tricolori e di militanti del Pdl sotto le finestre a scandire slogan contro il «Presidente comunista». (…) In questo senso, la lunga nota con la quale (…) ha voluto spiegare il senso delle sue decisioni (…) è a suo modo drammatica e segna una svolta.

Barbara Spinelli, qui:

Diciotto anni sono passati da Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa via» (una politica autoritaria e informe, ndr) privatizzato la politica, screditandola agli occhi degli italiani e convincendo anch’essi che il privato è tutto, il pubblico niente.

Si ascolti Verdini, sull’Espresso del 23-5-08. All’obiezione sul conflitto d’interessi replica, ardimentoso: «Il conflitto d’interessi non interessa più a nessuno. Neanche a chi non ha votato il Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta paga, detassiamo gli straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione e poi vediamo. Alla fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».

Scalfari, qui (e io non riesco a capire, a questo punto, quale argomento lo spinga a difendere il decreto come mezzo per l’esercizio del «diritto elettorale attivo e passivo»):

Il non è un male minore. È un male identico se non addirittura peggiore d’un decreto innovativo.
Anzitutto non si può dare un’interpretazione diversa e così estensiva ad una procedura elettorale con effetto retroattivo. L’interpretazione, se retroattiva, diventa infatti un vero e proprio condono ed un condono è quanto di più innovativo vi sia dal punto di vista legislativo.

Non che Eugenio Scalfari sia il direttore della Repubblica. Però, perché De Bortoli tace e fa parlare – per carità: pesantemente – solo Galli della Loggia?
E perché Galli della Loggia, nell’inciso

«alcuni risultati positivi dell’attuale governo non sono stati mai nascosti né da questo giornale né da chi scrive»,

antepone «questo giornale» a «chi scrive» come uno che sia stato autorizzato a parlare in nome di quel giornale, quasi ne fosse un direttore facente funzioni?

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di marrazzo e d’altre cose (grazie, paterlini)

• sabato, ottobre 24th, 2009

passerottoE adesso Marrazzo.
E D’Avanzo che gli dice «parla, di’ la verità!».

E siccome le sue «debolezze», scrive, «sono ora lì, nude, sotto gli occhi di tutti», tu «governatore» (proprio tu, D’Avanzo.
Proprio tu, a usare una parola che non corrisponde a nessuna figura istituzionale.
Proprio tu, a usare scorciatoie linguistiche di sapore ideologico) hai «l’obbligo di affrontarle, in pubblico e a viso aperto».

che scoop

Si sentiva veramente la mancanza di un altro di questi scoop giornalistici che servono egregiamente a due bellissimi scopi, entrambi molto di moda.

la trappola del «gossip»

Il primo obiettivo è far dire alla gente (lo dicono anche persone molto avvertite e sveglie che, per dire, incontro alla Fnac con le braccia cariche di libri non scritti da nuove o vecchie Liale) che «ormai i giornali non si possono più leggere, perché contengono solo gossip» (così, dicono: «gossip», e non si rendono conto che solamente usare quel termine invece dell’italiano significa che ci son cascati anche loro).

«son tutti uguali!»

Il secondo obiettivo è far dire alla gente che in politica tutti sono uguali.
Quest’affermazione, a seconda del livello di compiaciuta provocatorietà simil-sgarbiana che a ciascuno piaccia coltivare, si divide normalmente in due sotto-affermazioni divergenti.
Una è «guarda che schifo, noi sì che siamo morali».
La seconda è «fanno quel che facciamo/vorremmo fare anche noi» (corollario: «L’essere umano fa schifo, che cazzo possiamo farci, signora mia?»).

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d’altra parte, mein kampf c’era già…

• martedì, ottobre 20th, 2009

W_la_qultura

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giornalismo e dimenticanze

• lunedì, settembre 7th, 2009

Tre cose sull’articolessa di Diamanti pubblicata oggi su Repubblica.

«Nell’era della mediocrazia avanza un soggetto politico nuovo. Anche se ha sembianze note e sembra quasi antico, visto che – nella versione originaria – è sorto insieme alla prima Repubblica. Eppure è cambiato profondamente, negli ultimi anni. In modo tanto rapido che neppure ce ne siamo accorti. Lo chiameremo Partito Mediale di Massa (PMM)».
Il pezzo comincia così.

Ora: o Diamanti s’era distratto o io sono un tipo troppo sveglio (escluderei entrambe le cose, ma vabbe’): soggetto politico nuovo? Nuovo? Ma tutto quello che s’è visto in questi anni cos’era? Un paesaggio dei Lego, per Diamanti? O non era forse la realtà?

Il pezzo poi prosegue dicendo questo: «Il PMM costruito da Berlusconi si avvale anche dei giornali» (Ma va’? E chi l’avrebbe mai detto?). «Il linguaggio e gli argomenti politici della destra, negli ultimi anni, sono stati imposti soprattutto da Libero e da Vittorio Feltri. Il quale è tornato, da poco, a dirigere il Giornale. Non a caso. Perché il campo di battaglia dove si stanno svolgendo i conflitti politici più aspri e violenti coincide con il sistema dei media. Investe la scelta dei dirigenti, dei direttori e vicedirettori dei Tiggì e delle reti Rai. Senza dimenticare che i direttori dei maggiori quotidiani nazionali sono cambiati quasi tutti, nell’ultimo anno. D’altra parte, la costruzione della realtà sociale passa tutta dai media. La paura e la sicurezza. Agitate a tele-comando. Mentre i lavoratori licenziati, per conquistare visibilità, hanno una sola chance: realizzare azioni clamorose per andare in televisione. Mentre i terremoti e i rifiuti che sconvolgono il territorio diventano occasioni importanti per suscitare consenso o dissenso politico».
Subito dopo, un’autentica perla: «L’informazione critica diventa, per questo, assai più pericolosa di qualsiasi partito».
Oggi quest’uomo va proprio in cerca del colpo ad effetto, eh?

Qui le cose che ho da dire sono due.
La prima è questa: sono molto stanca di sentir ripetere – credo siano quindici anni ininterrotti – che la questione della , in Italia, sia il problema delle proprietà dei giornali di Berlusconi.
No.
Il problema è – purtroppo – anche e forse soprattutto l’egemonia culturale che Berlusconi ha imposto a un intero Paese, ai direttori responsabili di piccoli e medi giornali che volentieri hanno chinato la testa (nel caso in cui ne avessero una, è ovvio) e censurato tutto il censurabile, e ai redattori servi che non aspettavano altro che capire chi fosse il nuovo signore ai cui piedi inginocchiarsi per ottenere qualche squallido lasciapassare nei quartieri presuntamente alti.

La seconda è questa: dov’erano, Diamanti, Repubblica, la Fnsi, i cosiddetti partiti della cosiddetta opposizione, le cosiddette organizzazioni sindacali, quando noi giornalisti combattevamo uno alla volta – perdendola – la nostra infantile battaglia contro la , il pensiero unico e l’autocensura?
Quali alleati ci siamo trovati al fianco?
I colleghi che mobbizzavano?
Il sindacato che abbassava gli stipendi ai precari?
La Repubblica che tirava la volata a De Mita?
Il Corriere che studiava da revisionista?
I giornalisti che pensavano di reinventarsi un lavoro come scrittori di pamphlet antiberlusconiani usando gli stessi sistemi di autopromozione degli scrittori berlusconiani, ovvero trasformandosi in maitre a penser tascabili, buoni da portarsi al mare e da leggere sotto l’ombrellone?

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l’equivoco della censura e del giornalismo militante

• venerdì, agosto 28th, 2009

un_uomo_cosi_elegante_e_garbatoPenso che le domande, checché ne dica Repubblica, possano effettivamente essere in se stesse diffamatorie. Esattamente come sostiene Berlusconi nel suo atto di citazione contro Repubblica.

E credo che lo possano essere esattamente per i motivi individuati da Berlusconi, ovvero il loro essere «retoriche», in quanto «non mirano ad ottenere una risposta del destinatario, ma sono volte a insinuare nel lettore l’idea che la persona “interrogata” si rifiuti di rispondere».

l’assassina

Se io, per fare un esempio assurdo ma piuttosto al passo coi tempi, mi avvicino a una donna che ha appena abortito e le chiedo «è vero o non è vero che lei è un’assassina?», credo che la mia domanda non integri l’esercizio di un diritto di cronaca ma sia in realtà diffamatoria, oltre che molesta.
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un’intelligentissima ironia

• mercoledì, agosto 12th, 2009

Questa è Repubblica.it.

«In estate, per una donna non c’è più grande soddisfazione che recarsi in spiaggia o in piscina, togliersi lentamente gli abiti sapendo di essere scrutata dalla comunità balneare circostante e lasciarla di stucco esibendo un corpo tonico, modellato, privo di smagliature e cellulite.

Ma può accadere anche che un corpo modellato, privo di smagliature e cellulite non riesca comunque a impedire che i dirimpettai d’ombrellone si sganascino dalle risate.

Perché? Semplice: tutta colpa del costume.
Nulla riesce a deturpare la bellezza al bagno e a farla passare in secondo piano (più, ndr) di un pezzo di stoffa dalle linee astruse, pesantemente borchiato o colorato con combinazioni cromatiche da mal di testa.

C’è ben poco da dire “a me non capiterà mai!”. Potenza dei trend, della pubblicità e di misteriose influenze subliminali, nessuna è al riparo dal rischio di sbagliare la scelta del costume».

Non so chi sia P.G. che firma il pezzullo, né in che mondo vive.
Ma meno male.

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