sarebbero diversi che pagano a caro prezzo

Segnalo – da qui – questa frasetta, che secondo me è un capolavoro.

Diversi passanti sarebbero rimasti feriti dai frammenti di un ordigno esplosivo.

Credo che, in termini generali, l’uso dell’aggettivo «diversi» come sinonimo dell’aggettivo (o, in altri casi, del pronome) indefinito «alcuni» sia sbagliato, ma quel che mi interessa adesso non è questo.

Quel che voglio capire è su quale specifico elemento della notizia, così come essa è riportata nella frase, il modo condizionale intenda introdurre un dubbio o una distanza critica.

Torniamo alla frasetta, allora.

Il «sarebbero» mette in dubbio che i «passanti» siano «diversi» nel senso che, al contrario, i passanti erano «uguali»?

Dubita del fatto che, qualunque ne sia stato il numero, essi siano effettivamente rimasti feriti perché in realtà sono morti oppure del tutto illesi?

Intende esprimere l’incertezza sul fatto che siano effettivamente stati i «frammenti» di un ordigno a ferire i passanti, introducendo invece l’ipotesi che a ferire le persone possa essere stato l’ordigno nella sua interezza?

O forse mette in dubbio il numero degli ordigni, nel senso che forse i passanti sono rimasti dai frammenti di «un» solo ordigno esplosivo, ma forse anche di più ordigni esplosivi?

C’è del bello anche in un frammento di una cosa che leggo da un’altra parte – qui – in un pezzo sul «rapporto sullo stato di salute presentato oggi dal ministro Renato Balduzzi» (non si dice, però, chi l’abbia redatto).

Il capitoletto sul fumo è illuminante.

Fumo. «In Italia si stima siano attribuibili al fumo di tabacco dalle 70.000 alle 83.000 morti l’anno, con oltre il 25% di questi decessi compreso tra i 35 e i 65 anni di età», si legge nella relazione.

Non solo: più della metà dei bambini italiani vive in famiglie in cui almeno uno dei genitori è fumatore e lo paga a caro prezzo: si stima che il 15% dei casi di asma tra i bambini e i ragazzi sia attribuibile proprio a questo.

Parto dal fondo: più del 50 per cento dei bambini italiani paga a caro prezzo il fatto che uno dei genitori sia un fumatore (c’è scritto veramente questo, eh).

Bene.
Qual è il «caro prezzo»?
L’asma.

Quanti sono i casi di asma?
Non si dice.
Ma va bene.
Prendiamo per buona l’idea che i casi di asma siano tantissimi. Lo saranno davvero; tantissimi, dico.

«Si stima» (e dunque non c’è certezza) che il 15 per cento dei casi di asma fra bambini e ragazzi sia «attribuibile» (e dunque non c’è un sicuro nesso di causalità, ma casomai correlazione statistica) al fatto che uno dei genitori fuma.

Ora: è troppo chiedere a quali fattori sia «attribuibile» il per così dire residuo 85 per cento – ottantacinque per cento – degli abbiam detto tantissimi casi di asma che si riscontrano fra bambini e ragazzi?

Il «caro prezzo» di cui si parla è tale «solo» per il 15 per cento dei bambini e dei ragazzi figli di almeno un genitore fumatore.
E l’altro 85? Non diciamo niente?
Eppure, statisticamente è enormemente più rilevante; così come dal punto di vista delle azioni di politica sanitaria.
È «attribuibile» alle polveri dei gas di scarico?
Ai fumi industriali?

Nessuno ce lo dice.

E poi, sempre dallo stesso pezzo: oltre il 25 per cento delle persone che muoiono per cause «attribuibili» al fumo ha – leggiamo – un’età compresa fra i 35 e i 65 anni.
Ammettendo che per cause «attribuibili» al fumo (che è diverso da «attribuite con certezza» al fumo, ma lasciamo andare) sia improbabile che muoiano persone al di sotto dei 35 anni, possiamo supporre che poco meno del 75 per cento di coloro che muoiono per cause attribuibili al fumo abbia un’età superiore ai 65 anni; cioè, fra i 66 e i cento.
Avrebbe avuto senso sapere quanti fra costoro hanno 90 anni, per esempio. Avere 65 anni non è la stessa cosa che averne 85.
A 85 anni, purtroppo, morire è un evento non statisticamente sorprendente.

Sicché, fra gli ultrasessantacinquenni morti per cause attribuibili al fumo c’è una quota ragionevole di persone che di qualcosa comunque sarebbero verosimilmente morte: fumo o consunzione, o qualunque altra cosa.
Di cosa sarebbe stato dunque ammissibile che queste persone fossero morte, se le cause «attribuibili» al fumo non vanno bene e sono considerate socialmente negative?

Se non mi dice qual è – per esempio – la percentuale di ultraottantacinquenni morti per cause «attribuibili» al fumo, la statistica è poco rilevante.

Inoltre, si tratta comunque di persone in età da pensione (per ora); sono persone di cui l’Inps ha incamerato i contributi previdenziali, senza però dover ora versare loro una pensione, se non nella forma ridotta di un’eventuale pensione di reversibilità al coniuge superstite o ai figli ancora a carico.

Ne dovremmo dunque ricavare la conclusione che questa forma autogestita di ipotetico suicidio da sigaretta è – a conti fatti – negativa o positiva?
In altri termini: se lo stesso numero di persone ultrasessantacinquenni fosse morto per cause naturali, noi considereremmo quei decessi come una dinamica positiva o negativa? Vorremmo che le aspettative di vita aumentassero o no?