«the sense of a pliece»

In brevissimo.
Prima del corso, bevendo una tisana alla menta nel salottino dell’Irish Writers’ Centre, mi sono dovuta sciroppare le chiacchiere interminabili di una signora che sapeva tutto di Berlusconi, di Ruby e delle donnine; mi ha chiesto se avevo letto «The dark heart of Italy» di Tobias Jones (sì), se gli italiani sono più o meno realisti degli irlandesi quanto alle faccende di denaro (non so), mi ha raccontato che stamattina una signora ha detto il fatto suo all’ex primo ministro Bertie Ahern che veniva intervistato dalla tv, mi ha detto che il Fianna Fail governa da troppo tempo in Irlanda, e non penso anch’io che questo è il problema contrario di quello italiano? (non sa/non risponde).

Al corso c’erano una psicologa, un funzionario pubblico, un’insegnante, un architetto… Giornalisti non mi è parso di vederne. Curiosa, sta cosa.
Per la settimana prossima bisogna scrivere una feature di 400/500 parole – attenzione – sul «sense of a pliece».
Eh?
Henry McDonald: «Sense of a pliece».
Would you please repeat?
H.MD.: «The-sense-of-a-pliece».
I beg your pardon?
H. MD.: «The sense of a pliece».
Una donna: «A specific place?».
Ah.
Un luogo.
Il senso di un luogo.
(L’accento di Belfast, forse…).

Mi incuriosisce, comunque, quest’idea di feature writing.
Da noi o c’è l’articolo di fondo, o c’è l’editoriale, o c’è l’articolo di cronaca o c’è Francesco Merlo.