un po’ mc donald’s, un po’ sex and the city

Dunque.
Con piglio da Indiana Jones – mancava poco che ci mettessimo la sahariana e il cappellone, nonna compresa – oggi ho portato tutti a pranzo in un posto che mio figlio ha definito così (lo giuro, dovesse annientarmi un improvviso perfido zott): «Allora. È originale, è un po’ fashion e dà un tocco di vita moderna a questa città».
Cose da pazzi.
Ci son momenti che se non lo sentissi con le mie orecchie non ci crederei, e se non vedessi che la sua faccina è quella di sempre, inconsapevole della deliziosa enormità delle cose che dice (secondo me c’entra Topolino), penserei che è un perfetto stronzetto che se la tira.

that’s the way it works

Comunque. Il posto è fatto che tu vai là, scegli quel che vuoi mangiare leggendo sulla confezione gli ingredienti delle pietanze, te lo scaldi al microonde, te lo porti al tavolo con le tue manine, mangi, se serve fai un ruttino un po’ discreto, vinci l’abbiocco, bevi il caffè, liberi il vassoio, saluti e esci dalla porta.
Mezzo McDonald’s mezzo Sex and The City.

hi-tech

Piccola descrizione.
Frigoni tipo snack-bar di aeroporto.
Forni a microonde per scaldarsi i pasticcetti o il tacchinetto (bio e con tracciabilità, mica ca***), «però prima faccia quattro buchi con questi stuzzicadenti sulla confezione, e poi metta due minuti al massimo».
Sedie verdolone trasparenti.
Acciai satinati Manhattan-style.
Pavimento grigiolone cementoso.
Affreschi di una certa loro bella età affioranti qua e là.

in attesa del «fungo»…

Piastrelline rosso fuoco con fughe grigio-cemento per decorare muretti, murettini, e murettinini.
Lampadarietti bianchi di forma uguale ma di dimensioni diverse pendenti dal soffitto a travi.
Schermo piatto con dvd che dà immagini di pietanze che girano in loop (segnalo la frutta con la panna montata: ipnotica).
Una promessa di plateatico esterno che inspiegabilmente – lo so perché l’ho chiesto alla ragazza dietro al banco del caffè – «apriremo fra due mesi», cioè con l’inverno; ma forse – azzardo – metteranno i «funghi».

oh mio bio!

Sgabelloni grigi alti attorno a un tavolone centrale.
Confezioni di frutta a pezzi, tramezzini, panini, pasticcini, caramelle in carta da pacchi modello «hai-visto-quanto-sono-biologica?».
Sorbetto al caffè e sorbetto al limone in contenitori trasparenti sul banco.

public relations

Proprietario con telefonino all’orecchio: «Sì, no, non l’ho visto. Cinque minuti di servizio sul Tg1 su di noi?».
Mano sulla cornetta, voce più alta: «Ehi, cinque minuti sul Tg1».
Via la mano dalla cornetta: «Sì. Qua ci sono Visto e Oggi. Va bene, ciao».
Clic.
Nel senso che c’è anche un fotografo.

un avventore fosforescente

Avventori momentaneamente trendissimissimi. Ce n’era uno con camicia blu, enorme colletto bianco, cravatta rossa con super-supernodo, capello ciuffoloso che ombreggia la fronte e protegge i delicati circuiti cerebrali, occhiale con montatura di tubi Innocenti.
Aperto dalle 7.30 di mattina alle due di notte.
Il locale, dico. Non l’avventore.

back to real world

Col disagio di quella a cui è stato insegnato che chi fa il giornalista non fa le marchette (d’altra parte mica sto dando l’indirizzo…), mi tocca dire che andare a mangiare in questo posto mi è piaciuto da pazzi.
È stato spaziale.
Tipo come se Verona facesse veramente parte di quella palla un po’ rotonda che si chiama mondo e non fosse il villaggetto dove hanno ambientato l’inquietante e incredibile serie tv britannica «Il prigioniero» (forse un po’ di voi se la ricordano: io l’ho vista perché l’hanno ridata su qualche canale un paio di anni fa), o quella specie di gabbietta da laboratorio organizzata apposta per fare sadici esperimenti su noi topolini residenti, perlopiù razzisti e consenzienti.
Pensa un po’ che mi viene anche la rima.