la felicità pubblica e il tuo dentro

un_salotto_specialeQuesto è un rovello di cui parlo spesso con le persone che mi sono vicine.

Nessuna di loro sembra avere argomenti abbastanza forti da convincermi, ma riesce a fare quella cosa magnifica che è consolarmi: cosa che però attiene alla felicità privata.

Allora.
Quello di cui io sono purtroppo convinta è che l’assenza – o la latitanza – di ogni minima ipotesi di «felicità pubblica» possibile sta umiliando entusiasmi e coscienze, e disidratando la terra che dovrebbe dare frutti.

E mi sta facendo del male da molto tempo, anche se continuo a cercare da me il mio foro d’uscita.

Nella sua autenticità scarnificata e sanguinante, questa frase riferita alla temperie del ’68 mi è sembrata meravigliosa e agghiacciante.
Perché se la felicità pubblica esiste, esiste anche il pubblico dolore.

Quello che nasce dal fuori e spezza il tuo «dentro»; quello che agendo sul tuo dentro puoi solo governare per brevi tratti, e mai veramente sconfiggere.

«La questione di fondo è: che cosa realmente è accaduto? Secondo me, per la prima volta dopo tanto tempo è sorto un movimento politico spontaneo che non ha fatto soltanto una semplice azione di propaganda, ma ha agito e, per di più, ha agito sulla spinta quasi esclusiva di motivazioni morali.

Questa generazione ha scoperto quella che il diciottesimo secolo aveva chiamato «la felicità pubblica», il che vuol dire che quando l’uomo partecipa alla vita pubblica apre a se stesso una dimensione di esperienza umana che altrimenti gli rimane preclusa e che in qualche modo rappresenta parte di una “felicità” completa».

Hannah Arendt
citata da Daniela Basso
in «Il cinema, il Maggio e l’Utopia. Les amant réguliers. Percorsi attorno al ’68», Einaudi Stile libero (con dvd).