soldi e silenzio

Hanno aperto un negozio enorme di Abercrombie e Fitch, a Dublino.
Mobili marrone scuro, pavimenti e pareti nere, musica a volume altissimo.
Non un prezzo visibile che sia uno.
College Green numero 34.

Omoni con auricolari all’ingresso. Dentro, c’erano commessi palestrati di categoria oh-yeah, tendenzialmente neri, anch’essi auricolarizzati.

Quando, anni fa, Marco si era comprato una maglia, una camicia e un paio di pantaloni nel loro negozio di New York, mi pare che l’aria fosse molto meno da strafighi.

Giovanni voleva una felpa.
Giovanni ha provato una felpa.
Giovanni ha provato una seconda felpa.
Giovanni ha chiesto quanto costava la felpa.
Giovanni ha appreso che la felpa costava circa cento euro.

La mamma di Giovanni ha pensato che quasi cento euro erano tantissimi.
Il papà di Giovanni ha pensato che quasi cento euro erano tantissimi.
Giovanni ha pensato che quasi cento euro erano tantissimi ma la felpa era bellissima e lui la voleva lo stesso.

La mamma di Giovanni ha detto no.

Giovanni ha detto: «Ma perché ti sei dimessa e non hai accettato i soldi che ti volevano dare?».

Bum.

Avrei voluto dire qualcosa, qualunque cosa, ma non ne ero capace.
Aveva ragione.
Che cosa avevo pensato di fare, dicendo no ai soldi che mi proponevano?
Di mantenere la mia innocenza? La mia onestà? La mia pulizia?
Sono stata solo una cogliona, invece. Ho tolto cose a mio figlio. Ho tolto cose alla mia famiglia.

«Lasciatemi stare un’ora da sola», ho detto. «Ci troviamo qui alle cinque e un quarto».

E per la prima volta nella mia vita, ho pianto per la strada a Dublino.
E non m’importava niente che mi vedessero piangere.
Sono stata una scema, continuavo a ripetermi.
Cosa cazzo volevo dimostrare? A chi, poi?
A me? A chi? A chi non può capire?

Da Dunnes vendono dei collant spaziali a 3 euro: 70 denari, non si rompono neanche se ti ci spengono sopra una sigaretta.
In quel momento perfino spendere tre euro mi sembrava eccessivo.
Sono entrata da Dunnes Store in Grafton Street senza guardare niente.
Dritta alle calze.

Quattro paia, nove euro e cinquanta. Mi sembrava di avere sprecato un patrimonio.
E fuori ho ricominciato a piangere.

Alle sei mi sarei dovuta vedere da Fallon & Byrne con la mia amica che arrivava da Galway e una sua amica che vive a Dublino. Dopo «cena», saremmo andati tutti a un concerto.

Sono entrata da Brown Thomas, che è questa cosa qui, e mi sono vista allo specchio.

Avevo gli occhi gonfi e il trucco era come stato assorbito dalla pelle.
Sono andata al reparto cosmetici.
Ho detto che siccome avevo pianto avevo bisogno di truccarmi; potevano darmi per favore dei pennelli in prestito, così che io potessi fare da me?

Da Laura Mercier ho chiesto l’ombretto.
Da Mac il mascara.
Da Estèe Lauder il fard. La ragazza che me lo metteva mi ha chiesto perché avevo pianto. «Per lavoro», le ho detto. Non so neanch’io se era vero.
La vita va su e giù, ha detto lei. Non fare così. Questo fard ti sta benissimo. Io mi ricordo di te, ti ho già vista qui.
Il rossetto ce l’avevo in borsa; l’ho steso mentre lei cercava di farmi pensare a qualcos’altro.
Per poco non l’abbracciavo.

Sono uscita.
Mi sentivo una mappina.

Giovanni aveva ragione. Io avevo torto. Di sicuro mi stavano ridendo dietro, quelli che avevano temuto che per farmi andare via dal mio posto di lavoro avrebbero dovuto metterci dei soldi, almeno. Ahahah, si dicevano l’un l’altro nei rari momenti in cui ci poteva essere un qualche motivo per pensare a me: che cogliona la Sgaggio. Chissà cosa crede di aver fatto. Noi siamo ancora tutti qui a fare le stesse cose che facevamo prima. Niente è cambiato per noi, niente è cambiato per nessuno. Niente è cambiato nel nostro modo di lavorare, niente è cambiato dentro di noi – se un dentro c’è, pensavo… – niente è cambiato nel nostro essere quel che siamo e mai potremo modificare, perché siamo stati costruiti così e ci piaciamo in questo modo; niente è cambiato, davvero. Siamo ancora qui a non rispondere a chi domanda, a isolare chi ci crea disagio, a far passare per aggressori coloro che reagiscono alle aggressioni.
Siamo ancora qui a guadagnare begli stipendi, a far progetti sulle Maldive, sulla macchina nuova, sulla cena col Tale, sulla campagna elettorale. Siamo ancora qui a parlare a bisbigli alle macchinette del caffè.

***
No. Gli ultimi due giorni non sono stati belli.
Ho pensato, e ripensato, e pensato ancora.
Mi sono fatta del male da sola.

Il problema non era perché me ne fossi andata dal lavoro. Quello lo sapevo. Il problema era perché avevo permesso all’azienda di non darmi nemmeno un soldo a parte il tfr e ciò che comunque mi era dovuto ai sensi del contratto nazionale per un trasferimento avvenuto con modalità diverse da quelle – le uniche – consentite dalla legge.

Ieri sera, parlavo con Marco davanti al camino di Breda.
Gli dicevo che nella mia vita, prima o poi, vorrei avere la grazia di incontrare almeno una delle persone che hanno avuto un ruolo in tutto quello che mi è successo al lavoro, e dirle tutto quel che penso; prendermi la libertà di dire ogni cosa: quel che penso di lei come persona, il senso di repulsione che provo per chiunque avrebbe potuto fare la differenza e ha invece deciso che era meglio credere alla favola della sua impotenza.

E così ho capito di nuovo quel che avevo capito d’istinto il giorno in cui s’era trattato di decidere.
Il punto è la libertà.
Il punto è che io non compro una felpa per Giovanni da Abercrombie e Fitch, ma posso dire tutto quello che penso; e posso farmi ascoltare; e su quel che è successo, su tutto quel che mi è successo, non metterò una pietra sopra fino a quando non mi parrà giusto farlo, nel modo in cui mi parrà giusto farlo.

Che pensino quel che vogliono.
Che si tengano i soldi.
Che si tengano ciò che potrebbe essere potere e forse lo è davvero, o forse – non lo so – è solo il potere di fare le cose che vogliono altri facendo finta che siano le cose che vogliamo noi.

Io posso parlare, nessuno mi ha comprata.
Come le felpe di Abercrombie e Fitch, non ho il cartellino del prezzo.
Ma a differenza delle felpe di Abercrombie e Fitch, non c’è nessun commesso con l’auricolare che possa comunicare ai possibili acquirenti qual è il mio prezzo, né vedere se in magazzino c’è altra merce come me.

Sarà anche una magra soddisfazione, ma noi idioti siamo fatti così.
Non mi sarei potuta mai perdonare, se mi fossi fatta pagare il silenzio.
Non so cosa succederà, né come andrà a finire.
Resta che chi aveva messo mano al portafogli per archiviare il capitolo Sgaggio non ha avuto il piacere di umiliarmi dandomi dei soldi come se io fossi stata un incidente di percorso, una questuante, e non una donna con una dignità.

Ci sono cose che non hanno un prezzo.
E va bene così.