l’isterica fragilità delle primedonne di periferia

A volte mi voglio far del male, e allora giro per le bacheche Facebook di persone che non sentono alcuna frizione interiore nel definirsi scrittori.

Sono esperienze che mi stupiscono ogni volta.
In questo senso, dico: in genere, nel farmi un’idea delle persone vado abbastanza a pelle; ce ne sono certe che proprio mi instillano un bisogno di distanza fisica.
Vedere che le loro bacheche Fb restituiscono di loro un’immagine spaventosamente simile all’idea che me ne ero fatta mi crea sempre un senso di stupore.

C’è una cosa che penso sempre. Se mi chiedessero: «Dovendo scegliere, vuoi essere una scrittrice bravissima o una persona che vale?», posto che le due cose si escludano – e in qualche caso temo che si escludano – io sceglierei senza esitazione di essere una persona che vale.
Dice: per forza! Come scrittrice fai pietà.
No.
Come scrittrice non faccio pietà.
Sto camminando su una strada, ogni giorno faccio un passo.
Il mio «Avvocato G.», poi, ha proprio un suo perché, come altre cose che sono qui nell’hard disk.

Non c’è letteratura che valga la vita. Non c’è condanna più patetica che credersi dèi perché si è pubblicato un libro. Non c’è miseria più ridicola che dichiararsi umili e poi azzannare alla giugulare chi per caso non si è accorto di quanto siamo superiori a chiunque altro.

Sono spaventata dall’isterica fragilità di certi scrittori; dall’ostinazione con la quale urlano richieste d’affetto con le lacrime agli occhi; dalla loro arrogante pretesa di considerazione; dalla lagnosa rivendicazione della propria eccellenza; dall’assenza di senso dell’ironia; dal sibillino percuotere chi li ignora o ne parla male (più chi li ignora); dalla parossistica esibizione di affetto verso i sodali.
A volte anche dalle loro vanterie citazionistiche, dalla leggerezza con la quale ti dicono che loro leggono e rileggono libri importanti.

Gente di cuore, eh, ci mancherebbe altro.
Zollette di zucchero con chi dice loro che sono bravi, carini, simpatici, epocali, scrittori importanti, splendidi esemplari umani; dardi infuocati con chi non se li fila. Ma come? Io ho scritto questa cosa capitale e tu non te ne sei accorto?

Io sbaglierò, ma questa gara a chi ce l’ha più lungo mi è diventata insostenibile.
Non si guarda più in faccia a nessuno.
Venticinquenni che non si vergognano nemmeno un po’ nel definirsi intellettuali, per esempio.
Bah.
Ma il senso del limite? Il senso dell’umorismo?
Queste persone ce l’hanno avuta una mamma che a un certo punto della loro infanzia – fase ipertrofica dell’ego, facciamo – abbia detto loro «ehi, giovane, parla quando sei interrogato»?