il «parlamento del nord» e le colpe del giornalismo

Titolo principale della prima pagina del Corriere di Verona, dorso veronese del Corriere della Sera:

Zaia va a Roma, Monti non lo riceve
Oggi riapre il Parlamento del Nord, Tosi verso la vicepresidenza

Ora.
Se qualcuno ha bisogno di capire come possa il giornalismo contribuire in modo decisivo alla creazione di realtà alternative, asseverando l’esistenza di ciò che non esiste e determinando la legittimità istituzionale (la «dicibilità», mi verrebbe da dire) di ciò che è istituzionalmente illegittimo e pure inesistente, beh, quel qualcuno non ha che da guardare dentro la seconda delle due linee di testo che compongono il titolo riportato qui sopra.

Il catenaccio dice che c’è qualcosa che «riapre».
Prima ancora di domandarci cosa riapra, vale la pena chiedersi cosa il verbo «riaprire» dia per presupposto.

Poiché si «riapre» solo ciò che già in precedenza era stato «aperto» e poi «richiuso», il catenaccio ci dice che esisteva già una cosa, e che quella cosa, temporaneamente negletta al punto che la si poteva a buon diritto ritenere chiusa, è ora riaperta.

E chi aveva deciso che quella «cosa» andava aperta, e poi richiusa, e ora «riaperta»?
Qualcuno di cui non ci viene fornita l’identità. Tuttavia, è chiaro dal contesto che, se ipotizziamo che sia la Lega, immaginiamo bene.

E poi.
Cos’è questa «cosa» che la Lega riapre?
Questa «cosa» che la Lega riapre è – signore e signori – «il Parlamento» (notare la maiuscola) «del Nord» (ri-notare la maiuscola).

Dunque. Ricapitolando: un soggetto a tutti gli effetti privato qual è un partito (sia pure espressione di interessi auspicabilmente collettivi) aveva deciso di «aprire« un parlamento (minuscolo, per favore), semplicemente decidendo di aprirlo. Punto.

Vuoi tu aprire un parlamento?
Sì, lo voglio.
Okay, dichiaro aperto il parlamento.

Facile come bere un bicchier d’acqua.
Nessuno vota i suoi rappresentanti in quel «parlamento» (minuscolo); nessuno certifica la legittimità istituzionale di quel «parlamento» (minuscolo); nessuno si preoccupa della sua rappresentatività, nel senso che nessuno si pone una semplice domanda di base: sul presupposto di quale mandato assumo che quel «parlamento» (minuscolo) possa rappresentare NON una parte politica, ma un territorio che univocamente sia identificabile come dotato di identità e confini, e portatore di interessi politici univocamente comuni?

Comunque, eravamo rimasti che un soggetto privato «apre» un «parlamento» (minuscolo) come se fosse un centro commerciale.
Anzi: se per il centro commerciale avrebbe dovuto almeno ottenere una qualche licenza, per il «parlamento» (minuscolo) non serve nemmeno quella.
Ci troviamo, ci guardiamo in faccia, decidiamo di aprire il nostro «parlamento», e facciamo come quando da piccoli giocavamo con i soldatini e con le bamboline e ci davamo il nome «d’arte» di Jack e Ginger.

Perché quel «parlamento» (minuscolo) lì è un giocattolo. Lo sappiamo, vero, colleghi giornalisti?
Lo sappiamo che non esiste, non ha rappresentatività, non ha senso, non ha valore istituzionale, non ha valore effettuale, vero?

Eppure, ecco che titoliamo che

riapre il Parlamento del Nord.

Domanda: non è forse questo il modo grazie al quale il giornalismo ha legittimato l’esistenza di realtà inesistenti?
Cosa potrebbe mai pensare un lettore, di fronte a questa frase? Cosa, se non darsene l’unica spiegazione possibile, ovvero che il Nord (maiuscolo) ha legittimamente dato vita a istituzioni legittimamente deputate a rappresentarne le legittime istanze «nazionali»?

E quando si legge che

Tosi [va] verso la vicepresidenza

di qualcosa che a rigore non esiste ma ha al massimo un valore politico di propaganda e di fissazione «identitaria», cosa dovrebbe pensare un lettore, se non che il sindaco di Verona sta per assumere un incarico in un’istituzione legittimamente eletta – ma da chi, noi non diciamo – e rappresentativa?

La fola è a tal punto ben sostenuta dall’apparato propagandistico a cui noi giornalisti facciam da puntello (consapevole? Inconsapevole? Non ci fa onore, secondo me, nessuna delle due ipotesi) che Daniele Sensi, severo e attento «sorvegliante» del leghismo, dice su Facebook:

Tosi, sindaco di Verona, è da oggi vicepresidente del “Parlamento della Padania”. Davvero nessuna autorità ha da rilevare una certa, come dire, incompatibilità tra i due mandati?

come se essere nominato «vicepresidente» di un’istituzione che non esiste corrispondesse all’essere investito di «un mandato» rispetto al quale l’effettivo mandato di sindaco di un’effettiva istituzione potrebbe porsi in contraddizione.

Ora, a meno che io non mi sbagli, qualunque azione che non fosse penale finirebbe per attestare l’esistenza istituzionale dell’istituzionalmente inesistente cosiddetto «parlamento della padania», con entrambe le iniziali minuscole.

Cioè, in altri termini: o si tratta di eversione, o di niente; o è un gravissimo attentato ai cardini della Repubblica italiana, o è l’espressione propagandistica di un intento di costruzione comunitaria alla quale nessuna istituzione – a parte la magistratura, intendo; ma gli effetti sarebbero tutti da valutare! – potrebbe contrapporre alcun argomento che non sia politico.

Non è materia su cui proclamare l’incompatibilità, insomma; perché la vicepresidenza di Tosi del «parlamento del nord» è paragonabile istituzionalmente (non culturalmente; questo no, perché di renderla significativa culturalmente ci incarichiamo di buon grado noi giornalisti) alla vicepresidenza di una bocciofila di montagna.

Ma cos’è, dunque, che rende possibile l’equivoco?
Semplice, purtroppo: noi giornalisti che parliamo di Parlamenti del Nord alla cui vicepresidenza viene avviato qualcuno; noi che parliamo di «riaperture» di Parlamenti del Nord come se questi Parlamenti fossero istituzioni legittime, vere, esistenti; o anche espressione provocatoria e carbonara di una nazione oppressa.

A me pare tremendamente grave.
Mi pare che equivalga alla devastazione di ogni consapevolezza istituzionale dei nostri lettori; dei cittadini.
Siamo noi a manomettere il paesaggio dei significati; noi a devastare il senso delle istituzioni.

E poi abbiamo anche la faccia tosta di dire, senza nemmeno vergognarcene, che forse sarebbe pure arrivato il momento di mettere in discussione il fatto che il voto di un «incompetente» debba valere come il nostro. Che forse dovremmo mettere in discussione il suffragio universale, la democrazia.