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una lunga passeggiata

02 set 2010

A piedi da Krana a Lindos, su e giù, stasera.
I muscoli sono appesantiti di quella dolenzia che rende fieri di sé e della propria resistenza fisica.
Abbiamo visto la spiaggia di San Paolo, che per la verità nessuno chiama in greco, ma è diventata Saint Paul perché la chiesetta bianca che le sta vicino è diventata il luogo dove le coppie vengono a sposarsi.

La spiaggia è bella, ma c’erano pagine del Sun dappertutto, e il fortissimo vento di quest’isola le faceva galleggiare nel .
C’erano lattine, bottigliette, petali di rosa gettati addosso alle spose, foglie.

Una coppia di sposi risaliva dalla chiesa a piedi preceduta da un fisarmonicista.
Ah, dici a te stesso: vedi che bella tradizione.
Poi vedi la seconda coppia, lei con le braccia a braciolone e lui con una giacchetta grigio perla lunga fino a metà coscia.
E vedi che insieme a loro ci sono una hostess con camiciola manica corta e targhetta di riconoscimento e steward corpulento con uguale camicia e uguale targhetta.

Niente tradizione.
Matrimonificio simil-romantico per ragazzi in cerca di merletti e sogni esotici.

È sempre difficile capire cosa resti del «senso» di un posto, quando in quel posto transita mezzo mondo, ciascuno con le sue aspettative, e ciascuno desideroso di acquistare nei negozietti un pezzetto di quella patetica tipicità made in Taiwan.

I muli, forse.
Restano i muli.
E degli scooter col manubrio tenuto insieme con lo scotch.
E non so cos’altro.
Domani andrò a chiedere notizie su un santuarietto che visitai nel 1983.
Mi interessa; nasconde una storia da raccontare.

Gli di questa struttura dove alloggiamo – casine bianche in the middle of nowhere, ma si vede il e anche l’Acropoli di Lindos – sono ben più rumorosi e birracondi di giorno, sembrerebbe.
Forse son tutti in paese, adesso.

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lindos

02 set 2010

Sono a Lindos.
Tra gli asini (a quattro zampe), vicino a una piscina, col in vista.
Non mi ricordavo che questo fosse così intensamente blu.
Mi sento meglio.

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crisi dei giornalisti: c’è qualcuno là fuori?/2

01 set 2010

Copio dai commenti a questo post alcune cose che ho scritto sul giornalismo.
Le copio, integrando qua e là, perché mi dispiace che non siano anche qui, per così dire a casa mia.

A fare la differenza non basta un singolo giornalista, e non basta nemmeno un giornale, e non bastano nemmeno tre giornali.
È il sistema delle informazioni che, insieme, produce – non so definire meglio – l’«interferenza civile».
È il suo modo complessivo di funzionare, che induce nuovi sensi comuni nella consapevolezza collettiva.

Dunque, la crisi di coscienza dei (simile a quella di cui ha parlato Mancuso, vedi post precedente a questo, ndr) va presa seriamente in esame.

Tanto più che dieci, cento, mille interventi di intellettuali/autori/scrittori sui giornali non alterano la temperatura dell’ambiente politico-sociale. Non creano «interferenza civile».
E anzi, proprio come noi , anche gli intellettuali/autori/scrittori rischiano di fare la figura della foglia di fico che consente ai giornali di blaterare di pluralismo.

A modo loro, le redazioni sono universi chiusi, autoreferenziali e oserei dire quasi concentrazionari.
Ne deriva che quel che accade dentro questi universi è giustificabile esclusivamente alla luce di logiche legittimate dall’impermeabilità del sistema.
Nessuno, dal di fuori, esercita un’azione di controllo, se non in termini formali o – all’estremo opposto – in termini politici.

Un po’ come in carcere, per fare un esempio estremo che serve a farsi capire, più che a istituire un autentico paragone: se il capetto del braccio fissa una regola, quella regola vale indipendentemente dalla sua sensatezza, e produce conseguenze valide per tutti, anche se è contraria a qualunque regola sia vigente all’esterno della struttura chiusa.

A quest’obiettivo viene asservito chiunque, consapevolmente o no; e indipendentemente dal ruolo.
Un nerista, per esempio, sa che se descriverà la tal operazione di – facciamo – polizia nel tale quartiere come un’azione di contrasto al degrado, i suoi capi saranno tranquilli, lo considereranno affidabile, e nessuno penserà che è un piantagrane.

Lascio all’immaginazione altrui figurarsi quel che succede ai cronisti di politica.

Tutto questo per dire cosa?
Che con l’illusione di potere un giorno sedere alla del padre, e grati perché i potenti delle città danno loro del tu e magari li invitano a cena, i accettano qualunque regola insensata, comprese quelle contrarie alla deontologia professionale.

Accettano di calpestare i colleghi che si ribellano alle insensate, per esempio.
Negano che esistano insensate.
Sostengono che quelle sono solo apparentemente insensate, perché in realtà dobbiamo tutti renderci conto del fatto che non è più tempo di rivoluzioni.
Ti dicono che bisogna fare i conti con la realtà.

Ti trattano da stupido idealista, per esempio.
Ti dicono che se continui a chiedere il rispetto di alcune minime garanzie di pervietà democratica, beh, allora faresti bene a rassegnarti all’idea che prima o poi dovrai andare a scrivere sui muri, e non più sulla carta.

Dunque.
Chi sente – à-la-Mancuso – la crisi di coscienza è, a seconda della convenienza del momento, un imbecille, un coglione, un illuso, un ingenuo, un sovversivo, la pietra dello scandalo, il capro espiatorio, la foglia di fico del pluralismo…

E se a sentire la crisi di coscienza sono in cento, sono cento imbecilli coglioni eccetera.
Se mille, mille coglioni espiatori.

Fra i è successo quel che è successo fuori: s’è spezzata la «classe».
Non è una questione di privilegi, ma di funzione civile; di declino delle responsabilità; di accettazione della propria minorità di salariati e di autocensura del proprio diritto di parola.

Noi siamo schiacciati dal potere di troppi, ciascuno dei quali ha il piacere di passare inosservato, e perciò non solo negherà di avere alcun potere sui , ma sosterrà anche con entusiasmo e vivacità che la libertà di informazione è centrale, importante, nodale, cruciale, decisiva.

E questo – tutto questo – è solo un pezzetto del problema.
Minuscolo.

Aggiungo solo per completezza che queste cose accadono nei giornali indipendentemente dalla loro linea politica.
In un giornale che ami definirsi di sinistra, per esempio, l’operazione di polizia non la chiameranno (necessariamente, ma a volte si vede anche là) «azione di contrasto al degrado», ma magari scomoderanno le categorie giornalistico-sociologiche del «disagio», della «marginalità»…

Ma le parole d’ordine per riconoscersi fra simili ce le hanno tutti i giornali.
È quando cominci a usare parole diverse, è quando scendi dallo scivolo pre-lubrificato che prendono il via i guai che poi conducono alle crisi di coscienza.

Ma a quel punto sei già un coglione, un sovversivo, o – se serve – la testimonianza vivente del pluralismo della tua testata, perbacco.

La quantità di diritti e di calpestati dentro ai giornali dovrebbe diventare una questione democratica di questo Paese.
Quando si parla di libertà di stampa bisognerebbe non dimenticarne mai le precondizioni.
Bisognerebbe non dimenticare mai in quale terra viene piantato il seme della piantina della notizia; se sarà innaffiato d’acqua o di veleno.
Il frutto non può prescindere dalla qualità della terra e dalla qualità delle cure.

Venite a guardare dentro i giornali, persone che li leggete.
Riuscite a vedere quant’è importante parlarne?

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crisi dei giornalisti: c’è qualcuno là fuori?

31 ago 2010

Molto è stato scritto, soprattutto in rete ma non solo, sulla questione che su Repubblica ha sollevato il teologo-scrittore Vito Mancuso; ovvero la crisi di coscienza di un autore che, di fronte alla notizia che la Mondadori potrebbe essersi giovata davanti al fisco del doppio ruolo di Berlusconi, si domandava se cambiare casa editrice o restare a Segrate.

Ne hanno scritto moltissimi, sostenendo tesi che in qualche caso mi sono risultate più convincenti che in altri, ma questo non importa.

Però sulla scorta di un commento che Enrico Macioci ha lasciato sotto l’intervento di Antonio Moresco che il blog ha ripreso da Il primo amore, mi si è mossa una cosa.

Premessa.
Credo che pochi sarebbero disposti a negare che il miserabile stato del Paese dipenda assai più dall’indefesso di alterazione delle percezioni collettive messo in opera dai che non dalle ipotetiche mistificazioni degli scrittori/autori/«intellettuali».

Bene.
A questo punto, però, registro un paradosso.
Nessun giornale sarebbe disposto a dare alla mia (mia per dire: nel senso che la condividiamo in tanti) crisi di coscienza la stessa visibilità che la Repubblica ha dato a Vito Mancuso.

Praticamente, meno «influente» è la crisi di coscienza per lo stato del Paese, più i giornali ne parlano.

Ci dev’essere un perché se la nostra «crisi» di non fa notizia.
Di sicuro i non san parlare di sé (forse nemmeno degli altri? Non lo so); ma secondo me c’è pure che tenere i al di fuori del – facciamo – «ceto intellettuale» è una cosa che fa comodo a molti.

Ai per primi, lo ripeto.
Agli editori, anche.
Ma anche a tutti coloro che ai sono lieti di lasciare la bassa manovalanza, perché loro c’hanno invece da discettare di massimi sistemi.

Voglio specificare che non alludo a nessuno.
Dico solo che il processo è questo: fuori, «intellettuali» dentro.
E anche per colpa della mia categoria (lo ripeto).

Concludo con una domanda sciocca, perdonatemi.
Chi dà voce alle crisi di coscienza dei ?
C’è qualcuno, là fuori?

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un titolo un po’ così

30 ago 2010

Visto che si tratta di una petizione per salvare una donna dalla , richiamare nel titolo l’invito dello scrittore a far pietre delle nostre parole potrebbe non sembrare la più felice delle scelte giornalistiche.
Nemmeno se l’appello dovesse sottintendere l’invito a controlapidare chi vorrebbe lapidare , forse.

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trivio e giovanilismo (a 40 anni)

29 ago 2010

Immagino che questo signore con le guanciotte un po’ stanche intendesse fare il simpatico, o – essendo egli toshano – il tipo molto jovane che sta dalla parte della jente e ha fatto tesoro della (secondo me lui lo direbbe) chiarezza della Lega.

Una sommaria elencazione di alcune delle parole e delle locuzioni che utilizza in quest’intervista basterà a capacitarci del suo fascino virile da osteria. Roba da far dimenticare all’istante (absit iniuria verbis) la mascella sfuggente.
Continue reading ‘trivio e giovanilismo (a 40 anni)’

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passati, presenti e futuri

28 ago 2010

Come si cambia, nella vita.
Questo è un passaggio di un pezzo di Roberto Saviano uscito il 17 aprile 2005 su Nazione indiana.
Non credo di avere male interpretato.

Sempre meno si riflette su quanto costa scrivere di certe cose ed in certi territori.

Anche guardando i giganti non ricevo conforto.

Rushdie ha subìto molteplici attentati, più di trenta persone sono morte in operazioni terroriste che avevano lui come obiettivo.

Ma Salman Rushdie ora può scrivere su qualsiasi giornale della terra, riceve stipendi e guardie del corpo.

Ciò che ha pagato e paga è ampia­mente ripagato.

O quantomeno confortato: «La fatwa mi ha concesso il maggiore eco possibile alle mie parole, mi ha reso uno scrittore libero, perché tutto posso dire e chiunque vuole può ascoltarmi».

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la casa dell’antimoralismo

28 ago 2010

Che bello il pezzo di , oggi sulla Repubblica, a proposito dei «moralisti» nuovi nemici di Cl.

Ecco come li attacca Scola: «Diventa allora necessario liberare la categoria della testimonianza dalla pesante ipoteca moralista che la opprime riducendola, per lo più, alla coerenza di un soggetto ultimamente autoreferenziale».

(…)

Il percorso è chiaro: se la testimonianza si manifesta nell’osservanza religiosa, chi siamo noi per criticare i peccatori osservanti la pratica religiosa nella Chiesa che resta «santa al di là dei peccati, talora terribili, del suo personale»?

Il testo completo è qui.

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romiti e marchionne, che abisso

28 ago 2010

Riporto un pezzo dell’intervista che Cazzullo ha fatto sul Corriere di oggi all’ex amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti a proposito del «lodo Marchionne» (il conflitto non c’è, siamo tutti fratelli però io ho sempre ragione).

Non sono d’accordo su tutto – e vorrei ben vedere! – ma qui c’è un’idea di relazioni industriali, di ruoli e funzioni. Oserei dire che c’è perfino un’idea di Stato (non con questo che io intenda dare a Romiti la statura di statista, tanto più che forse molto di quel che c’è ora cominciò con-grazie a lui).
Là, dalle parti di Marchionne, sembra di stare in un giardino dove un gruppetto di ragazzi si son bevuti le fole degli anni Ottanta e come se fossero in pieno trip da cocaina volessero liberarsi di tutte le zavorre che ostacolano il loro libero volo nei cieli blu dove non ci son lacciuoli. Zavorre tipo, per esempio, il peso del loro stesso corpo.

Ecco qui.

Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli . Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».

Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po’ più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana. Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».

Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la Fiom.
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».

Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».

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giornalismo e repressione

28 ago 2010

Vado su Repubblica.it, stamattina, e vedo che l’apertura riguarda l’incidente in cui, in provincia di Caltanissetta, sono morte quattro persone, fra cui il vice questore aggiunto della polizia stradale di Palermo e il padre.

Vado sul Corriere.it e vedo che l’apertura è sulla stessa notizia.

La notizia c’è; non ho intenzione di negarlo.
Ed è anche vero che è agosto.
Però lo stesso mi è venuto inevitabile farmi una domanda.

Perché le notizie di «nera» – ma soprattutto quelle relative agli – sono sempre state considerate (cinicamente, lo so) il «bene-rifugio» del giornalismo di provincia caduto in fiacca di notizie (in estate, per esempio), e adesso la nera e gli diventano le aperture dei nazionali?

Di sicuro la recente centralità del tema «straniero-meglio-se-irregolare-uguale-criminale-anche-in-macchina» ha prodotto c’è un effetto inerziale che ha spinto un po’ tutti a rifocalizzarci sul tema collaterale dell’incidente stradale.

Di sicuro, e forse ancora prima, c’era stata la smisuratamente lunga campagna sulle cosiddette «stragi del sabato sera», e conseguentemente l’attenzione era stata reindirizzata verso la questione dell’alcool e delle droghe.

Di sicuro – ripeto – è estate e le notizie scarseggiano.

Ma una cosa rimane vera, però.

Che l’idea di mondo che sta dietro a un giornalismo che tanto enfatizza  indotti dalla velocità o dalle droghe o dall’alcool, indipendentemente da tutto il resto (e cioè anche da tutti i buoni motivi che in questo possano eventualmente essere reperiti ed esaminati), è indubitabilmente un’idea che si presta a percorrere la strada della soluzione-panacea repressiva.

Corri troppo in macchina e fai un incidente? Cambiamo la legge in senso restrittivo, a meno che non ci siano tre corsie e non splenda il sole.

Hai preso droga? Estendiamo i test a tutti i conducenti professionali dei mezzi di trasporto.

Hai bevuto? Portiamo a zero i tassi alcolemici tollerati per chi guida.

Hai ucciso italiani e tu che guidavi eri straniero? Cambiamo il codice penale e alziamo le pene per l’omicidio colposo.

Magari sbaglio, però mi piacerebbe che non dico diecimila, ma almeno cento dei miei colleghi si fermassero un momento, un giorno, davanti alla loro tastiera,  e lasciassero per un momento stare le questioni di carriera, il collega che minaccia di far loro le scarpe, il direttore che pretende cose assurde, la fonte che pretende di dirti cosa scrivere, il vicino di banco che s’è lavato poco, il lettore che ti considera una merda troppo pagata e vuole insegnarti il tuo , la freelance con la vocina che non vede l’ora che tu vada fuori dai piedi per prendere il tuo posto e se può darti una mano a cadere volentieri si presta, l’editore che vuole censurarti, la tua vocina interiore che ti dice «sta’ attento a ciò che scrivi, ricordati che hai famiglia»…

Be’, mi piacerebbe che cento miei colleghi si fermassero, si guardassero intorno, tirassero un respiro e si domandassero ma che cosa sto scrivendo? Come sto gerarchizzando le notizie? Che mondo sto mettendo in luce? Cosa tengo in ombra? Quel che emerge dal mio è sufficientemente conforme a ciò che a occhio nudo si vede, oppure a poco a poco, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, titolo dopo titolo, sto creando un universo alternativo che è funzionale a qualcuno?

Voglio veramente questo?

Se la risposta è sì, tutto a posto.

Ma se è no, non sarebbe ora che recuperassimo il senso delle nostre carte deontologiche, il senso civile del nostro ? Che ridessimo credibilità e valore alla nostra parola?

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universi paralleli e ragazze da sposare

27 ago 2010

Son di corsa, ma onestamente non mi sento di privare chi passa di qui delle meraviglie che uno sguardo rapidissimo e superficiale all’odierno mi hanno consentito di assaporare.

Rubrica «La ragazza da sposare», quella che riporta il numero di telefono di un locale al quale si intende, immagino, fare pubblicità.

Cito:

Il menu prevede capesante gratinate, spaghetti alla chitarra con scampi in rosso, una tartare di salmone e, per dessert, sorbetto alla frutta.
No, non sono le proposte di un ristorante stellato

E io che mi pensavo…, ndr

ma quello che E.A., 26 anni, di Venezia, preparerebbe per conquistare il tipo giusto.
Gli uomini si prendono per la gola, quindi?

Questa non l’ho mai sentita, giuro.

«Non so», CHIOSA (scusate, ma la maiuscola ci sta, ndr), «però adoro cucinare e il mio papà me lo dice sempre che dovrei aprire un ristorante. Chissà, magari un giorno…».

Già.
Chissà.

Per ora, dopo aver studiato Lingue per l’impresa» (per l’impresa: come dubitarne, ndr) «e aver conseguito un master in management (master in management; come dubitarne, ndr), vive a Milano e lavora in un ufficio di comunicazione e marketing per la moda.

Il Veneto le manca: «I miei hanno un maneggio, sono cresciuta fra cavalli, maiali, mucche e tacchini» (un po’ come tutti, insomma, ndr: sono che i maiali della nostra vita portano le scarpe).

Ed ora, le perle finali:

L’equitazione è la sua passione: «Ho fatto agonismo, ora monto poco purtroppo» (omisssssssssis, ndr).

La cara ragazza ha dovuto scegliere.

E. ha deciso di abitare nella zona dei Navigli (anche Mohamed il clandestino l’ha deciso, che incredibile coincidenza! Solo che non può: non è stranissimo?, ndr): «È un posto a misura d’uomo».

Adesso il domandone.

Dove la trovate?
Al bar Rita (tel. 02 8xxxxxx) per l’aperitivo: è quella in minigonna. «La porto sempre, mi piace».

Valeva la pena, vero?

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