il cassetto del sole nell’intercapedine fra me e me

Dementia […] has a way of revealing the core of the person affected by it.

Alice Sebold
The Almost Moon

La donna nella foto è la mamma di Marco.
L’ha fotografata lui. È stato lui a vederla così.
Ha un nome, ma non lo scrivo, anche se voglio che lei stia qui da me.

Nel suo mondo c’è una grande confusione. Dentro di lei turbinano coriandoli di vita e di ricordi che non trovano il fiume in cui riprendere a scorrere insieme.
Mille rivoli senza sorgente e senza foce, così tanti da non riuscire a seguirli.
Le parole non sanno più a cosa dare nome. Le cose alle quali dedicare attenzione sono troppe, bussano insieme alla stessa porta e hanno perso qualunque ordine di importanza.

A volte mi concentro su un dettaglio, e quel dettaglio convoglia tutta la dedizione di cui le forze sono capaci.
Quella forchetta è da sistemare quella forchetta è da sistemare quella forchetta è da sistemare quella forchetta. Mi alzo mi alzo. Mi sono alzata. Ecco.
Sì, la forchetta è da sistemare. Io so sistemarla io so. La prendo, prendo. Mi guardo intorno. È giusta questa cosa della forchetta?

Sono un astronauta sulla luna e non ho la tuta. Non ho gravità senso direzione. Sì, quella forchetta è da sistemare, quella. Cerco l’assenso negli altri occhi ma non so vedere dentro le pupille.
Quella forchetta è da sistemare quella forchetta. Qualcuno mi parla. C’è un punto di domanda. Mi fermo. Sì. Mi risiedo. Ma quella forchetta è da sistemare. L’ho presa. Ecco. Ce l’ho.
Tlic. L’ho spostata.
Ecco.


E poi ascolto. Quella forchetta è da sistemare, quella. Mi dicono cose che non so dove mettere. I cassetti son chiusi. Riesco ad aprirli solo se qualcuno mi tocca. Allora apro il cassetto del sorriso, e anche quello della gratitudine. C’è il cassetto del sole. Nella mia prima vita l’ho tenuto chiuso. Adesso non so bene dov’è.

Vivo nell’intercapedine fra me e me.

Mi domando cose che non hanno più parole. La mia faccia si domanda cose, il mio corpo si domanda cose, la mia pelle si domanda cose. Ma questi qui vogliono parole. Quella forchetta è da sistemare.

Le risposte di parole sono inutili come un aereo per andare a prendere il pane.
Le risposte di pelle e di corpo sono vere, ma non so chiedere. Mi dimentico perfino di volere risposte.

Questa donna è una donna a cui io voglio bene, di cui sento il rumore del cuore.

Lo sento così forte che mi fa paura e non riesco a starle vicino. Ha l’odore delle cose che somigliano al dolore. Non ho più narici per quest’odore che viene da qualcuno che mi è vicino. Ho energie di riserva solo per quando toccherà a me.

Lei ha portato Marco nel mondo e me l’ha dato in dono, così poi Marco mi ha dato in dono Giovanni.
Se scherzo e le dico «sei stata una brava mamma, mi hai “cucinato” il miglior marito del mondo», lei sorride e mi abbraccia. A volte mi dice «che bella che sei» e mi dà una carezza.

C’era questa roba qui, un’altra pelle, sotto la pelle che la vita le ha cucito addosso.
C’erano terminazioni nervose e sentimentali da tenere protette dalla delusione e dalla felicità. C’era una città di cui annusare gli odori, percorrere le vie buie; c’era una città di cui bere le luci.