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la democrazia della paletta

08 feb 2010


Riporto di seguito l’intervento che ho tenuto all’incontro cagliaritano organizzato da Megachip e da Cavalieri Rossomori.

Chi vuole prelevare il pdf (all’interno del file pdf i link segnati sono attivi), clicchi qui (c’è qua e là qualche refuso che nelle prossime ore correggerò, chiedo scusa).

Chi invece vuole leggerlo online, continui pure la lettura qui sul , tenendo però presente che si tratta di un testo piuttosto lungo e articolato, benché diviso in parti.
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due righe e poi a nanna

07 feb 2010

Sono appena tornata da Cagliari.
Grazie a tutti.

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calamosca

06 feb 2010

Il del mare lo sento anche da dentro la stanza: più forte della ventilazione, che ora spegnerò.
Onde che battono, acqua che ritorna, richiamata indietro.
E il faro, un po’ a destra, in alto.
La luce gira da destra a sinistra sulla superficie dell’acqua, e poi sparisce, e poi ritorna.
Una volta, due, tre.
Ssttt.
È la mia prima notte in Sardegna.

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dal piombo al blog

05 feb 2010


L’incontro si tiene a Cagliari, alla Casa dello studente di via Trentino, alle 16.30 di domani, sabato 6 febbraio.
Parlano Miguel Martinez, Pino Cabras, Felice Capretta, Uto Pio, Michela Murgia, Claudia Zuncheddu, Glauco Benigni, e parlo pure io: di propaganda, notizie, proletarizzazione dei giornalisti, lavoro intellettuale, giovanilismo, lavoro, consacrazioni, censura, autocensura, rumore, citizen journalism, esami di maturità, agende politiche, parole d’ordine, e della paletta.

Modera Vito Biolchini.

Dalla presentazione dell’iniziativa:

Esiste l’open source anche per l’informazione, un ambito in cui da sempre si parla di “fonti”? Nell’era dei blog questo è un tema importante per la di tutti.

Oggi le notizie sono proposte sistematicamente senza riportarne né l’attendibilità, né la fonte. Spesso si riporta il commento ma si omette il fatto. Di più, l’informazione non riguarda ormai ciò che succede, ma il modo in cui se ne dà notizia. In questo senso la tanto decantata “società dell’informazione” appare assorbita dalla “società dello spettacolo”.

Tutto questo è possibile perché chi gestisce l’informazione decide anche che cosa si può raccontare e che cosa deve essere taciuto.
(…)
Su Internet circola qualunque notizia, ma vi circola anche il suo contrario, oltre a una miriade di dati che non ha per noi il minimo interesse: un rumore di fondo che spesso copre i suoni importanti.
(…)
Un blogger che rende pubblici i meccanismi e le fonti delle proprie analisi e inchieste, potenzia l’effetto delle “sue” notizie; perché quando la notizia è vampirizzata dalla blogosfera, ogni lettore può essere un “ripetitore intelligente”.

(Cliccare sull’immagine per ingrandire)

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diventare grandi col caffè

04 feb 2010

Ieri sera Giovanni s’era messo la .
Gli avevo preparato la macchinetta del caffè e il bollilatte già pronti, così quando s’è alzato s’è fatto la colazione da solo.
Era pronto, zainetto in spalle e cappello in testa, alle 7.20.
In genere arriva a scuola all’ultimo istante.
S’è trattenuto fino alle otto meno venti, poi è scappato, nonostante l’enorme anticipo.
L’eccitazione di diventare grandi fa volare.

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la personaggità e i giochi di società

03 feb 2010

A margine di pensieri «sociali» che, sebbene piuttosto formalizzati già ora, prenderanno nelle prossime ore una struttura più solida, mi veniva da interrogarmi su un punto che rasenta il nichilismo.

Premessa: mi faccio un giro su e leggo in un thread – ma se ho capito male chiedo scusa – una garbata lamentela sul fatto che ora vanno sciaguratamente di moda i libri che hanno una storia che ha un inizio, uno svolgimento e una fine, e per essere letti non hanno bisogno del vocabolario.

Stavo cominciando a scrivere una domanda sotto quel thread.
Perché, volevo chiedere, una storia e una lingua comprensibile non vanno bene?
Perché una cosa non può essere bella e anche comprensibile?
Oppure: perché devo prendere per forza il vocabolario per capire cosa sta dicendomi un Autore – maiuscola obbligatoria – che non mi sta nemmeno raccontando una storia?

Volevo scrivere.
Poi mi son detta «Fede, lascia stare. È un gioco, e in quel gioco tu non c’entri».

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all’ultimo sangue

02 feb 2010

Vinco? Bene.
Perdo? Resto dove sono.
Veramente una sfidona.
Trasmetto i sensi della mia stima.

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universi paralleli/pellicce di bestie già morte

02 feb 2010

È lui.
Il Mito.

L’Unico. Inarrivabile.
Il Corriere della Sera Style Magazine.

L’Impero del Nulla, del Nulla Ricco, del Nulla Padrone, del Nulla Allo Stato Quintessenziale, forse addirittura Gassoso.

Ultima pagina.

Rubrica «La ragazza da sposare».

(P.s. Ella è opportunamente bionda)
(P.s. 2: ella porta doppio cognome)
(P.s. 3: idee su cosa cavolo sia l’istituto Marangoni di Londra? Poi guardo su Google, forse).
(P.s. 4: una tonnellata di scarpe. Certo. Altissime. Puntualizza).

Ha un’ossessione per le scarpe. Fra quelle fatte apposta per lei e quelle che, a due lire, scova in giro per il mondo, ne ha una tonnellata. «Che siano altissime», puntualizza Olimpia Castellini Baldissera, 21 anni, attualmente impegnata (dopo tre anni all’Istituto Marangoni di Londra) a girare, con il patrigno, Carlo Tivioli, per mercatini in cerca di giacconi vintage da trasformare in pellicce.
«Ma io voglio creare calzature mie, o collaborare con, che so, Christian Louboutin».
E la vita privata?
Si capisce subito che Milano le va stretta: «Qui gli uomini sono provinciali, con tutti quei macchinoni. Il mio ideale di ragazzo è semplice ma cosmopolita».
Proprio come lei, una Lady Gaga (un po’ le somiglia) molto più chic.
Come la nuova regina del pop, Olimpia ama le discoteche, tipo l’XYZ Privé (tel. 02-62xxxxxx), «l’unico in città un po’ “internazionale”», spiega.
Un avvertimento: «Quando sono arrabbiata lancio cose. Di solito le mie, e poi m’incavolo ancora di più».
Occhio ai cellulari volanti allora».

(P.s. 5: è ecologista, la ragazza; col patrigno famosissimo pellicciaio gira per mercatini per trovare pellicce di bestie già , cioè vintage. Non ammazza nessuno, lei).
(P.s. 6: vuole collaborare con Christian.
Non con Peppuccio O’ Sc-karpàro, tipo).
(P.s. 7: Se Milano le sta stretta, vogliamo provare una taglia più grande, signorina?)

Ah: quando sono arrabbiata le cose le lancio anch’io: tendenzialmente parolacce. I cellulari mi costan troppo.
Cose che capitano a chi c’ha un solo cognome.

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superfacebook

01 feb 2010

Succede una cosa curiosa, su .
Abbondano i superlativi.
C’è un fiorire di entusiasmoni.

Le donne sono tutte «bellissime» (con una certa qual prevalenza della variante «bellissima dentro», sottospecie che – sola – d’altronde garantisce eccellenza intellettuale); gli scrittori son tutti bravissimi e tutti fan loro i complimenti, anche quando postano poesiole così così; gli appuntamenti son tutti da non perdere, e «oggi sono recensito qui»; i libri tutti fantastici, gli spunti di riflessione sempre interessantissimissimi.
Sotto i thread aperti da nomi un po’ vippini c’è tutto un «uau».

Un Niagara di iperboli; un oceano di amori.
Bah…
Mi pare strano che gente che nella vita fatica a guardarti in faccia diventi super-espansiva su Fb.
Si sta formando una specie di galateo informale, ancora non codificato, di relazioni superlative e dopate da punti esclamativi sentimentali.

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buon viaggio

01 feb 2010

S’era rimpicciolito, come.
Era diventato magro e ricurvo.

Il collo era piegato verso il petto, gli occhi – se mai l’avevano fatto – avevano smesso di guardare avanti.

Borsa a tracolla, camminava lento, procedeva come in una sorta di raccoglimento tra sé e sé.
Niente di religioso. Una specie di rassegnazione riflessiva e anche fiera, ma piena di umiltà.
Che fuori moda.
La usano solo nel calcio, ormai, e torcendone il senso.

E fumava.
Da un po’ di tempo s’era messo a fumare moltissimo.
In fondo, se già sapeva che l’epilogo era vicino (e la furiosa intensità con cui s’era messo a fumare è l’unico indizio che me lo lascia credere), la sigaretta era un acceleratore, un piccolo piacere che non poteva più fargli alcun male.

Parlava piano, e ti guardava una volta, una volta sola, indipendentemente da quanto lunga fosse la conversazione che teneva con te; per timidezza, credo.
E comunque parlava poco.

L’ultima volta che l’ho visto era davanti alla macchinetta del caffè, al .
«Come va?», gli chiesi.
«Eh», mi rispose con quell’accento toscano. «Non va mica tanto bene».
Un’altra domanda era impossibile.
C’è chi sa aprire solo spiragli minuscoli; e la ritrosia va rispettata, anche se è difficile. Anche se pensi che potresti essere d’aiuto.

Stamattina il prete ha detto che la sua vita è stata dedicata alla e agli altri.
È vero.
Era il capo dei correttori di bozze, e aveva solo 54 anni.
Conosceva la sua lingua, l’amava molto e non se ne faceva scudo.

Non ti sputava in faccia la sua cultura. La portava con disagio, anzi.
Portava con disagio l’intero suo corpo, l’intera sua vita.
Perfino i vestiti, portava con disagio.
Non che si potesse immaginarlo al mare in costume, no.
Non è che la sua natura fosse quella di uomo scoperto.
Anzi.

È che qualcuno, in qualche momento della sua vita, deve avergli portato via qualcosa di importante, di decisivo.
E lui s’è trovato solo davanti al mondo, con un grandissimo peso sulle spalle, senza che nessuno gli avesse mai insegnato che a volte le spalle si possono scrollare, e si può scappare, e si può fuggire, e vivere, e cantare sulla spiaggia, e saltare, e urlare di gioia, e nuotare nell’acqua limpida, e volare sulle nuvole.

Ciao, .
Che la terra ti sia lieve.
Hai portato troppo peso.
Almeno la terra, adesso, ti deve rispettare.

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crowdsourcing journalism?

31 gen 2010

Strawow.
Grandi, grandissime cose si muovono nel magnifico mondo del giornalismo all’avanguardia.
Ancora non mi son ripresa dal «citizen journalism», ed ecco che per la mia fame di novità è già pronto dell’altro nutrimento.

Leggo su Gigaom che l’ex New York Times Saul Hansell sta facendo per Seed.com un fantastico esperimento: sta cercando persone – persone generiche, sì – disposte per cinquanta dollari a fare interviste – un po’ ciascuno – a tutti i duemila gruppi che partecipano all’SXSW music festival.

Questa cosa qua – attenzione – la chiamano «crowdsourcing journalism», una cosa tipo «».

Ecco.
Cosa diavolo c’entrano duemila interviste da mille con il giornalismo: questa mi mancava.
Tanto più che, come spiega lo stesso Hansell, il progetto intende «attirare persone che sono già interessate al progetto, o perché vogliono intervistare qualcuno» (e questo è giornalismo?) «o perché sono fans musicali» (e questo è giornalismo?).

L’obiettivo – spiega – è capire se la gente pagherà per leggere questi contenuti, e se questi contenuti attireranno investimenti pubblicitari.

Crowdsourcing journalism, in effetti, suona molto meglio che dilettanti allo sbaraglio.
Tutt’un’altra musica.

Post scriptum.
Come spiega benissimo Francesco Piccinini di Agoravox in questo pezzo, il giornalismo partecipativo ha senso come «uno spazio che non è alternativo ma complementare al giornalismo professionale».

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