ilgovernoèbravoilgovernoèbello

Non sarà l’anno in cui finisce il mondo – e poi, chissà… – ma di sicuro è un anno che non comincia per niente bene.
Comincia con un titolo così, per esempio (il pezzo, curiosamente definito, nell’url, un «dossier», si trova qui):

«Le tre strade del governo», si legge, «sul contratto unico anti-precarietà».

Il punto focale sono le tre strade del governo.
Che il «contratto unico» sia un dispositivo incontestabilmente «anti-precarietà» non è nemmeno in discussione.
Il contratto unico, se è, è «contrattounicoantiprecarietà». Una sola parola, così la ingoiamo meglio, in un unico sorso d’acqua nel quale non c’è modo di rendersi conto di quali sostanze siano costituiti i pezzi che mandiamo giù.

È un titolo ideologico e violento, con il quale si punta a rendere accettabile in modo surrettizio ciò su cui si nega ogni possibilità di confronto.
Come se sopra una foto di Maria Stella Gelmini collocassimo il titolo «Un raro momento di relax della bellissima ex ministro».
Non metteremmo in discussione il «bellissima», perché è parte integrante di ciò che in quel titolo sembra essere estraneo al messaggio che si vuole comunicare, ovvero il fatto che il momento di relax dell’ex ministro è «raro».

Qui, l’essenziale è che si sappia che per lo scopo meritorio di «combattere la precarietà» il governo ha tre strade.
«Oh, sentiamo!», ti viene voglia di dire. «Vediamo un po’ quante belle strategie ha il governo per rimettere a posto il mondo!».

Leggere l’articolo è un’esperienza che sfida qualunque possibile ottimismo da inizio d’anno e mortifica violentemente ogni tentativo – non mio, devo dire proprio la verità – di pensare che dopo le dimissioni di Berlusconi l’informazione poteva cambiare, dismettendo i toni da Istituto Luce del terzo millennio.
Ecco.
Sbagliato.

Nel pezzo non c’è la minima traccia di distanza critica, ma semmai il costante obiettivo di asseverare con l’autorità di testata «progressista» ipotesi di lavoro delle quali non occorre spiegare granché, perché quel che conta è che sono ipotesi splendide, risolutive, geniali, positive, eque, ragionevoli, pacate, al passo con i tempi, in grado di reggere la sfida con (ehilalà) la competizione globale, signore e signori.

Dopo quindici anni di flessibilità spinta che ha portato a oltre quaranta tipologie contrattuali (dal lavoro in affitto fino al job on call, una vera giungla contrattuale) e che ci lascia, però, un tasso di occupazione giovanile tra i più bassi d’Europa (circa il 47 per cento contro una media Ue che viaggia intorno al 60 per cento), si è deciso di voltare pagina.

Cioè: i «quindici anni di flessibilità spinta» (ah sì? Era «spinta»? Certo! Era la «flessibilità spinta» della destra! Noi, invece, pensiamo alla «flessibilità» non spinta, quella che presa la mattina con un bicchiere d’acqua di fonte purifica l’organismo e garantisce il repentino instaurarsi della pace fra tutti gli organi del corpo) hanno lasciato un tasso di occupazione «giovanile» (occhio all’aggettivo, mi raccomando) tra i più bassi della Ue.

L’idea di «voltare pagina», a questo punto, è un’autentica salvezza! Grazie, governo!

Non un ritorno al passato, ormai improponibile nella competizione globale, ma il tentativo di chiudere la lunga stagione del dualismo nel mercato del lavoro: da una parte i protetti dalle leggi e dai contratti, dall’altra i precari quasi senza leggi e diritti contrattuali.
Si prova a chiudere, pure, la presunta contrapposizione tra padri e figli.

Che stanchezza, mio dio.
«Non un ritorno al passato», ci mancherebbe altro.
Noi guardiamo avanti, per la miseria. Guardiamo al progresso – un intertitolo del pezzo, effettivamente, recita più sotto «le proposte progressiste»; non un’incertezza, non un millimetro di distanza. «Progressiste» e basta: come ti permetti di non essere d’accordo? Sei forse un conservatore? – e sappiamo che con «la competizione globale» non si può tornare al passato, oh no.

C’era quell’orribile «dualismo», nel passato.
Dove? Nel mitologico «mercato del lavoro», naturalmente!
Tutti questi parassiti garantiti, e tutti quei poveri sfruttati.
Oh, che orrore.
Noi siamo grandi, e bravi.
Noi sappiamo che adesso chiudiamo anche con la «presunta» (presunta? Perché «presunta»? Se è presunta, vuol dire che forse non è vera; e allora forse non c’è niente da modificare… O no?) «contrapposizione fra padri e figli».

Questi se la fanno e se la dicono.
Prima si inventano la competizione fra padri e figli (come se non fossero stati i padri e le madri a garantire i figli disoccupati, dando loro i soldi quando loro non ne avevano; prestando loro l’aspirapolvere quando ne avevano bisogno…), e poi decidono che sono dei campioni perché eliminano la competizione fra padri e figli.

Geniale.

In fondo l’estensione nella forma pro rata del metodo contributivo per il calcolo della pensione rappresenta il fulcro di un nuovo patto generazionale nell’epoca dei lavori e non più del lavoro standard a tempo indeterminato.

Nessuna virgoletta.
Non parla nessuno; non sono affermazioni di una fonte.
Parla l’estensore dell’articolo.
Parla la testata.
Sono affermazioni la cui fondatezza viene validata dall’assenza di qualunque traccia di riconsiderazione critica dei fatti.

E il bello è che la frase non significa assolutamente niente.
Si capisce solo che quella che ha in mente il governo (segnatamente, quella donna sportiva con gli occhiali da sole fotografata a sinistra del pezzo, al massimo della sua benevola informalità) è una cosa positiva e bella.

Leggiamo pezzo per pezzo.
L’estensione nella forma pro-rata del metodo contributivo (soggetto) […] è il fulcro di un nuovo patto generazionale.
Okay.
Cosa vuol dire?
Niente.
Non si spiega perché è il fulcro.
Non si spiega perché si parla di «patto generazionale».
Si dice però – attenzione, perché questo è fondamentale – che il patto è «nuovo».
E «nuovo» è bello.
Nuovo è bellissimo.

Eravamo rimasti al fulcro del patto generazionale.
Subito dopo, il «quando».
Quando? Ora, «nell’epoca dei lavori e non più del lavoro standard a tempo indeterminato».

A me questo fraseggio sembra privo della più elementare cogenza logica. Mi viene da dire che sottotraccia c’è quest’idea che alcuni mazzetti predefiniti di parole devono dare un’impressione generica di polarità positiva contrapposta alla polarità negativa delle cose «vecchie», «spinte», «standard», e via di questo passo.

Proseguendo nella lettura, le perle infilate nel filo dell’ideologia da velina istituzionale aumentano di numero e sono sempre più lustre e brillanti.
Una cosa toccante e – ahimé – deprimente; tristissima.

Per esempio:

A regime la riforma Fornero permetterà di risparmiare 20 miliardi di euro. Risorse decisive per ridisegnare gli attuali ammortizzatori sociali, nati davvero in un’altra epoca del lavoro.

Uno slogan: «Risparmia anche tu con Fornero!».
Niente che ti spieghi come si risparmia, figuriamoci.

O anche:

Per ridurre – come ha già detto il premier Mario Monti – l’area della precarietà.

Cioè: non è un’idea mia, figuriamoci. È «già» un’idea di Monti, e io faccio solo il mio dovere di cronista riportandola qui con meritorie asciuttezza e sobrietà.

Eccetera.

Una delle cose più impressionanti con cui mi capita di fare i conti in queste settimane di avvio del governo Monti è la sconcertante compiacenza delle agenzie di stampa nei confronti del presidente del Consiglio e dei suoi ministri.

Uguale, preciso, identico, a quando al governo c’era Berlusconi e i furboni di sinistra dicevano che la stampa faceva schifo perché non evidenziava le malefatte del potere.

Su un lancio di una settantina di righe sulla famigeratissima «fase due» (madonna santa) del governo, per esempio, di righe utilizzabili te ne restano venticinque-trenta.
Il resto è tutto un «le proposte sulle liberalizzazioni serviranno a rendere più aperto e competitivo il mercato, con indubbi vantaggi sulla redistribuzione del reddito, di modo da limitare gli effetti potenzialmente sperequativi del decreto “salva-Italia” introducendo elementi di equità».
Tanto per dire.

Ecco.
Non è per dire che io l’avevo detto.
Però io l’avevo detto.
Adesso che il potere indossa la grisaglia (e non quei ridicoli doppiopetto blu da ammiraglio di Love boat) ma quando è il momento giusto sa anche mettere i giacconi sportivi (e non quelle batterie di immutabili cafonissimi maglioni girocollo blu di cachemire che sembravano usciti dall’immaginario di un ragazzo della via Paal), la più grande delle differenze è che a farci digerire contenuti indigeribili – con la necessaria usuale compiacenza dei mezzi di comunicazione – sono persone distinte, che sanno stare a tavola.

I contenuti saranno verosimilmente gli stessi; l’arroganza pure, visto che anch’essi impongono un’ortodossia ai cui avversari mancano argomenti che non siano predefinibili come archeologia del pensiero politico.
Solo che criticarli sarà più difficile, e ancora più privo di senso di quanto fosse già insignificante criticare Berlusconi.
Perché ci sarà sempre quello più realista di te che pronuncerà la formula magica ammazza-dissenso: «Ma ti ricordi con chi avevamo a che fare fino a pochi mesi fa?».

Mi ricordo, eccome.
Però quest’onda di scientismo tecnocratico positivista mi sta preoccupando molto.
E il giornalismo che fa opinione (il giornalismo che vende, direi; visto che in tempi di religione del mercato l’unico giornalismo valido è quello che vende) mi sembra sempre più servile, schiacciato su posizioni preconcettualmente allineate col potere; incapace di esame critico; incapace di un utilizzo non ideologico della lingua.

Per la seconda volta in pochi giorni, insomma: buon anno un cazzo.